Andrea Zanzotto


Dicevano, a Padova, “anch’io”
gli amici “l’ho conosciuto”.
E c’era il romorio d’un’acqua sporca
prossima, e d’una sporca fabbrica:
stupende nel silenzio.
Perché era notte. “Anch’io
l’ho conosciuto”.
Vitalmente ho pensato
a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale né gergo
né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s’affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza

E così sia: ma io
credo con altrettanta
forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m’avvicini.

 

IX Ecloghe (Mondadori, 1962)

Biancamaria Frabotta


La volontà dei luoghi

Prendersi per il giusto verso
con cautela afferrarne il lembo
già un po’ scostato dalla pelle
e tirare, attirati l’uno dall’altra
gli scorticati di belle speranze.
Dal regno della treccia, della frangetta
illuminata dall’assalto dei bacetti
ci difendeva la complicità domestica
ci insegnava a trarre vantaggio da
un amore condiviso, fertile di frutti.
Ma l’albero ferito ebbe l’aria di soffrirne
sotto il fusto liscio spuntò un lattante
dalla faccia secca. Andate via. Sparite
belle bambine arrampicate in cima
ai valori d’una scala su cui
gravano prematuri silenzi.
O voi, o loro, balbettava.
La coppia, il legno, la gobba.

 

Tutte le poesie 1971-2017 (Mondadori, 2018)

© Foto di Dino Ignani

Nelo Risi


Madrigale

Ho fatto un pieno di versi
per la traversata dei deserti
dell’amore, là dove il viaggiare
più comporta dei rischi, dove
occorre tenere gli occhi bene aperti
perché non sempre regge il cuore.

A malapena si conserva un viso
se il tempo ingoia il resto;
con un ritratto appeso non si va
molto lontano, a meno che un sorriso
una figura non venga a divorarti
con dolcezza, un modo ancora
per stare con la vita.

 

Ruggine (Mondadori, 2004)

Yves Bonnefoy


Quelle mani che si avvinghiavano a lei di notte,
Le sentiva innumerevoli, non cercava
Di dar loro un volto. Le occorreva
Non sapere, desiderando non essere.

Anima e corpo, per stringere le vostre dita, unire le vostre labbra
Davvero occorre l’approvazione degli occhi?
Pensano i nostri occhi, che il linguaggio obbliga
A sventare senza posa troppi inganni!

Psiche aveva amato che il non vedere
Fosse come il fuoco quando avvolge
L’albero di qui degli altri mondi della folgore.

Eros, lui desiderava tenere tutto quel volto
Tra le mani, non l’abbandonava
Che con vivo rammarico ai capricci del giorno.

 

L’ora presente (Mondadori, 2013), trad. it. F. Scotto

Fernando Bandini


Versi d’amore

Mi sono detto: bisogna scrivere
versi d’amore,
e ho preso la bava di una lumaca
e ne ho fatto ceralacca per sigillo
di lettere piene di sospiri,
e ho preso sangue di rondine
per farne inchiostro di parole chiare
e ho preso sudore di piedi in corsa
per farne ali di cuori ansanti.

Fallimento. La porta non riceve
che la sua chiave
e chi reca grimaldelli è colpevole.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 2018)

© Foto di Andrea Lomazzi

Nazim Hikmet


Benvenuta, donna mia, benvenuta!

certo sei stanca
come potrò lavarti i piedi
non ho acqua di rose né catino d’argento

certo avrai sete
non ho una bevanda fresca da offrirti

certo avrai fame
e io non posso apparecchiare
una tavola con lino candido

la mia stanza è povera e prigioniera
come il nostro paese.

Benvenuta, donna mia, benvenuta!

hai posato il piede nella mia cella
e il cemento è divenuto prato
hai riso
e rose hanno fiorito le sbarre

hai pianto
e le perle sono rotolate sulle mie palme

ricca come il mio cuore
cara come la libertà
è adesso questa prigione.

Benvenuta, donna mia, benvenuta!

 

Poesie d’amore (Mondadori, 2002), trad. it. J. Lussu, V. Mucci

Alberto Bevilacqua


Luminescenze dal profondo

acqua ad acque materne corona
… una donna incinta si bagna la pancia nel mare
il feto scalcia per spezzare l’incantesimo

portandomi per aggiungere mare
alle tue acque materne
ti fu tentazione
l’andare oltre nel sole
sprofondare
… tu sola mandrina
del tuo essere madre
né compagno né marito ad assisterti da riva

ero
il tuo piccolo “sì”
ai “no” della vita
cominciando insieme a balbettare il tuo primo
linguaggio di madre
essenziale
al primo battere delle mie vene
… strategia di affondare
agli ultimi gradini e ai limiti estremi
incanti del profondo
per farmeli poi risalire
con il loro coro abissale

– ancora mi fai paragone
con la vita troppo grande
che non poteva starci tutta nel tuo ventre,
al massimo un’imitazione
a miniatura, un’illusione fondata:
ed eccomi

– io cerco un ventre
orgoglioso e umiliato
per morirci teneramente
come ci sono nato

 

Le poesie (Mondadori, 2015)

Silvio Ramat


Ordine inverso

Rinasco, primogenito. Ai due maschi
venuti dopo di me e alla bambina
mostrerò come si allaccia una scarpa.
Dalla mia voce i primi rudimenti
impareranno di scrittura e i numeri,
più qualche verso a memoria. Farò
che siano puntuali a scuola. Giorni
saranno, e mesi e anni, di chiamate
per me, di allarmi senza alcun riposo.
Ai due maschi le regole del calcio
insegnerò e la passione. Alla bimba
come s’inventa un dolce: le terrò
le bambole, finché assorta in cucina
abbia impastato l’uovo e la farina.
Quattro ragazzi – e intanto il forno cuoce –
che non scordano il segno della croce.

 

La dirimpettaia e altri affanni (Mondadori, 2013)