Julio Cortázar

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Se devo vivere

Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell’architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
del pane che passa la sua mano bruna per la fessura.

Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.

 

Le ragioni della collera (Fahrenheit 451, 1995), trad. it. G. Toti

 

Post originale del 31 agosto 2016
Poesia più letta del 2016

Roberto Juarroz


Penso che in questo preciso istante
chissà non ci sia nessuno nell’universo che pensi a me,
che io sia il solo a pensarmi,
e se morissi adesso,
nessuno, neppure io, resterebbe a pensarmi.

E questo è l’inizio dell’abisso,
come quando mi addormento.
Sono il mio proprio sostegno e me lo tolgo.
Contribuisco a rivestire tutto d’assenza.

Sarà forse per questo
che pensare a un uomo
sia quasi un modo di salvarlo.

 

Poesía Vertical (Lulu, 2017) trad. it. A. Prusso

Juan Rodolfo Wilcock

A mio figlio

Abbi fiducia nella vita
e non nelle ideologie;
non ascoltare i missionari
di quest’illusione o quell’altra.

Ricorda che c’è una sola cosa
affermativa, l’invenzione;
il sistema invece è caratteristico
della mancanza d’immaginazione.

Ricorda che tutto accade
a caso e che niente dura,
il che non ti vieta di fare
un disegno sul vetro appannato,

né di cantare qualche nota
semplice quando sei contento;
può darsi che sia un bel disegno,
che la canzone sia bella:

ma questo non ha certo importanza,
basta che piacciano a te.
Un giorno morirai; non fa niente,
poiché saranno gli altri ad accorgersene.

 

Poesie (Adelphi, 1980)

Juan Arabia

juan_arabia
Noche de Beddoes

Como un enorme pájaro que se interpone
entre el sol y la especie,
llega la antigua noche
con su ojo nublado
y sus heladas de cangrejo.

La misma noche de Caedmon,
en la que los fugitivos tuvieron descanso.
La misma noche de Blake,
en la que lobos y tigres aullaron
esperando encontrar su destino.

Cae con una vista cegadora.
Cae sobre los hombres salvajes
que cantaron y bailaron sobre
la bahía verde, las costas de su camino.

La misma noche de Whitman,
en la que describió las pálidas
caras de los marginados.
La misma noche de Beddoes,
que lanzó sobre el mundo su plumaje de niebla.

 

*


Notte di Beddoes

Come un enorme Uccello che s’interpone
tra il sole e la specie,
arriva l’antica notte
con il suo occhio rannuvolato
e le sue gelate di granchio.

La stessa notte di Caedmon,
in cui i fuggitivi trovarono riposo.
La stessa notte di Blake,
in cui i lupi e le tigri ulularono
sperando d’incontrare il loro destino.

Cade con una vista accecante.
cade sugli uomini selvaggi
che cantarono e ballarono sulla
baia verde, le coste del loro andare.

La stessa notte di Whitman,
in cui descrisse le pallide
facce degli emarginati.
La stessa notte di Beddoes
che lanciò sul mondo il suo piumaggio di nebbia.

 

© Inedito di Juan Arabia

© Traduzione italiana di Antonio Nazzaro

Mempo Giardinelli

Mempo Giardinelli

Tallahassee, aprile ‘99

Cos’è una poesia se non paura,
strombazzata, petalo,
incorporea genealogia?
Cos’è la poesia
se non l’emozione violenta
che produce il punto di partenza
verso il mai visto, l’improbabile
o il tramonto?
Qual è il verso finale,
l’imprecisabile verso finale
che sintetizza l’ansia del ritorno?
Cosa resta della poesia, alla fine,
quando si è pensato tutto,
non si è deciso niente
e solo sopravvivono
domande insicurezze solitudine fallimento dubbi
ossia parole, sogni, niente?

