Andrea Cati


a M.

Ti ho perso nel traffico di Corso Buenos Aires
accanto alle vetrine il tuo sguardo si è mescolato
alla ferocia della notte, uomini in abiti eleganti
ti hanno portato via, eri la prova perfetta
una mano letale contro il mio sguardo
la perizia di una scossa, parabola
futura, luce che non attende
noi due, un vizio del caso, dadi
tirati a sorte. Tutti a guardare
cosa la vita promette
un equilibrio lungo un bacio
il nostro addio nella metro.

 

© Inedito di Andrea Cati

Renzo Paris


Come sarà il mattino di domani,
sarò ancora in piedi e la poesia
sarà pur sempre una cosa da ragazzi?

Lo chiedo a te, mia Sibilla,
accucciata sopra un platano frondoso
del Lungotevere, che come un fuso

volteggiavi in un capodanno di bicchieri,
lanciati nel cortile. La poesia
è tornata bambina, indossa la tua

vestaglietta blu, con il muso serrato,
in quel polverso ballo del Settantatre.
Sfoglia adesso, mi dici, le crude primavere

invernali, le schizofreniche estati autunnali,
dove termina ciò che non ha mai avuto fine.
Albeggia, il canto dell’allodola fuga

le ombre della notte. Vita mia, presto
volerò da te. Ma io perché indugio,
che cosa mi trattiene ancora?

 

Il mattino di domani (Elliot, 2017)

© Foto di Andrea Auletta

Rita Pacilio


Capiterà a tutti di essere una boa
in mezzo al mare, una boa
dalla forma di pesce supino
dalla voce umana con braccia di violino

al posto delle branchie l’anima
spugna polposa e fili d’erba i capelli.

Si diventa così quando si va via

un nome senza nome
rimasto tra le palpebre e la mente
giovinezze disperse in un altro viaggio.
Quando anche le viscere svuoteranno

residui della traversata
resteranno bucce vuote
involucri rancidi, mezzi sorrisi,
il seno ormeggiato.

Questo siamo quando lasciamo
una casa, un fiore, chi abbiamo amato.
Capiterà a tutti di essere una boa

in mezzo al mare, pesci, uccelli dal ventre tremante.

 

Prima di andare – poesie e lettere d’amore (La Vita Felice, 2016)

Rabindranath Tagore

Vita della mia vita,
sempre cercherò di conservare
puro il mio corpo,
sapendo che la tua carezza vivente
mi sfiora tutte le membra.

Sempre cercherò di allontanare
ogni falsità dai miei pensieri,
sapendo che tu sei la verità
che nella mente
mi ha acceso la luce della ragione.

Sempre cercherò di scacciare
ogni malvagità dal mio cuore,
e farvi fiorire l’amore,
sapendo che hai la tua dimora
nel più profondo del cuore.

E sempre cercherò nelle mie azioni
di rivelare te,
sapendo che è il tuo potere
che mi dà la forza di agire.

 

Poesie. Gitanjali – Il giardiniere (Newton Compton, 2012), trad. it. G. Mancuso

Maria Luz Albuja Bayas


Sfiorami con le tue ali per sapere che esisto
anche se non so di coordinate
ed ho perso i segnali che potrebbero essere il mondo

Sento il latte caldo a punto di schizzare dal mio petto
ma non posso vedere.
Non trovo gli orifizi che mi lascino scorgere la luce.

Intuisco il ventre abitato
a punto di ballare con la musica
che solo io sento dentro
ma non posso vedere.

Aspetto nella strada vuota
sotto lo sguardo omnisciente della città.

Sfiorami con le tue ali
con le tue mani allevia il mio fuoco
per sapere se ancora esisto.
Per sapere se per caso devo continuare ad aspettare.

 

*

 

Rózame con tus alas para saber que existo
aunque no sé de coordenadas
y he perdido las señales que podrían ser el mundo.

Siento la leche caliente a punto de saltarme del pecho
pero no puedo ver.
No encuentro los orificios que me permitan atisbar la luz.

Intuyo el vientre habitado
a punto de bailar con la música
que sólo yo escucho hacia adentro
pero no puedo ver.

Espero en la calle vacía
bajo la mirada omnisciente de la ciudad.

Rózame con tus alas
con tus manos alivia mi fuego
para saber si aún existo.
Para saber si acaso debo seguir esperando.

 

© Versione italiana di Antonio Nazzaro

Valerio Grutt


Non dimenticarti mai che sei viva
anche quando tramonta la stanza
e le voci si fanno lontane
anche quando il dolore ti copre
ti chiude la faccia e si blocca
il film dei figli, dei pochi amanti.
Tu non dimenticare mai che sei qui
dove non c’è morte
e lo spettacolo non lascia in pace.
Si moltiplica il sole
al di là dei monti, si aprono
nuove porte negli occhi degli incontri
e questo mio cuore batte solo
mentre si alza il tuo respiro.

