Fabiano Alborghetti


Talvolta si alza e va allo stanzino
il passo malcerto a strisciar le ciabatte
le braccia allargate a far l’aeroplano
appoggiando la mano per reggersi al muro
perché vuol controllare
la fisarmonica:
se è sempre al suo posto
se è tutto a posto come lui lo ricorda
poi torna convinto ridacchiando un pochetto
poi ferma a metà con lo sguardo smarrito
non avendo capito che s’è alzato a fare
e resta così: grattandosi il capo e affondato nel nulla
le labbra socchiuse e quegli occhi vaganti:
ammainate bandiere che cercano un nome
un dito che punta
come a dir qualcosa che s’è appena scordato.
Non c’è neanche paura, cosa ha da temere?
È appena arrivato pur se qui da decenni
ma c’è qualcosa tra le pieghe dei gesti:
un corpo a corpo tra adesso e memoria
e nessun vincitore

nemmeno per te
che hai le parole in punta di lingua
e lo chiami per cena masticando il dolore
come ogni sera ripetendo la scena
e lui si siede e il gatto carezza
poi la certezza che dice a gran voce:
io da domani me ne torno ad Amelia.

 

Maiser (Marcos y Marcos, 2017)

Cristiano Poletti


Segmento

Purché tra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita.

(Primo Levi)

 

Un gesto ti perde in un vento
raro qui ed è
un segmento o l’intera tua vita
che vedi dal vetro, e pensi
che fu come furono
ferme e crudeli le stelle e la nera tua
notte, principio di tutto e di un verso.

È in un gesto il tuo perderti, e qui.
In un verso, è questo
il faticoso sempre sconosciuto
valico della morte vera.
Negli anni solitari la nostra era
moltitudine: ognuno pensavi
entrasse in un’aria di
regni scomparsi e colline, di foglie,
di fiume.

Un gesto ci ha perduti, un raro vento.
In che punto non so
se si era in sogno
precipitati in Heinrich-Heine-Strasse,
all’angolo, al numero, dove
ogni uomo è una parola.

Perdersi.
E questa è la via, questa la
calligrafia che ha il nome di nessuno
sul libro di gennaio, verità
di un cielo chiuso dentro il verde
di parete di ospedale.

E ti perdi, e trascendi,
tramandi un testamento
di suoni ripetuti, in metri e metri
di nuovi corridoi. Così ti sono
accanto vite precedenti
e tutto quello che senti va
in una vecchia paura dei
temporali.

 

© Inedito da Temporali in pubblicazione per Marcos y Marcos nel 2019

Gianluca D’Andrea

gianluca
Alla fine di un’epoca il ricordo
sembra quasi rinnovare gli odori.
Forse svegliandoli da un sogno, allora,
ne riporto le scene suscitate.
Sentivo dire di Franco, in Sicilia
il Tirreno era il mare dell’infanzia,
non sapevo di Ustica, la Spagna,
però, mi dava gioia, quei mondiali,
disprezzo alla parola dittatura.
La TV degli anni Ottanta tentò
di rubarci la memoria, riuscendo
a cancellare ogni velocità
ogni appiglio, distanziando in un limbo
di benessere le generazioni.
Acini in un grappolo, carrellate
ricolme, gli individui al loro fondo,
tutti impegnati, da bolle, a sognare
il proprio mondo. C’era molto sole,
aspettavamo le vacanze estive,
captavamo i messaggi apocalittici
ma mai come segni d’appartenenza,
semmai come un ricordo già avvenuto,
ognuno poi scappava e nella corsa
ogni atomo era un rendiconto.
Infinitesimale allora l’aria
infettata si mescolava al fiato
vegetale. Così noi saltavamo
nella melma come fosse un recinto
trivellato di falle, ma nell’acqua,
non sapendolo, imparavamo il nuovo
nuoto; dall’allergia il contatto affoga
nel desiderio. Così giocavamo
a nascondino nell’erba e l’odore
acerbo del sudore a quell’età
si mischiava alla terra, per non dire
del mare incanalatosi in collina,
oltre quella fiumara, nello spiazzo
in cui trovavi i vermi nelle tasche
e non le mani. Poi le figurine
con cui sfidare i compagni, i cartoni
da cui apprendere lo sport e l’amore,
mentre il gioco già mutava in clangore,
la massa sferragliante, aperitivo
globale. Il naso cadeva coi muri.

