Patrick McGuinness


The Age of the Empty Chair

In Monet’s The Beach at Trouville, it is week one of the Franco-Prussian war.
The chair lodges in the sand between two women. One reads, the other

points her face at the emptying beach. The chair belongs to no one,
it is a found chair, a trouvaille, and there is not one chair too many

but one sitter too few. A flag rigid on its pole indicates
a swelling in the air, or something stronger, and the rent waves,

delicate turmoils of spume and lace, are distant cousins of the revolution,
bound into the ebb and flow it breaks free of, then breaks back into.

There is sand in the paint; the place is mixed into its making,
and even the brushstrokes replicate the water’s peaks as they take

the light: rooves pell-mell across a city skyline, flashpoints in the sun.
The chair suggests all that can be suggested about change, but it remains

apart from it: the way a sail suggests the wind; the way a shell holds
a recording of the waves even as the waves turn around it.

 

*

 

L’età della sedia vuota

Ne La spiaggia a Trouville di Monet è la prima settimana della guerra franco-prussiana.
La sedia è sulla sabbia tra due donne. Una legge, l’altra

ha il viso rivolto alla spiaggia che si svuota. La sedia non è di nessuno,
è una sedia trovata, una trouvaille, e non c’è una sedia in più

ma una persona in meno. Una bandiera ritta sull’asta segnala
un muoversi dell’aria, o qualcosa di più, e le onde frante,

delicati tumulti di spuma e pizzo, sono lontane cugine della rivoluzione,
legata al flusso e riflusso da cui si rompe, e in cui di nuovo irrompe.

C’è sabbia nel dipinto; il luogo si fonde con la sua fattura,
e perfino le pennellate replicano i picchi dell’acqua quando prendono

la luce: tetti alla rinfusa su un orizzonte urbano, scoppi nel sole.
La sedia suggerisce tutto ciò che si può suggerire sul cambiamento, ma vi rimane

distaccata: così come una vela suggerisce il vento; come una conchiglia registra
il suono delle onde proprio mentre le onde le girano intorno.

 

L’età della sedia vuota (Il ponte del sale Editore, 2011), cura e traduzione di Giorgia Sensi

Miguel Hernández


Io non voglio altra luce che il tuo corpo sul mio

Io non voglio altra luce che il tuo corpo sul mio:
chiarità assoluta, trasparenza rotonda.
Limpidezza il cui grembo, come il fondo del fiume,
con il tempo si afferma, con il sangue si affonda.

Che lucenti e durevoli materie ti hanno fatto,
oh cuore pieno d’alba, mia pelle mattutina?
Io non voglio altro giorno che non sia dal tuo seno.
Il tuo sangue è il domani che giammai si conclude.

Solo il tuo corpo è luce, sole: il resto è tramonto.
Io non vedo le cose che al lume del tuo volto.
Altra luce è lo spettro, niente più, del tuo passo.
Il tuo sguardo insondabile mai si volge a ponente.

Chiarità senz’alcun declino. Somma essenza
del lampo che non cede né abbandona la cima.
Gioventù. Limpidezza. Chiarità. Trasparenza
che fa vicini gli astri di fuoco più lontani.

Chiaro il tuo corpo bruno di fiamma fecondante.
Erba nera l’origine, erba nera le tempie.
Un sorso nero gli occhi e lo sguardo distante.
Giorno blu. Notte chiara. Ombra chiara che vieni.

Io non voglio altra luce che l’ombra tua dorata
dove spuntano anelli di un’erba che dà ombra.
Nel mio sangue, con fede dal tuo corpo incendiato,
per tutto il tempo è notte: per tutto il tempo è giorno.

 

© Rivista Poesia (N. 286, ottobre 2013)

Maria Grazia Calandrone


fototessera di Lucia Galante

sotto il vestito buono
preme l’esuberanza onesta della carne (tese
le cuciture sulle spalle)
ed è facile immaginare quel corpo
muoversi sotto il cielo vastissimo del grano di maggio,
stare nella compattezza
di un’esistenza sola
sotto il peso del cielo,
sentire il peso del cielo
e una valenza come di moltitudine che non va indagata
mamma, se dal centro del grano risale
lo stridore meccanico della tua morte
immatura come il grano di maggio
e perdonata
come si perdona un papavero
nella solitudine del grano,
come si perdona la vita
che non conosce altro che se stessa

 

© Inedito di Maria Grazia Calandrone

© Foto di Dino Ignani

Pier Paolo Pasolini


Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 2003)

Chandra Livia Candiani


Siamo nuvole
i nomi complicano la tessitura
ma siamo nuvole,
notturne mattiniere
dipende,
oltraggiose spaurite
candide sprezzanti,
cavalieri e cavalcature
bastimenti e animali
siamo pronte
a dissolverci con fierezza
in quel tutto pacatissimo
del cielo ultimo
che ci affida il mondo.
Siamo nuvole
cambiamo vita di frequente
lì, sopra il disordine della realtà
il fondo
sereno delle cose,
la pioggia
la sete.

