Rita Dove

Dove_Rita
Parsley

1. The Cane Fields

There is a parrot imitating spring
in the palace, its feathers parsley green.
Out of the swamp the cane appears

to haunt us, and we cut it down. El General
searches for a word; he is all the world
there is. Like a parrot imitating spring,

we lie down screaming as rain punches through
and we come up green. We cannot speak an R –
out of the swamp, the cane appears

and then the mountain we call in whispers Katalina.
The children gnaw their teeth to arrowheads.
There is a parrot imitating spring.

El General has found his word: perejil.
Who says it, lives. He laughs, teeth shining
out of the swamp. The cane appears

in our dreams, lashed by wind and streaming.
And we lie down. For every drop of blood
there is a parrot imitating spring.
Out of the swamp the cane appears.

 

*

 

2. The Palace

The word the general’s chosen is parsley.
It is fall, when thoughts turn
to love and death; the general thinks
of his mother, how she died in the fall
and he planted her walking cane at the grave
and it flowered, each spring stolidly forming
four-star blossoms. The general

pulls on his boots, he stomps to
her room in the palace, the one without
curtains, the one with a parrot
in a brass ring. As he paces he wonders
Who can I kill today. And for a moment
the little knot of screams
is still. The parrot, who has traveled

all the way from Australia in an ivory
cage, is, coy as a widow, practising
spring. Ever since the morning
his mother collapsed in the kitchen
while baking skull-shaped candies
for the Day of the Dead, the general
has hated sweets. He orders pastries
brought up for the bird; they arrive

dusted with sugar on a bed of lace.
The knot in his throat starts to twitch;
he sees his boots the first day in battle
splashed with mud and urine
as a soldier falls at his feet amazed –
how stupid he looked! – at the sound
of artillery. I never thought it would sing
the soldier said, and died. Now

the general sees the fields of sugar
cane, lashed by rain and streaming.
He sees his mother’s smile, the teeth
gnawed to arrowheads. He hears
the Haitians sing without R’s
as they swing the great machetes:
Katalina, they sing, Katalina,

mi madle, mi amol en muelte. God knows
his mother was no stupid woman; she
could roll an R like a queen. Even
a parrot can roll an R! In the bare room
the bright feathers arch in a parody
of greenery, as the last pale crumbs
disappear under the blackened tongue. Someone

calls out his name in a voice
so like his mother’s, a startled tear
splashes the tip of his right boot.
My mother, my love in death.
The general remembers the tiny green sprigs
men of his village wore in their capes
to honor the birth of a son. He will
order many, this time, to be killed

for a single, beautiful word.

 

*

 

Prezzemolo

1. I campi di canna

C’è un pappagallo che imita la primavera
nel palazzo, le penne verde prezzemolo.
Dalla palude spunta la canna

a tormentarci, e noi la tagliamo. El General
cerca una parola; lui è tutto il mondo
che c’è. Come un pappagallo che imita la primavera,

ci sdraiamo a terra urlando trafitti dalla pioggia
e ne usciamo verdi. Non sappiamo dire la R –
dalla palude spunta la canna

e la montagna diventa Katalina nei sussurri.
Son punte di freccia i denti corrosi dei bambini.
C’è un pappagallo che imita la primavera.

El General ha trovato la parola: perejil.
Chi la dice, vivrà. Ride, scintillio di denti
dalla palude. Spunta la canna

nei nostri sogni sferzati dal vento e grondanti.
E ci sdraiamo. Per ogni goccia di sangue
c’è un pappagallo che imita la primavera.
Dalla palude spunta la canna.

