Julian Zhara


Che geloso com’ero del tuo passato
di un uomo soltanto: tuo padre,
di te, delle altre, da prima, l’uomo
su cui hai modulato l’idea di uomo
nel lastricare il percorso di mimi
fuggendo o calcando l’immagine miliare,
i volti degli altri uniti a creare uno suo: sbiadito.
Di nessun altro sono mai stato geloso.

Ne estraevo la forma a partire
dalle tue due pupille, proiettandola intorno
una volta incarnata nello spazio tra me, te,
queste labbra si alteravano fino
a farsi gabbia
indicarti la ferita a partire dalla cura;
la terra non può più appartenere
a chi l’ha abbandonata.

In silenzio ti osservavo elencarmi piano
la lista di lacune che dovevo supplire,
per poi vederti volgere lo sguardo in basso,
alzarti lentamente e dirmi: vado, è tardi;

indaffarata com’eri
non mi hai mai riparato dalla paura
che a riflettere fosse in me (anche se lontanamente)
la sua di figura,
e ne uscivo sconfitto.

 

Vera deve morire (Interlinea, 2018)

© Foto di Piero Viti

Arben Dedja

arben_dedja

 

Elegia crudele per mio padre

Ho lavato mio padre morto
una mattina di marzo con i geloni
d’inverno ancora ai piedi
e proprio ai piedi iniziai
– acqua e sapone – finché ebbe
odore di detersivo poi tra le cosce
ho sfiorato appena i testicoli in quella
occasione per la prima volta svelati
lo vestii con camicia e abito
il migliore tenendogli dritta
la testa che non cadesse sul petto
lo sdraiai senza-orologio-e-senza-anello
gli pettinai i capelli bianchi lo rasai
a secco ansimai con le scarpe
nuove tre-manici-di-cucchiai-spezzati e
alla fine gli misi una cravatta dopo
aver fatto prima il nodo sul mio
collo.

 

La manutenzione delle maschere (Kolibris, 2010), a cura di M. Lecomte

Gëzim Hajdari

Gëzim Hajdari

 

Tu esisti di fronte all’inverno
come una ferita. Immobile e forestiera
in uno spazio imperfetto, mai ospitale,
aspettando che il silenzio uniforme della sabbia
ti parli del segreto.
Non ti stordire dei fiumi vaganti e dei nuovi alberi
che prima non c’erano. D’intorno continuerà la caducità
delle cose, la scomparsa dei poeti che legano
il cielo alla terra.
È detto che moriremo nelle terre opposte.
I miei anni: fuga nell’ignoto e risvegli spaventati nella notte.

 

da Poesie scelte (Controluce, 2014)