Marina Cvetaeva


Affido questo libro al vento
e alle cicogne di passo.
Un tempo – gridando il distacco –
la voce ho spezzato.

Getto questo libro come una bottiglia
in mare, nel vortice delle battaglie.
Ché viaggi, come un cero votivo,
passando di mano in mano.

O vento, vento, mia fedele scolta,
ai miei cari riporta
come ogni notte in sogno io compia
la via che da Nord a Sud mi scorta.

 

Il Campo dei cigni (Nottetempo, 2017), a cura di Caterina Graziadei

Faraj Bayrakdar


Richiamo

Il tuo richiamo di colomba mi insegue la sera.
Inseguimi, allora.
E’ come il vino della poesia quando mi chiami
e io per causa tua
spingo i cavalli alle lacrime
piego le ali agli uccelli
sfioro il canto.
Il tuo richiamo è un’altalena
quando lo spazio si restringe
si restringe nell’assenza.
L’albero del cuore basta
se cade la nostra brezza
e noi cadiamo con lei?
E’ fatto del nostro sangue l’albero del cuore
o è solo illusione?
Una domanda che mi tormenta meteora dopo meteora
una rosa due rose
mi dormono sul braccio
e l’alba s’insinua azzurra
perché si bagni la rugiada
perché io la veda.
Per questa domanda gazzella
per quel che ci terrà imprigionati
nella rete della risposta
perché il cielo non si restringa.
Libererò uno stormo di giovani colombe
e aprirò le mie mura al loro domani.
Se mi annegheranno nel richiamo
annegherò
e se mi sveglieranno
lascerò aperta la finestra del sogno
e dormirò.

Sezione Palestina, 1987

 

Il luogo stretto (Nottetempo, 2016), a cura di Elena Chiti

Andri Snær Magnason


Si è ciò che si mangia

Nonno era al 70% acqua
nonno era al 70% il ruscello
che scorreva dai monti
accanto a casa

Era al 30%
la trota di ruscello
la pernice nella brughiera
e gli agnelli nei pascoli erbosi
che ondeggiano
al vento attorno a casa

Io non sono al 70% acqua
tutt’al più al 17% San Pellegrino
cui sono mescolati della Cola zero e del caffè

Sono pasta italiana e riso cinese
sono prosciutto danese e ananas sudafricano
nelle mie vene scorre ketchup americano

Si è ciò che si mangia
sono un mondo in miniatura

Sono un Bonus in miniatura

 

Bonus – con il 33% di poesie in più (Nottetempo, 2017), trad. it. Walter Rosselli

David Riondino

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La ragazza di Kobane

I turchi della collina osservano la battaglia.
Un gruppo di miliziani alza la bandiera nera.
Il presidente dichiara che la città è perduta
ma i resistenti strappano la bandiera.

I turchi dalla collina osservano la battaglia.
Le vittime della furia resistono ai tagliagole.
Fantasmi di altre città ritornano dal passato:
Sarajevo, Varsavia, Stalingrado.

Le stelle dalla collina osservano la battaglia.
Un gruppo di partigiani strappa la bandiera nera.
Il giorno dopo i nazisti vogliono rialzarla ancora:
I lampi degli alleati li fulminano dal cielo.

La stampa dalla collina fotografa la battaglia.
Il giornalista racconta con il coltello alla gola
di Dio che lo ha illuminato nel segno del califfato.
Tragedia della paura, che fa cambiare natura.

Le figlie dalla collina osservano la battaglia.
Le madri dagli occhi verdi contro i mercanti di schiavi
la furia dei miliziani, la foia della canaglia
quando violenta gli inermi durante i rastrellamenti.

Gli angeli dalla collina contemplano la battaglia.
I diavoli che possiedono le anime dei soldati
le immagini di terrore insieme alle litanie
con cui bestemmiano i demoni il nome santo di Dio.

Le donne dalla collina osservano i mercenari.
La feccia dell’occidente, la vocazione al saccheggio
e tutto l’immaginario di testi periferie,
tra cinema dell’orrore e bassa pornografia.

E il vento dalla collina ti saluta e ti accompagna
su di una strada dritta, con il fucile a tracolla.
La ragazza di Kobane si volta indietro un momento
mentre continua a marciare verso la linea del fronte.

E i fuochi dalla collina ti scompagnano alla guerra
contro i mercanti di schiavi e diavoli dell’inferno,
l’accidia dell’occidente e la canaglia nazista
e i vampiri nascosti nei governi.

La ragazza di Kobane va sulla linea del fronte,
ci guarda solo un momento mentre cammina da sola.
La Libertà è una medaglia che si conquista sul campo,
non è più solamente una parola.


Lo sgurz
(nottetempo, 2016)

Vittorio Lingiardi

lingiardi
Isfahan
il cielo è basso
spenta la luna
l’odore è di freddo
e pane.

Isfahan dove si spezza il cavo
manca la luce
la corsa è di lepre
ma muore.

Isfahan
anche l’amore è un pascolo
stretta di mano
scavalcami le palpebre
ho paura.

Teheran
è il giorno delle nozze
porta il velo
girati e sorridi
al mistero.

 

Alterazioni del ritmo (nottetempo, 2015)

Andrej Budal

Andrej_Budal interno poesia

 

Bollettino di guerra

Quarto anno di guerra. Verso sera
al bollettino mi spinge attraverso i castagni
in un’attesa ogni giorno più dolorosa.
“Niente di nuovo”, dice il corriere.

Niente di nuovo: la morte prosegue il banchetto,
oggi come ieri lo stesso macello,
agonie, centinaia di migliaia di lamenti.
Quarto anno di guerra… Quando la pace?

Niente di nuovo – solo la morte mieterà per sempre;
e anche se per milioni di anni
l’umanità accumulerà lavoro,

niente di nuovo più potrà vedere il mondo;
solo chi oggi è stato colpito dalla palla
libero dal vecchio, potrà guardare il nuovo.

 

La guerra d’Europa 1914-1918 raccontata dai poeti (Nottetempo, 2014) trad. it. L. Matteusich

Daniele Mencarelli

daniele-mencarelli

 

Avevo un pavimento da lavare
io che prendo tutto come una missione
anche questo lavoro da tanti disprezzato,
affrettai ancora di più la marcia
sul corridoio di marmo lucidato.
Andavo incontro a due ragazzi
il figlio in braccio mi dava le spalle
loro ci giocavano e lui rideva,
gli fui davanti proprio mentre si girava,
perdonami per la durezza delle parole,
di un bambino aveva il corpo
ma il viso quello di un mostro
sotto gli occhi niente naso niente bocca
solo buchi di carne viva.

Non so se fu più forte
la pietà o forse il disgusto,
quasi correndo abbassai la testa,
ma già avevo la certezza
che di lì a poco l’avrei rivisto
per quel passaggio a me obbligato.
Persi tanto tempo nelle mie faccende
prima di andare mi augurai la loro assenza
poi via sul corridoio di marmo lucidato;
il caso me lo presentò ancora di spalle
ancora preso dai suoi giochi divertiti,
a farlo ridere così di gusto
non erano stavolta i genitori
ma un’anziana suora
distante un palmo dall’orribile viso,
vidi il sorriso di lei e le sue parole:
“ma quanto sei bello, che bel bambino sei”.

Per giorni m’accompagnò il dubbio
non riuscivo a crederla bugiarda,
poi una chiarezza si fece strada,
quegli occhi opachi di vecchia devota
guardavano un punto oltre l’orrore
lì c’era solo un bambino che giocava.

 

Bambino Gesù (Nottetempo, 2010)