 

*

 


2. Il palazzo

La parola che il generale ha scelto è prezzemolo.
È autunno, quando i pensieri volgono
all’amore e alla morte; il generale pensa
a sua madre, che è morta in autunno
e lui piantò presso la tomba il suo bastone
che fioriva imperterrito a primavera formando
fiorellini a quattro stelle. Il generale

s’infila gli stivali, marcia deciso
nella stanza di lei, quella senza
tende, quella col pappagallo
sull’anello d’ottone. E camminando si chiede:
chi posso uccidere oggi. E per un momento
il piccolo nodo d’urla
s’acquieta. Il pappagallo, venuto

fin dall’Australia in una gabbia d’avorio,
ritroso come una vedova, s’allena
alla primavera. Da quel mattino
in cui sua madre cadde in cucina
preparando biscotti a forma di teschio
per il giorno dei morti, il generale
odia i dolci. Ne ordina solo
per il pappagallo; i pasticcini arrivano

cosparsi di zucchero su un letto di pizzo.
Il nodo alla gola diventa uno spasmo;
vede i suoi stivali il primo giorno della battaglia
inzaccherati di fango e di urina
mentre un soldato gli cade ai piedi sbalordito –
che aria stupida aveva! – al suono
dell’artiglieria. Non credevo che cantasse
disse il soldato e morì. Ora

il generale vede i campi di canna
da zucchero, sferzati dalla pioggia e grondanti.
Vede il sorriso di sua madre, i denti
corrosi in punte di freccia. E sente
quelli di Haiti cantare senza le R
roteando i grandi machete:
Katalina, cantano, Katalina,

mi madle, mi amol en muelte. Dio sa
che sua madre non era stupida; sapeva dire
la R come una regina. Persino
un pappagallo sa dire la R! Nella stanza spoglia
le penne lucenti s’inarcano in una parodia
di fronde, mentre le ultime briciole bianche
spariscono sotto la lingua annerita. Qualcuno

chiama il suo nome con voce
così simile a sua madre, una lacrima sbigottita
bagna la punta dello stivale destro.
Madre mia, amore mio nella morte.
Ricorda il generale i minuscoli tralci verdi
nei mantelli degli uomini del villaggio
che celebravano la nascita di un maschio. Stavolta
ordinerà che tanti ne siano uccisi.

per una sola, bellissima parola.

 

La biblioteca di Repubblica. Poesia straniera n. 15 (Gruppo editoriale L’Espresso, 2004), trad. it. Andrea Sirotti

Billy Collins

Collins

Congedo

Esci, libretto,
da questa casa e vai per il mondo,

carrozza di carta che procedi per la città
trasportando un solo passeggero
fuori dalla portata di questa penna tremolante,
lontano dalla scrivania e dalla sua lampada inquisitoria.

È tempo di levare le tende,
mettersi addosso una copertina e avventurarsi là fuori,
è tempo che altri occhi ti guardino
che, così rilegato, mani straniere ti stringano.

E allora andate, infanti della mente,
con un saluto e qualche piccolo paterno consiglio:

state fuori fino e quando vi pare,
non preoccupatevi di scrivere o chiamare,
e parlate a quanti più sconosciuti potete.

 
Balistica (Fazi, 2011), a cura di F. Nasi

Raymond Carver

RaymondCarver interno poesia
Photograph of My Father in His Twenty-Second Year

October. Here in this dank, unfamiliar kitchen
I study my father’s embarrassed young man’s face.
Sheepish grin, he holds in one hand a string
of spiny yellow perch, in the other
a bottle of Carlsbad Beer.

In jeans and denim shirt, he leans
against the front fender of a 1934 Ford.
He would like to pose bluff and hearty for his posterity,
Wear his old hat cocked over his ear.
All his life my father wanted to be bold.

But the eyes give him away, and the hands
that limply offer the string of dead perch
and the bottle of beer. Father, I love you,
yet how can I say thank you, I who can’t hold my liquor either,
and don’t even know the places to fish?

 

*

 

Fotografia di mio padre a ventidue anni

Ottobre. In quest’umida cucina sconosciuta
studio il giovane viso imbarazzato di mio padre.
Con un sorriso mansueto, tiene in mano un filo
di persici gialli e spinosi, nell’altra
una bottiglia di birra Carlsbad.