 

© Inedito di Valerio Grutt

© Foto di Daniele Ferroni

Annarita Rendina


Vieni amore,
c’è un lago di sale senza fine
per le nostre ferite aperte e tufo
per ingessare i nostri baci e vento
per spaccarci le labbra e sgretolare
tanta bellezza che frana sul cuore.

Vedrai come tutto qui è bruciato
e crederai a un’estate perenne.
Imparerai allora a riconoscere la mia pelle
riarsa tra tutte le altre
e finalmente leggerai le macchie sparse,
banchi d’alghe scure alla deriva,
come la mappa dei miei luoghi,
cronistoria colorata
dei miei naufragi più riusciti.

Vieni,
chiudiamoci in una casa di mare
dov’è sempre vacanza
e la domenica odora
dell’umido di pietra bagnata
e di basilico appena colto.
Passeggeremo tra malinconie
malcelate, gioie sbraitate
e anche a te i pescatori insegneranno
mille nomi nuovi per un vecchio amore,
ti diranno del mare come un bambino
fa del fratello più grande:
misto di rancore ed urgenza che secca la gola
e fa più roca la voce.

 

Nasse (Interno Poesia, 2017)

Umberto Piersanti


La giostra

ah, quella giostra antica
nella ressa di scooter
di ragazze vocianti, luminose
dentro jeans stretti
e falsotrasandati,
dei fuoristrada rossi
sul lungomare,
escono da ogni porta,
da ogni strada,
straripano nell’aria che già avvampa,
è l’ ora che precede
dolce la sera

ma nessuno che salga
sui cavalli, di legno
coi pennacchi e quella tromba
gialla, come nel libro
di letture, la musica
distante e incantata,
quella che rese altri
le zucche e i rospi

li c’era una ragazza
tutta sola,
vestita da Pierrot
la faccia bianca,
nessuno che prendesse
i bei croccanti,
lo zucchero filato
dalla sua mano

Jacopo che tra gli altri
passa, senza guardare,
dondola il grande corpo
e li sovrasta,
abbracciò un cavallo
e poi pendeva
dopo riuscì ad alzarsi,
rise forte

figlio che giri solo
nella giostra,
quegli altri la rifiutano
così antica e lenta,
ma il padre t’aspetta,
sgomento ed appartato
dietro il tronco,
che il tuo sorriso mite
t’accompagni
nel cerchio della giostra,
nella zattera dove stai
senza compagni

 

Nel tempo che precede (Einaudi, 2002)

© Foto di Dino Ignani

Marina Cvetaeva


Affido questo libro al vento
e alle cicogne di passo.
Un tempo – gridando il distacco –
la voce ho spezzato.

Getto questo libro come una bottiglia
in mare, nel vortice delle battaglie.
Ché viaggi, come un cero votivo,
passando di mano in mano.

O vento, vento, mia fedele scolta,
ai miei cari riporta
come ogni notte in sogno io compia
la via che da Nord a Sud mi scorta.

 

Il Campo dei cigni (Nottetempo, 2017), a cura di Caterina Graziadei

Mario De Santis

“Come si dice l’incidente è chiuso”
(V. Majakovskij)

Li guardo i tuoi occhi che non fissano me, nella foto
sono il rovescio dello specchio e vanno larghi
da sciarre che ti frantumano, mortali, a tempo, all’anteriore,
del margine e di sale. Ora lo dici, che preferisci la terra bruciata
delle storie che ti tieni sepolta nel sangue
e non guardare che viene. Ma non vivere il tempo
è come farsi respirare. Qui si resta, dove accade che vai.
Non è lo stesso basamento, il molo di Napoli, o il punto del creato
a chiedere distanze, a misurare due pronomi di due lingue
straniere: era un giardino di città, spoglio tra viali e binari
dove abbiamo cercato qualcosa che invece non era morte.

Cercavamo le chiavi, tra i fazzoletti usati ed i condom
a chiudere uno nell’altro – era perfetto come sai;
la caserma Cernaia come la prigione, ma niente obbediva
ai suoi giorni, con noi sotto l’albero a notte, lenti passavano
i tram, lenta l’ombra che siamo di foto che nessuno vedrà
in cui nascondere così bene il groppo di buio
da dove cercavamo di tornare. E ridevamo, eccitati
ma abbiamo frainteso la vita – e non lo sapremo.
Andava giocata, anche da vinti, anche se ci aspettava divisi.

 

(Torino, settembre 2015)

 

© Inedito di Mario De Santis

© Foto di Valentina Tamborra