Gilbert Lely

 

Interno

Poiché l’ora è notturna e dicembre e si muore;
poiché fuori fa freddo e in casa c’è calore;
poiché il fuoco sonoro, chiaro, canta il suo canto
delle foglie e del vento al rumor somigliante,
e la neve sorniona e morbida attutisce
il tumulto inquieto che per la via fluisce;
poiché le tende grevi e nell’ombra assopite
ricadon con languore sui soffici tappeti
teneri come il sonno e la sabbia dei greti;
poiché come due sogni sono le nostre vite,
questa sera, due sogni che, dall’alba fugati,
fuggendo si sarebbero con delizia intrecciati,
e i nostri corpi tra l’ombra e la solitudine
si dissolvono in una squisita lassitudine, –
Cara, svestiti tutta: oh! la tua nudità
d’un regale splendore il buio illuminerà,
e noi scivoleremo, muti, nel nostro letto,
bocca su bocca, i tuoi seni contro il mio petto.
Ma casto scorderò tutti i cattivi ardori:
sì, io m’inebrierò soltanto dei tepori
della tua carne. E mentre la Notte con amore
poserà su di noi dell’ala sua il candore,
in un abbraccio immobile noi due ci stringeremo
e il gioco dolce e triste dei morti giocheremo.

 
Poesie scelte (Bibliopolis, 2002), trad. it. M. Bàino,V. Barba, E. D’Ambrosio

Arseny Tarkovsky

arseny-tarkosky
Ogni istante dei nostri incontri
lo festeggiavamo come un’epifania,
soli a questo mondo. Tu eri
più ardita e lieve di un’ala di uccello,
scendevi come una vertigine
saltando gli scalini, e mi conducevi
oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti
al di là dello specchio.
Quando giunse la notte mi fu fatta
la grazia, le porte dell’iconostasi
furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva
e lenta si chinava la nudità
nel destarmi: “Tu sia benedetta”,
dissi, conscio di quanto irriverente fosse
la mia benedizione: tu dormivi,
e il lillà si tendeva dal tavolo
a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre,
e sfiorate dall’azzurro le palpebre
stavano quiete, e la mano era calda.

Nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumigavano i monti, rilucevano i mari,
mentre assopita sul trono
tenevi in mano la sfera di cristallo,
e – Dio mio! – tu eri mia.

Ti destasti e cangiasti
il vocabolario quotidiano degli umani,
e i discorsi s’empirono veramente
di senso, e la parola tua svelò
il proprio nuovo significato: zar.

Alla luce tutto si trasfigurò, perfino
gli oggetti più semplici – il catino, la brocca – quando,
come a guardia, stava tra noi
l’acqua ghiacciata, a strati.

Fummo condotti chissà dove.
Si aprivano al nostro sguardo, come miraggi,
città sorte per incantesimo,
la menta si stendeva da sé sotto i piedi,
e gli uccelli c’erano compagni di strada,
e i pesci risalivano il fiume,
e il cielo si schiudeva al nostro sguardo…

Quando il destino ci seguiva passo a passo,
come un pazzo con il rasoio in mano.

 

 

Poesie scelte (Libri Scheiwiller, 1989), trad. it. G. Zappi

William Cliff

William_Cliff

 

Malinconia
(su un disegno di Fréderic Pajak)

quando ero bambino solitario in campagna
e il cielo aperto mi cadeva sulla testa
e il mare intorno mormorava per venire
a rinchiudermi in una putrida marea

quando in calzoncini sporchi e ridicoli
mostravo le mie ginocchia storte ed ero
un insetto perso nell’umore infinito
degli adulti cattivi che bestemmiavano

allora mi fermavo un momento in spiaggia
e con la mano mi coprivo la faccia per
non vedere l’orrore di esser nato in terra
e aspettare sempre che rispunti il sole

 

Poesie scelte (Fermenti, 2015), a cura di F. Bajec