In jeans e maglietta, si appoggia
al paraurti di una Ford del ’34.
Ai posteri vorrebbe apparire cordiale e sincero,
porta il vecchio cappello alzato sull’orecchio.
Per tutta la vita mio padre ha voluto essere spavaldo.

Ma gli occhi lo tradiscono, e le mani
che molli ci offrono il filo dei pesci morti
e la bottiglia di birra. Papà, ti voglio bene,
ma come faccio a dirti grazie, io che, come te, non reggo l’alcool,
e non saprei neppure dove andare a pescare?

 

© Traduzione inedita di Andrea Sirotti

Edna St. Vincent Millay

millay

La notte è mia sorella, io nel profondo
dell’amore annegata, giaccio a riva,
acque ed alghe a fior d’onda mi lambiscono,
mi ferirà la draga, e c’è di più:
lei, solo braccio teso dalla sabbia,
unica voce il cui respiro sento
a sgelarmi le nari, ad aprirmi la mano,
lei potrebbe avvisarti, se tu udissi.
Ma di certo è impensabile che un uomo
in sí dura tempesta lasci il quieto
focolare e s’imbarchi al salvataggio
di un’annegata per portarla a casa,
sgocciolante conchiglie sul tappeto.
Buia è la notte, e per me piange al vento.

 

L’amore non è cieco (Crocetti, 2001), trad. it. S. Raffo

Hayden Carruth

Hayden_Carruth
Auburn Poem

A book I was reading this morning
by Milan Kundera contains this: “In the algebra
of love a child is the symbol of the magical

sum of two beings.” And now that child
is thirty-nine years old; she is suffering
from a cancer which we are told is incurable

and will become fatal. You have been married
for thirty years to another man, and I
have been married to three other women

and have lived with six whom I did not
marry—a disgrace but there it is, done
and irrevocable. We are old. You are

sixty-nine and I am seventy. It would be
sentimental folly to say I can see in you,
or you in me, the lineaments of our

loving youth. Yet it is true. Your voice
especially takes me back. We are here
because our daughter, whom we conceived

one fine April night in Chicago long ago,
is crucially vulnerable. We meet in agony,
in wordless despair. We meet after years

of separation and mildly affectionate
unconcern. But it’s true, true, this child
who is a mature, afflicted woman

with children of her own, is still a symbol
of that magical sum we were, and in this
wretchedness, without word or touch or hidden

glance, I hold myself out to you, and I know
I am accepted without word or touch or hidden
glance. This, so late, the crisis of our lives.

 

*

 

Poesia di Aurbun

Un libro che leggevo stamattina
di Milan Kundera dice così: “Nell’algebra
dell’amore un figlio è il simbolo della magica

somma di due esseri”. E ora quella figlia
ha trentanove anni; soffre
di un cancro che ci hanno detto incurabile

e le sarà fatale. Sei stata sposata
per trent’anni a un altro uomo, ed io
ho sposato altre tre donne

e convissuto con sei –
una sciagura me è così, compiuta
e irrevocabile. Siamo vecchi. Tu hai

sessantanove anni e io settanta. Sarebbe
follia sentimentale dire di scorgere in te,
o tu in me, i lineamenti della nostra

giovinezza in amore. Eppure è vero. La tua voce
soprattutto mi riporta indietro. Siamo qui
perché nostra figlia, concepita a Chicago

in una bella notte d’aprile tanto tempo fa,
è tragicamente vulnerabile. Ci incontriamo angosciati,
in una disperazione muta. Ci incontriamo dopo anni

di separazione e di appena affettuosa
noncuranza. Ma è vero, vero, questa figlia
che è una donna matura, sofferente

con figli propri, è tuttora simbolo
di quella magica somma che eravamo, e in questa
sventura, senza parole o tocco o sguardo

furtivo, io mi stringo a te, e so
di essere accettato senza parole o tocco o sguardo
furtivo. Questa, così tardi, la crisi delle nostre vite.

