Edmond Jabès

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’albero volante

Nei boschi ci sono alberi:
è una cosa naturale.
Sugli alberi ci sono foglie:
è una cosa evidente.
Ma se le foglie sono ali,
ecco, questa è una cosa
per lo meno sorprendente.
Volate volate, verdi alberi belli.
Per voi si apre il cielo.
Ma attenti all’autunno,
stagione fatale, quando a migliaia
le vostre ali
tornate ad esser foglie
cadranno.

 

Poesie per i giorni di pioggia e di sole e altri scritti (Manni, 2002), trad. it. C. Agostini

Márcia Theóphilo

marcia_theophilo

 

Foresta mio dizionario

Folle risata la tua, dall’eco affilata
manioca selvaggia, è il tuo riso
le tue carezze, il tuo acuto piacere
Kupaúba vive, va e viene
fino a che il sole scompare, di giorno
tra foglie, erbe, insetti, decomposte
materie vegetali; ci moltiplicheremo
il movimento non è deserto, è fiume
ruba, saccheggia, bevi ciò che vuoi
questo fiume è abbondante
non si ferma, ma continua
per cantare il suono delle parole
Açaná, Yaná, Nacaira
Caja, Pacaba, Maçaranduba
ogni parola un essere, parole che scrivo
io vedo un’aria piena di parole
foresta mio dizionario
parole vive e masticate
aspre di cammini già percorsi
Açaná, Tapajura, Igarapé
ogni parola un essere, risuona affilata.
Kupaúba aprì gli occhi e apprese a leggere.

 

Amazzonia respiro del mondo (Passigli, 2005)

Foto di Dino Ignani

Chu Tzu-ch’ing

Chu Tzu-ch'ing

 

Notte in riva al fiume

Silenzioso tetto nel cielo,
guizzi di raggi di luce,
fiume che scorre nel buio,
rive bordate da salici.
I salici si tendono ai salici
come a voler darsi la mano
o a discorrere dei segreti del fiume.
I salici si piegano al fiume,
il fiume ne riflette le ombre.
Sono salici le ombre dei salici
o immagini del loro essere?
Le luci delle rive
si infiltrano nei vuoti tra i rami
sull’acqua creano striscie diverse
là chiare là scure
come all’alba tra le nubi di oriente.
I pochi riflessi chiari svelano il fiume
e la malinconia del suo corso nel buio.

 

Poesia cinese moderna (Editori Riuniti, 1962), trad. it. R. Pisu

Vladimír Holan

Vladimir_Holan_poeta

 

Una foglia che cade

Che non un’opportunità
si palesi è anche per stanchezza
dell’attenzione. Non più che di secondo
ordine è tutto quanto avverserebbe
i sensi. Invece la natura
si sovrastima a un tempo per la disparatezza
e tanto più quanto più
è a compimento. Una foglia che cade
è più alta dell’albero. E noi?
Conosciamo l’amore che superi
l’amore?

 

Il poeta murato (Garzanti, 1992), a cura di V. Justl, G. Raboni

Ted Hughes

Ted-Hughes-

 

Crow Hill

Le fattorie sono crateri colanti sui
ripidi fianchi sotto le fradicie brughiere:
quando non è vento è pioggia,
nessuno dei quali si ferma sulla soglia:
questa bagna i letti e l’altro scuote i sogni
sotto il sonno che non riesce a rompere.

Tra il mal tempo e la roccia
i contadini fanno un po’ di caldo;
le vacche che dondolano la schiena ossuta,
i maiali sulle zampe delicate
respingono il cielo, calpestano la forza
che alla lunga livellerà queste colline.

Chiuso nella giacca contro le folate di nebbia
percorri i crinali delle rovine.
Quel che umilia queste colline ha alzato
l’arroganza del sangue e delle ossa,
e lanciato il falco nel vento
e acceso la volpe nel gocciolante suolo.

Poesie (Mondadori, 2008), trad. it. N. Gardini, A. Ravano

Barbara Korun

Barbara_Korun

 

Il cervo

mi sveglio con la calda lingua di un cervo tra le gambe.
attraverso la porta aperta penetra la piana luce della sera.
il cervo mi punzecchia lievemente i seni leccandoli. lascio
che con la ruvida lingua mi lambisca il sesso,
il petto e il viso, m’inebria il suo profumo,
profumo di terra, di muschio, di fradicio e di paura.
odore d’istinto.
poi mi si sdraia accanto, accanto al mio ventre, da poter
accarezzare i suoi peli setolosi, ha la testa vigile sollevata
e lo sguardo fisso lateralmente, nel bosco.

nell’oscurità risalta il suo nudo pene rosso.
quando il tempo si addensa e tendo il braccio nel buio, sfioro
un corpo maschile. la mia smania d’amore è cocente.
mi ama con naturalezza e da vicino.
nelle mani ha i venti del nord e del sud.
attraverso il suo corpo scorrono i fiumi e si muovono gli oceani.
la bocca è calda e piena come la pioggia estiva,
la stanza è colma di voci terrestri ed extraterrestri.
a volte qualche raggio smarrito della luna gli scopre il volto.
non mi guarda negli occhi come se volesse difendermi da se stesso.