 

Fatti vivo (Einaudi, 2017)

Hart Crane


The Brooklyn Bridge

How many dawns, chill from his rippling rest
The seagull’s wings shall dip and pivot him,
Shedding white rings of tumult, building high
Over the chained bay waters Liberty—

Then, with inviolate curve, forsake our eyes
As apparitional as sails that cross
Some page of figures to be filed away;
—Till elevators drop us from our day…

I think of cinemas, panoramic sleights
With multitudes bent toward some flashing scene
Never disclosed, but hastened to again,
Foretold to other eyes on the same screen;

And Thee, across the harbor, silver-paced
As though the sun took step of thee, yet left
Some motion ever unspent in thy stride,—
Implicitly thy freedom staying thee!

Out of some subway scuttle, cell or loft
A bedlamite speeds to thy parapets,
Tilting there momently, shrill shirt ballooning,
A jest falls from the speechless caravan.

Down Wall, from girder into street noon leaks,
A rip-tooth of the sky’s acetylene;
All afternoon the cloud-flown derricks turn…
Thy cables breathe the North Atlantic still.

And obscure as that heaven of the Jews,
Thy guerdon . . . Accolade thou dost bestow
Of anonymity time cannot raise:
Vibrant reprieve and pardon thou dost show.

O harp and altar, of the fury fused,
(How could mere toil align thy choiring strings!)
Terrific threshold of the prophet’s pledge,
Prayer of pariah, and the lover’s cry,—

Again the traffic lights that skim thy swift
Unfractioned idiom, immaculate sigh of stars,
Beading thy path—condense eternity:
And we have seen night lifted in thine arms.

Under thy shadow by the piers I waited;
Only in darkness is thy shadow clear.
The City’s fiery parcels all undone,
Already snow submerges an iron year…

O Sleepless as the river under thee,
Vaulting the sea, the prairies’ dreaming sod,
Unto us lowliest sometime sweep, descend
And of the curveship lend a myth to God.

 

*

 

Al ponte di Brooklyn 

Per quante albe, mentre si sveglia gelido dal suo
Sonno ondeggiante, le ali del gabbiano
Lo faranno tuffare e roteare, e spargeranno attorno
Circoli bianchi di tumulto, eleveranno alta
La Libertà, sopra le incantate acque della baia

Poi con curva inviolata lasciano i nostri occhi
Spettrali come vele che si incrociano
Su qualche foglio illustrato da archiviare;
– Fino a che gli ascensori non ci spingono
Fuori dal nostro giorno…

Penso ai cinema, destrezze panoramiche
Con moltitudini inclinate verso qualche scena lampeggiante
Mai svelata, ma verso cui si accelera ogni volta,
Anticipata da altri occhi sullo stesso schermo;

E Tu, attraverso la baia, con passi d’argento
Come se il sole salisse su di te, lasciando però
Un po’ di movimento non speso nella tua andatura, —
La tua libertà implicitamente ti tiene fermo!

Da qualche botola della metropolitana, cella o solaio
Un pazzo si affretta verso i tuoi parapetti,
Percola lì per un momento, la camicia che si gonfia con suono acuto,
Uno zimbello cade dalla carovana senza parole.

Giù al Muro, dalla travata alla strada trapela il mezzogiorno,
Un dente strappato dell’acetilene del cielo;
Per tutto il pomeriggio le gru sfumate dalle nuvole girano…
I tuoi cavi respirano il calmo Atlantico del Nord.

E oscura come quel paradiso degli Ebrei,
La tua ricompensa… concedi tu elogi
Di anonimità che il tempo non può sollevare:
vibranti dilazioni e perdono tu mostri.

O arpa e altare, fuse dalla furia,
(Come potrebbe un semplice lavoro allineare le tue corde corali!)
Soglia grandiosa della promessa del profeta,
preghiera di un paria, e il pianto dell’amante, —

Di nuovo le luci del traffico che sfiorano il tuo veloce
Idioma frastagliato, visione immacolata di stelle
Che imperlano il tuo cammino—condensano l’eternità:
E abbiamo visto la notte sollevata nelle tue braccia.

Sotto la tua ombra tra i piloni ho aspettato;
Solo nell’oscurità la tua ombra è chiara.
I pacchetti infuocati della Città tutti sfatti,
La neve già sommerge un anno di ferro…

Oh Insonne come il fiume sottostante,
Tu che scavalchi con un arco il mare
E la zolla sognante delle praterie, slànciati
Verso le nostre bassezze, e qualche volta scendi,
E con la tua curvatura presta un mito a Dio.

 

Il ponte e altre poesie (Guanda, 1967), trad. it. R. Sanesi

Roberta Dapunt

dapunt

A chi pensa che io non sia di oggi,
io dico che il mio stare ad ascoltarlo è oggi.
Non è ieri, non sarà domani la mia attenzione,
bensí oggi. Oggi sono e sto qui davanti al foglio di carta,
sente forte il graffio di ogni mia parola.
Che da esse parte l’intimità quotidiana del mio corpo,
il suo nudo guardarmi è aderenza indubitabile alla realtà.
Da lui soltanto la mia vista, da lui il mio udito,
nelle sue mani l’umido nero degli orti in questo luogo
e sotto i piedi il fruscio verde e nel dicembre
il freddo a mostrare chiare le stelle.