 

Rivista “Poesia”. Mensile internazionale di cultura poetica (N. 323, Febbraio 2017) trad. it. F. Mormile

Charles Wright


Marostica, Val di Ser. Bassano del Grappa.
Madonna del Ortolo. San Giorgio, arc and stone.
The foothills above the Piave.

Places and things that caught my eye, Walt,
In Italy. On foot, Great Cataloguer, some twenty-odd years ago.

San Zeno and Caffè Dante. Catullus’ seat.
Lake Garda. The Adige at Ponte Pietra
– I still walk there, a shimmer across the bridge on hot days,
The dust, for a little while, lying lightly along my sleeve –
Piazza Erbe, the twelve Apostles…

Over the grave of John Keats
The winter night comes down, her black habit starless and edged with ice,
Pure breaths of those who are rising from the dead.
Dino Campana, Arthur Rimbaud.
Hart Crane and Emily Dickinson. The Black Château.

 

*

 

Marostica, Val di Ser. Bassano del Grappa.
Madonna dell’Ortolo. San Giorgio, arco e pietra.
Le pendici collinari alte sul Piave.

Luoghi e cose che mi hanno colpito, Walt,
in Italia. A piedi, Grande Catalogatore, vent’anni e passa fa.

San Zeno e il Caffè Dante. Il sedile di Catullo.
Il Lago di Garda. L’Adige a Ponte Pietra
– ci cammino ancora sopra, scintillio sulle arcate nei giorni d’afa,
la polvere che per un poco mi si posa lieve sulla manica –
Piazza delle Erbe, i dodici Apostoli…

Sulla tomba di John Keats
scende la sera invernale, dall’abito nero senza stelle e bordato di ghiaccio
puri respiri di coloro che risorgono dai morti.
Dino Campana, Arthur Rimbaud.
Hart Crane e Emily Dickinson. Lo Château Nero.

 

Italia (Donzelli, 2017), a cura di M. Egan, D. Abeni

Elizabeth Bishop

Elizabeth Bishop

The Unbeliever

He sleeps on the top of a mast.
Bunyan

He sleeps on the top of a mast
with his eyes fast closed.
The sails fall away below him
like the sheets of his bed,
leaving out in the air of the night the sleeper’s.

Asleep he was transported there,
asleep he curled
in a gilded ball on the mast’s top,
or climbed inside
a gilded bird, or blindly seated himself astride.

“I am founded on marble pillars”,
said a cloud. “I never move.
See the pillars there in the sea?”.
Secure in introspection
he peers at the watery pillars of his reflection.

A gull had wings under his
and remarked that the air
was “like marble”. He said: “Up here
I tower through the sky
for the marble wings on my tower-top fly”.

But he sleeps on the top of his mast
with his eyes closed tight.
The gull inquired into his dream,
which was, “I must not fall.
The spangled sea below wants me to fall.
It is hard as diamonds; it wants to destroy us all”.

 

*

 

Il miscredente

Dorme sulla cima dell’albero maestro.
Bunyan

Dorme sulla cima dell’albero maestro
con gli occhi serrati.
Sotto di lui si sciolgono le vele
come le lenzuola del suo letto, esponendo
all’aria notturna la testa del dormiente.

Trasportato lassù nel sonno,
nel sonno s’è raccolto
in una palla d’oro in cima all’albero,
o si è arrampicato dentro un uccello d’oro,
o alla cieca s’è seduto a cavalcioni.

“Ho pilastri di marmo a fondamenta”
ha detto una nube. “Non mi sposto mai.
Vedi i pilastri là nel mare?”.
Sicuro nell’introspezione adesso
scruta i liquidi pilastri del proprio riflesso.

Un gabbiano, le ali sotto le sue,
ha osservato che l’aria
“sembrava marmo”. Lui ha risposto “Quassù
torreggio per il cielo perché le ali
di marmo in cima alla mia torretta volano”.

