Kenneth Rexroth

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Delia Rexroth
Morta nel giugno del 1916

Sotto le tue rose gialle scombinate
Delia, oggi sei più giovane
Di tuo figlio. Due decenni e mezzo –
La tomba di famiglia si è inclinata di sghembo,
E lui ha superato la tua vita a metà.
Dall’altra parte della regione,
Vicino ai salici e al fiume lento,
Conficcate nella profondità della terra,
Le tue costole bianche trattengono
La curva del tuo petto caldo, premuroso;
Il cranio delicato, l’ardore del tuo cervello.
E nelle dita la memoria
Degli Études di Chopin e nei piedi
I valzer lenti e il sonno da champagne e two-step.
E la luna piena di mezza estate,
– Tu l’hai vista stando sveglia quell’ultima notte –
Per l’ennesima volta vede la storia riempire
Di morti i deserti e gli oceani;
E guarda a est la mia finestra:
Dopo di te ci vado io nel mezzo dell’età
E nella conoscenza, dopo la tua straziante agonia.

 

Su quale pianeta (Marcos y Marcos, 1999), trad. it. F. Santi

Giovanni Testori

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Ragazzo di Taino

II

Se ti vedrò sporgere
di là dal tuo silenzio
ora che mia madre lentamente muore,
non chiamerò più amore:
sudario forse della mia già iniziata
ultima stazione
anche se lunga o brevissima forse,
tenerezza scontrosa mia carissima
-ora che lei distesa guarda
per l’ultime volte i muri
e oltre la finestra il mondo
e chiedere sembra
cosa siano i giorni
e cosa mai lo spazio
tanto è passato in luce
il suo materno, umile strazio-
ti dirò di sederti a me vicino
e non chiedere, no
non chiedere niente, cuore.
La tua pupilla lascerà che si sciolga
dentro il suo negro ardore
il mio smarrito, povero dolore.

 

Poesie 1965-1993 (Mondadori, 2012)

Valerio Grutt

valerio grutt interno poesia

Voglio cantare la tenerezza delle madri
e ogni tentativo ingenuo
di volere bene più del cielo.
Voglio cantare la caduta dell’uomo
e tendergli la mano
fino a che risalga, ritorni umano.
Voglio lanciare la parola
in ogni stanza nera
prendere queste dita come una spada
e senza tregua,
fino a quando il fiato
farà abbastanza mondo
e la luce avrà ancora
questa metà del giorno,
vincere ogni cosa meschina
tenere alto amore
poter guardare te negli occhi
e dire: non ti preoccupare,
a noi morte non ci avrà mai.

 

© Inedito di Valerio Grutt

Juana Castro

juana-castro

 

Calice

E ora sono
così uguale a te, madre,
che non mi riconosco dentro il vetro
di quel ritratto tuo così presente.
Se sapessi che tutto
quel che ho odiato di te e maledicevo
adesso in me lo scopro
così esatto e recente come il cerchio
d’una pietra nell’acqua, ripetuta.
Vengo ancora a vederti.
Taccami, e le mie dita
metti qui sopra le tue piaghe, ed aprimi
questa rosa di spine nel costato.
Son così tua che il mare la tua voce
per il suo canto copia dalla mia.
E mi sveglio e al momento stesso vivo
quella tua immensa sete, che per sempre
nelle tue ossa vuote
ardeva irrimediabile.
Non sono il tuo fantasma,
voglio, risuscitata, ora crearti
nel filo di chi il mio essere t’ha dato.
Da morta e morta dimmi:
Chi sta allattando chi, serpente mio?

 

Io sempre a te ritorno – Poesie per la madre (Crocetti, 2001), a cura M. G. Maioli Loperfido

Mariangela Gualtieri

MariangelaGualtieri

 

Preghiera a sua madre perché muoia

Tu drappeggi dentro ore lunghissime
e un immenso niente ti pondera
tu ricorda un infinito
e le sue stelle. Ricorda
mamma, e non avere paura adesso
che la tua pelle s’è fatta
di velo, e una carezza la strapazza
non avere paura
non andare nel fondo
dove il decubito guasta ogni fiore
e si apre la carne in fessure
e slabbri d’orrore.