 

Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016)

© Foto di Dino Ignani

Kenneth Rexroth

rexroth

Delia Rexroth
Morta nel giugno del 1916

Sotto le tue rose gialle scombinate
Delia, oggi sei più giovane
Di tuo figlio. Due decenni e mezzo –
La tomba di famiglia si è inclinata di sghembo,
E lui ha superato la tua vita a metà.
Dall’altra parte della regione,
Vicino ai salici e al fiume lento,
Conficcate nella profondità della terra,
Le tue costole bianche trattengono
La curva del tuo petto caldo, premuroso;
Il cranio delicato, l’ardore del tuo cervello.
E nelle dita la memoria
Degli Études di Chopin e nei piedi
I valzer lenti e il sonno da champagne e two-step.
E la luna piena di mezza estate,
– Tu l’hai vista stando sveglia quell’ultima notte –
Per l’ennesima volta vede la storia riempire
Di morti i deserti e gli oceani;
E guarda a est la mia finestra:
Dopo di te ci vado io nel mezzo dell’età
E nella conoscenza, dopo la tua straziante agonia.

 

Su quale pianeta (Marcos y Marcos, 1999), trad. it. F. Santi

Anna Maria Carpi

anna_maria_carpi

IO NON VOLEVO AMARE,
diventare
una piccola istanza ebbra, tenere stoffa
che un uomo tiene in una sola mano
e al primo abbraccio le sgualcisce il cuore.

No, non abbracci
mi figuravo.
Siediti sull’orlo del mio letto,
affetto venuto da lontano,
guardami senza mai stancarti,
come se fuori non fosse
più che neve neve e silenzio
e non si potesse più uscire.

 

E io che intanto parlo. Poesie 1990-2015 (Marcos y Marcos, 2016)

© Foto di Dino Ignani

Fabio Pusterla

fabio-pusterla

Le prime fragole

Strisci nell’erba bianca di margherite.
Sei vestito di rosso, hai una cuffia rossa in testa,
e nella mano destra un pelacarote che infilzi
nel terreno ancora molle di marzo, sempre avanzando
lentamente nel folto del prato. Sdraiato
sull’erba, con le margherite negli occhi. Sto scalando
l’Everest, mi dici. E anche le guance sono rosse di gioia.

Strisciavi ieri nel tuo Everest di margherite
e io ti guardo oggi nel ricordo e intanto ascolto la radio
in attesa di notizie terribili, e tu continui a strisciare felice
e la radio dice della bambina schiacciata da un panzer a Gaza
tu prepari una pozione con piume d’uccello per imparare a volare
io ti preparo le prime fragole rosse dell’anno e mi chiedo se gli occhi
dell’uomo che guidava il panzer avranno capito.

 

Folla sommersa (Marcos y Marcos, 2004)

Stelvio Di Spigno

di spigno

La voce corta

C’è sempre un anno che precede, con una voce corta
che ti dice che è giusto partire, rimescolare
le frasi, fare a pugni coi desideri e le intenzioni,
e c’è sempre un anno nuovo, nel quale è doloroso
tornare, rivedere volti appesantiti, anche se di poco,
perché poco il mondo si è spostato, giorno per giorno,
mentre pensavi che tutto passasse a rilento.
E ora eccomi qua, nella stanza come nuova,
tra pareti che non parlano più, e che a stento,
se potessero parlare, mi riconoscerebbero.

In mezzo sta il tempo che è passato, la smania
di andare a senso, il dubbio su cosa sia esattamente
quello che si passa vivendo, diventando, amando.
Stare bene stare male, quando sei in questo guado,
non conta e non importa. Gli abiti saranno
più vecchi di un anno. Quelli che volevi gettare,
chiaramente rammendati, non potrai metterli più.