talvolta mi ama con trasporto da non farmi sentire più la gravità.
talvolta la voluttà sgorga dal suo ombelico come una piccola
sorgente limpida, talvolta dal suo interno vomita la lava,
ma non mi ferisce mai.
sempre con immensa attenzione mi posa con il ventre sulla terra,
e quando mi morde il collo e fiuto il suo caldo alito, lo so
che verrò inevitabilmente risparmiata.

ai primi albori nei suoi capelli tasto due cornetti
le setole dalla testa si allargano sulla schiena, fino al coccige.
sul ventre gli spunta la soffice erba animale.
all’alba mi scruta una testa di cervo con occhi ormai appena umani,
con occhi di là del confine.
le sempre più coriacee mani mi accarezzano assenti.
gli cresce una corona.

nel capanno si fa strada la fragranza del mattino e il cervo si alza.
quando esco davanti alla porta, mi guarda in maniera
da spaccarmi in due pezzi sull’istante e bruciarmi.
e mentre ascolto frusciare l’eco dei suoi veloci passi animaleschi,
sento che dalle mie due riarse metà crescono fiori
selvatici.

 

 

Voglio parlare di te notte. Monologhi, a cura di Jolka Millič (Multimedia Edizioni, 2013)

Chiara De Luca

chiara de luca

 

Erano tanti ed erano nel vento

stretti l’uno all’altro e frusciavano voci
brulicavano nel legno fresco gli insetti,

le cavità del tronco inghiottivano voraci
creature, minuscoli punti senza sole;

si aprivano ali dai rami più alti
dilatando il bianco delle assenze
in trasparenze di nuvole disperse,

spiccando sfrecciavano fino a svanire;

s’impigliava nel folto la luce e spioveva
mulinando liberata fino alle radici
nel punto in cui svanivano scavando
tunnel per tuffarsi nel terreno,

fino all’istante in cui secca la linfa
e inverna fino al cielo la corteccia,

fino all’istante in cui tutto ghiaccia
tumula i rami nel cielo della notte;

un silenzio di senso precipita le vette
come immobili si lasciano le foglie

dalla nudità esposta alle stagioni
cede il vento e abbandona la luce
al volo inverso che sposa alle radici

 

© Inedito di Chiara De Luca

Francesca Matteoni

matteoni

 

Orso

A volte, io credo, il cielo è solo vetro, per questo
Non cadiamo, ma vediamo. Siamo viste.

Nuotiamo in una sfera di creature.
Le tracce oscillano tra il terreno e l’aria.

Se viene, il vento rimbomba sulle superfici
si scarica nei buchi in mulinelli.

Animali intagliati affollano i sentieri –
quello più grande fa tremare il suolo.

Voce di orso di caverna. Non vogliamo
che tu sia un uomo. Scendi quando fa fumo

dalla casa, quando non si respira per il fumo –
ti puliremo il muso dagli insetti.

Questa casa è una fossa di cibo.
Chiamaci Biancaneve e Rosarossa.

 

da Acquabuia (Nino Aragno, 2014)

Lars Gustafsson

lars-gustafsson

 

Una mattina in Svezia

Mattina,
il vento soffiava, sventolava e tendeva
le bandiere della zona, c’era
ghiaccio sotto le betulle bianche.

Allora passa qualcuno vestito di nero,
cammina con passo pesante,
come se dovesse andare molto lontano.
La strada vuota sale spontanea
per un pendío dove egli si avvia.

Certo che lo conoscevo, potevo raccontare
di lui
e di tutte le strade che ha percorso.
Ora il vento soffia già molto meno.
Le betulle bianche stanno assolutamente
immobili,
con un ghiaccio lucido ai piedi,
bagliore solare.

Dall’orizzonte
dove la luce del cielo è intensa come qui
arriva un piccolo tram sulle rotaie.
Si ferma un po’ qui e poi scompare,
senza che nessuno scenda.

Sulla ricchezza dei mondi abitati (Crocetti, 2010), trad. it. Maria Cristina Lombardi

Rossella Tempesta

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Napoli, balcone di via Orazio

Guarda quel che fa la natura, se la lasci in pace.
Fa un suo ordine disordine
tra i vasi trascurati sul balcone, crea legami
di menta rampicante, di ortica
e altre erbe rigogliose,
le malerbe.

In mezzo al caso una scopa di saggina,
l’annaffiatoio rovesciato,
la conca rossa dei panni che ho già stesi
ed il triciclo del mio maschietto piccolo.

Niente vorrei toccare, vorrei abdicare.
Cederei l’arbitrio alla natura,
finalmente.

 

da L’impaziente (Boopen, 2009)