 

Poesie senza patria (Guanda, 2003), trad. it. A. Bertoni, R. Bovaia, I. Carmignani

Julio Cortázar

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Il futuro

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
né ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
né là fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

 

Le ragioni della collera (Fahrenheit 451, 1995), trad. it. G. Toti

Jorge Luis Borges

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Elogio dell’ombra

La vecchiaia (è questo il nome che gli altri gli danno)
può essere per noi il tempo più felice.
È morto l’animale o quasi è morto.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che ancora non son tenebra.
Buenos Aires,
che un tempo si lacerava in sobborghi
verso la pianura incessante,
è di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le confuse strade dell’Undici
e le precarie case vecchie
che seguitiamo a chiamare il Sud.
Nella mia vita son sempre state troppe le cose;
Democrito di Abder si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e somiglia all’eterno.
Gli amici miei non hanno volto,
le donne son quello che furono in anni lontani,
i cantoni sono gli stessi ed altri,
non hanno lettere i fogli dei libri.
Dovrebbe impaurirmi tutto questo
e invece è una dolcezza, un ritornare.
Delle generazioni di testi che ha la terra
non ne avrò letti che alcuni,
quelli che leggo ancora nel ricordo,
che rileggo e trasformo.
Dal Sud, dall’Est, dal Nord e dall’Ovest
convergono le vie che han condotto
al mio centro segreto.
Vie che furono già echi e passi,
donne, uomini, agonie e risorgere,
giorni con notti,
sogni e immagini del dormiveglia,
ogni minimo istante dello ieri
e degli ieri del mondo,
la salda spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti,
l’amore condiviso, le parole,
ed Emerson, la neve, e quanto ancora.
Posso infine scordare. Giugno al centro,
alla mia chiave, all’algebra,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

Elogio dell’ombra (Einaudi, 1998), a cura di G. Felicida Elogio dell’ombra (Einaudi, 1998), a cura di G. Felici

Juan Gelman

il passero si espone nel suo
volo/ vuole dimenticare le ali/
salire dal nulla al vuoto dove
sarà materia e si distende

come luce nel sole/ è
ciò che non è ancora/ uguale al sogno
dal quale viene e non esce/ traccia
la curva dell’amore con morte/ va

dalla coscienza al mondo/ si incatena
alle fatiche della sua sorte/ ritira
il dolore dal dolore/ disegna

il suo chiaro delirio
a occhi aperti/ canta
incompletamente

 

Lettera a mia madre (Guanda, 1999), trad. it. L. Branchini

Juana Bignozzi

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Una foto del momento

la mia vita è un decorso di cerimonie incompiute
non ho seppellito i miei genitori
non ho avuto figli
non ho davanti a me un abisso nel quale perdere la mia vita
non sono passata dalla casa di un uomo a quella di un altro

in silenzio quello vero
che mi sostiene dietro a tanto rumore
preparo un’eternità

questa foto scattata dall’amicizia dei tuoi occhi
la cerimonia non fallita della mia vita
dirà sempre ch’ero viva in un luogo che amavo

 

Per un fantasma intimo e segreto (LietoColle, 2015), trad. it. S. Bernardinelli

Jorge Luis Borges

borges-a

 

Dimenticando un sogno

Nell’alba dubitante ho avuto un sogno.
So che nel sogno c’erano più porte.
Il resto l’ho perduto. Il mio risveglio
ha lasciato svanire stamattina
quella favola intima che adesso
è più inafferrabile dell’ombra
di Tiresia o di Ur dei Caldei
o dei corollari di Spinoza.
Ho passato la vita decifrando
i dogmi che avventurarono i filosofi.
È noto che in Irlanda un uomo disse
che l’attenzione di Dio, che mai dorme,
raccoglie eternamente ogni sogno
ogni vuoto giardino ed ogni lacrima.
Continua il dubbio e la penombra cresce.
Se sapessi che è stato di quel sogno
che sognai, o che sogno aver sognato,
saprei tutte le cose.

 

da La cifra (Mondadori, 1982), trad. it. D. Porzio