Dunque, so di non errare. Non mi perdo,
finché posso tenermi forte a questo.

 

Le beatitudini della malattia (Einaudi, 2013)

Giorgio Manganelli

Scrivi, scrivi;
se soffri, adopera il tuo dolore:
prendilo in mano, toccalo,
maneggialo come un mattone,
un martello, un chiodo,
una corda, una lama;
un utensile, insomma.
Se sei pazzo, come certamente sei,
usa la tua pazzia: i fantasmi
che affollano la tua strada
usali come piume per farne materassi;
o come lenzuoli pregiati
per notti d’amore;
o come bandiere di sterminati
reggimenti di bersaglieri.

 

Poesie (Crocetti, 2006)

Elio Pagliarani

Cominciò studiando il corpo nero
Max Planck all’inizio del secolo (dispute se era il principio o la fine
del secolo), le radiazioni del corpo nero nella memoria
del 14 dicembre 1900
bisognava supporre che quanti d’azione fossero alla base
dell’energia moltiplicata per il tempo
Elena oh le sudate carte la luce
è una gragnuola di quanti, provo a dirti che esiste opposizione
fra macrofisica e microfisica che il mondo atomico delle particelle elementari
è studiato dalla meccanica quantistica – scuola di Copenaghen
e da quella ondulatoria del principe di Broglie che ben presto i fisici
si accorsero come le nuove meccaniche benché basate su algoritmi differenti
siano in sostanza equivalenti: entrambe negano
negano che possano esistere precisi rapporti di causa e effetto
affermano che non si può aver studio di un oggetto
senza modificarlo
la luce che piomba sull’elettrone per illuminarlo
E io qui sto
e io qui sto Elena in gabbia e aspetto
il suono di un oggetto la comunicazione dell’effetto
su te, delle modifiche
Non sono io
che ti tradisco, chi ti prende alla gola è la tua amica
la vita

Io cosa vuoi se tiene duro il muscolo cardiaco
è ormai provato che sono una pellaccia, mi tingerò i capelli Einstein piuttosto
e la sua chioma, te lo immagini quando dovette prendere la penna
scrivendo a Roosevelt «Caro presidente, facciamola
l’atomica sennò i nazi» l’azione dell’energia
dell’energia moltiplicata per il tempo l’epistassi
anzi il sangue dal naso, diceva Pasquina alla tua età, il sangue dal naso che ti libera

Se si vuol sapere se A è causa dell’effetto di B
se il microggetto in sé è in conoscibile
se l’onda di Broglie per i fisici di Copenaghen
non è altro che l’espressione fisica della probabilità posseduta
dalla particella di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro onda cioè generata
dalla mancanza di un rigoroso nesso causale in microfisica
Perciò l’atomica
per la legge dei grandi numeri la probabilità tende alla
certezza
Perciò l’atomica
Poi la teoria dell’onda pilota e quella, così cara al nostro tempo
della doppia soluzione, e se esiste il microggetto in sé, se la materia
può risponderci con un comportamento statistico
Dio gioca ai dadi

con l’universo? E se la terra
ne dimostrasse il terrore?
Non gridare non gridare che ti sentono non è niente mentre graffio una poltrona
Herman Kahn ha già fatto la tabella
delle possibili condizioni postbelliche, sicché i 160 milioni di decessi in casa sua
non sarebbero la fine della civiltà, il periodo necessario per la ripresa economica
sarebbero 100 anni; va da sé che esiste, egli scrive, un ulteriore problema
quello cioè se i sopravissuti avranno buone ragioni
per invidiare i morti

Quanta gioia mi dai quando ti stufi
di me, quando mi dici se scriverai di me dirai di gioia
e che sia gioia attiva, trionfante, che sia una barzelletta
spinta, magari
L’odore delle erbe di campagna nel piatto da Cesaretto ruchetta
pimpinella un’insalata d’erbe della terra tenere espansive degli umori
il cielo di qui che interviene sulla gente compresente orizzontale
e tu e tu ognuno cui ti inviti a ballare ti accende
gli occhi e si fa bello e cresce
vino rosso
capriole con lancio di cuscini
nella mia stanza

Ma cosa credi che non sia stufo anch’io di coabitare
con me la mia faccia la mia pancia
anche in noi c’è dentro la voglia
di riassuefarci alla gioia, affermare la vita col canto
e invece non ci basta nemmeno dire no che salva solo l’anima
ci tocca vivere il no misurarlo coinvolgerlo in azione e tentazione
perché l’opposizione agisca da opposizione e abbia i suoi testimoni.

 

Lezione di fisica e fecaloro (Feltrinelli, 1968)

© foto di Dino Ignani

Giovanni Giudici

giudici

Dal cuore del miracolo

Parlo di me, dal cuore del miracolo:
la mia colpa sociale è di non ridere,
di non commuovermi al momento giusto.
E intanto muoio, per aspettare a vivere.

Il rancore è di chi non ha speranza:
dunque è pietà di me che mi fa credere
essere altrove una vita più vera?
Già piegato, presumo di non cedere.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 2014)