Proprio come una giacca mai indossata, finita e fuori moda,
è questa stazione del ritorno. Foraggiarne il ricordo
è come riaprire il guardaroba e trovarci
un cadavere allo specchio. I ragazzi della scuola,
la grande donna al balcone, lo screzio del collega,
cosa saranno mai. Ora più niente. Un oscuro pianeta
in una tasca interna, ma come mi manca
l’allegria di non sentire più me stesso, di potere
essere ancora e adesso, giocare a carte di notte,
andare avanti, senza sapere, senza prezzo.

 

Fermata del tempo (Marcos y Marcos, 2015)

Gabriele Belletti

gabriele-belletti

 

Dina
li sente pulsare
i corpi dei ricordi:

il campanello di casa,
l’abbaiare del cane
prima di uscire,
una sera d’estate
prima di partire,
l’odore dell’abbraccio
della madre Michela,
il volto della maestra
delle elementari
tornata al Nord
in primavera.

Ma lei non uno
riconosce,
ci nuota attraverso
e qualche filamento
la intercetta.

Poveretta
si emoziona
per qualcosa che
sente

ma costretta è
a riconoscere
solo poco più
di niente.

 

Krill (Marcos y Marcos, 2015)

Fabio Pusterla

fabio-pusterla

 

Sabbia

Tu non lo sai, ma io spesso mi sveglio di notte,
rimango a lungo sdraiato nel buio
e ti ascolto dormire lì accanto, come un cane
sulla riva di un’acqua lenta da cui salgono
ombre e riflessi, farfalle silenziose.
Stanotte parlavi nel sonno,
con dei lamenti quasi, dicendo di un muro
troppo alto per scendere sotto, verso il mare
che tu sola vedevi, lontano splendente.
Per gioco ti ho mormorato di stare tranquilla,
non era poi così alto, potevamo anche farcela.
Tu hai chiesto
se in basso ci fosse sabbia ad aspettarci,
o roccia nera.
Sabbia, ho risposto, sabbia. E nel tuo sogno
forse ci siamo tuffati.

 

Corpo stellare (Marco y Marcos, 2010)

Umberto Fiori

umberto fiori

 

Le parole

Quando coi loro discorsi,
a furia di domande, e dati, e prove,
ti mettono faccia al muro, ti perquisiscono
tutta la sera
per farsi dare ragione,
quanta pena ti fanno le persone.

Ma sulla strada di casa, libero,
ancora scosso per la discussione,
ti commuove, a pensarci,
ogni volta vedere quanta fede
hanno nelle parole.

Parlano come se con una frase
si potesse davvero dare e togliere,
legare e sciogliere e mettere bene in chiaro
tutto, una volta per sempre;
come se si trattasse di trovare
un accordo
e poi nessuno potesse mai più
parlare di questo e quello,
ma dovessero tutti sempre e solo
dire lo stesso.

E non è poi questo che speri
anche tu? Che una volta trovati i termini
giusti, precisi,
si fermi la corrente
e torni in ordine il mondo?
Non sogni anche tu che le cose
finalmente si lascino dire chiare,
si lascino chiamare
col loro nome,
e diventino vere?

Le parole
se vuoi vedere la forza che hanno,
e cosa sono, e come sono grandi,
guarda i bambini quando
scoppia una lite,
che prima uno ripete la sua ragione,
l’altro la sua, a voce sempre più alta,
poi, quando è diventata una canzone,
si urlano in faccia solo di sì, di no,
di no di sì, con le lacrime agli occhi:
non ci possono credere
che là fuori non faccia
nessun effetto, che non tocchi
niente, nessuno,
quello che dentro invece è così chiaro
che toglie il fiato
e piega le ginocchia.

Quando – come stasera- ti danno contro
e tu devi dar conto
di come parli, di quello che dici,
senti tutto il discorso a un certo punto
girare a vuoto.
La tua voce, le voci
anche degli altri lì intorno
sono rimaste sole. Più niente
le sostiene.
Niente sostiene niente. Le parole
sono solo parole.

Sono solo parole
le parole.

Ma un giorno questo “solo”
che le mette da parte e le fa stare
sacrificate
ti sembra nuovo.

Ti sembra quando
la galleria finisce, e il muraglione,
la curva, il fiume, il verde,
li ritrovi lì a splendere
chiusi nel loro contorno.

 

Chiarimenti (Marcos y Marcos, 1995)