Ma dorme sulla cima del suo albero maestro
con gli occhi sigillati.
Il gabbiano ha frugato nel suo sogno
che era: “Non devo finire tra i flutti.
Il mare luccicante mi vuole tra i suoi flutti.
È duro come il diamante; vuol distruggerci tutti”.

 

Miracolo a colazione (Adelphi, 2006), trad. it. D. Abeni, R. Duranti, O. Fatica

Laureano Albán

Laureano-Alban

VIAJE A LA CENIZA

¿Qué fueron sino rocíos
de los prados?

Jorge Manrique

Vivir es extinguirse,
cargar el cuerpo hacia su soledad.
Mientras en los mercados crece el mundo
y los días van dejando su ración de milagro.

Se escucha la semilla bajar pausadamente
y sus brotes secretos detenerse,
gradualmente gastados
entre la desmemoria de los soles,
girando en lentos ángulos oscuros,
presagiados en el polvo por su sombra.

Cuando el silencio se presenta
y la nada nos vence
y se detiene
la ansiedad deslumbrante de los ojos
y la mirada abarca
la sinrazón total ante la muerte,
algo vuelve a doler,
algo del mundo que se va apagando
aunque todavía brille, esplenda y ame.

 

*

 

VIAGGIO ALLA CENERE

Cosa furono se non rugiada
dei prati?

Jorge Manrique

Vivere è estinguersi,
caricare il corpo verso la sua solitudine.
Mentre nei mercati cresce il mondo
e i giorni lasciano la loro razione di miracolo.

Si ascolta il seme scendere con lentezza
e i suoi germogli segreti trattenersi,
gradualmente consumati
nella dimenticanza dei soli,
girando in lenti angoli oscuri,
presentiti nella polvere dalla loro ombra.

Quando il silenzio si presenta
e il nulla ci sconfigge
e si trattiene
l’ansietà abbagliante degli occhi
e lo sguardo abbraccia
il torto totale della morte,
qualcosa torna a dolere,
qualcosa del mondo che si va spegnendo
malgrado ancora brilli, splenda, ami.

 

© Inedito di Laureano Albán, traduzione di Tomaso Pieragnolo

W. S. Merwin

W. S. Merwin
For The Anniversary Of My Death

Every year without knowing it I have passed the day
When the last fires will wave to me
And the silence will set out
Tireless traveller
Like the beam of a lightless star

Then I will no longer
Find myself in life as in a strange garment
Surprised at the earth
And the love of one woman
And the shamelessness of men
As today writing after three days of rain
Hearing the wren sing and the falling cease
And bowing not knowing to what

 

*

 

Per l’anniversario della mia morte

Ogni anno senza saperlo ho vissuto il giorno
in cui gli ultimi fuochi mi saluteranno
e il silenzio si preparerà a partire
instancabile viaggiatore
come il raggio di una stella senza luce

allora non mi ritroverò più
nella vita come in un vestito strano
sorpreso dalla terra
e dall’amore di una donna
e dall’impudenza degli uomini
come oggi che scrivo dopo tre giorni di pioggia
sento lo scricciolo cantare e il temporale finire
e m’inchino senza sapere a cosa

 

La biblioteca di Repubblica. Poesia straniera n. 15, (Gruppo editoriale L’Espresso, 2004), trad. it. Andrea Sirotti

Tess Gallagher

FLGALLAGHER20

Bollettino Meteorologico

I poeti romeni
ai tempi di Ceausescu, diceva
Liliana, codificavano

la loro opposizione ai despoti
in questo modo: siccome
mancava il gas e avevano freddo, come
tutti, non dovevano fare altro che scrivere

che freddo che fa… tanto freddo e i loro
lettori capivano esattamente cosa volevano dire.
Nessuno finì in galera
per una cosa del genere.

Liliana, nel cuore della notte
scriveva le poesie
indossando i guanti.

Io mi sa che me li tolgo.
Qui si gela.
Un ghiacciaio mi schiaccia il cuore.

 

 

Viole nere (Einaudi, 2014), trad. it. R. Duranti

© Foto di Brian Farrell