Gesù non sa niente di questo
essere vecchi – non sa
lo spavento lungo e un martirio
al rallentatore. Muori ma’,
muori stanotte dolcemente,
fra un respiro, fra i sogni,
e non restare nella carne
non intrattenerti ora, non distrarti
da questo andare imminente
tu sorridente mia, tu dolce,
tu signora allegra che non scendi più le scale
e la notte non puoi alzarti dal letto
e andare a fare pipì – tu
cascatrice favolosa che ti fai solo un graffio
e cadi così spesso da quel tuo vacillare.

Vola – sali – vai in quel posto
che non sappiamo. Diventa luce ma’.
Per me diventa il gran buco del mondo
la scomparsa figura più grande.
Tu discendi con una grazia imbattibile
tu vai giù aggiustando i capelli
e cadi come per cogliere fiori
e chiami la buonanotte
e hai quel sereno dei savi
e dei folli e d’una infanzia
che solo adesso ti godi.
Muori, mammina. Non restare fra
gli spini del tempo. Muori senza dolore.
Non ti attardare
rendi familiare la morte
col tuo abitarla, porta di là
l’immenso femminile
che nello specchietto componi e sbirci
per una voglia di essere fiore
o la fanciulla che si addobba
per lo sposo. Reginella,
svaporata bella signora
che siedi su rotelle come su un trono
di cioccolato, e ancora ridi
e senti il bene e la vita tu l’hai passata
con passetto di danza, canticchiando
Carmen o Norma. Ma’ –
diventa immensa. Tutto diventa.
Canta nel vento. Ridi con ogni foglia
e fai quella luce dei fiori.
E stenditi come la notte
quieta, immensa, eterna.
Tutta terrestre materna luce.

 

Le giovani parole (Einaudi, 2015)

Valerio Grutt

valerio grutt

 

Sto sull’orlo di un accadere
alla fermata dell’autobus
come potesse crollare la chiesa
col campanile, l’insegna della pizzeria
o spaccarsi il cielo a mostrarci
finalmente lo spettacolo
di un paradiso aperto di fulmini
e angeli. Sto con il telefono in mano
come potesse chiamarmi mia madre
o un’altra voce che non c’è più.
Sto sprofondato con le converse
bucate nel fango dell’attimo
e aspetto ma forse è già successo
è già passato il 14, è già andato
via ogni entusiasmo.
Trema terra, muoviti vento
che io possa alzare la croce
dell’essere e trovare, tra queste macerie,
i frammenti luminosi che componevano,
tra i raggi, lo splendore.

 

© Inedito di Valerio Grutt

Foto di Daniele Ferroni

Raymond Carver

 

Madre

Mia madre mi telefona per augurarmi Buon Natale.
E informarmi che se continua a nevicare in questo modo
ha intenzione di ammazzarsi. Le vorrei dire
che stamattina non mi sento in vena, che per favore
mi faccia respirare. Mi sa che mi toccherà ancora
prendere in prestito un analista. Quello che mi chiede sempre
la cosa più feconda: “Ma dentro cosa sente veramente?”.
Invece le dico che uno dei nostri lucernari
perde. Mentre le parlo, la neve si sta sciogliendo
sul divano. Le dico che faccio una colazione ricca di fibre
e perciò non deve più preoccuparsi tanto
che mi venga il cancro e i suoi soldi finiscano.
Lei mi sta ad ascoltare. Poi mi informa
che vuole andarsene da questo posto maledetto. In un modo o nell’altro.
Che l’unica volta che vuole rivederlo è dalla bara. E la cosa vale
anche per me. D’un tratto le domando se si ricorda quando papà,
ubriaco fradicio, decise di mozzare la coda al cucciolo di labrador.
Continuo per un pezzo a parlare dei vecchi tempi.
Lei ascolta, aspetta che venga il suo turno.
La neve non smette. Nevica e continua a nevicare
mentre me ne sto aggrappato al telefono. Alberi e tetti
ne sono tutti ricoperti. Come faccio a parlarne?
Come faccio a spiegare quello che sento?

 

Orientarsi con le stelle. Tutte le poesie (Minimum fax, 2013), trad. it. R. Duranti e F. Durante

Franca Mancinelli

franca mancinelli 1

 

padre e madre caduti
frutti che non potevano
marcirmi attaccati
mentre nudo imparavo
a reggere il cielo
come un uccello sul dorso, lasciando
campi e case affondare.
L’azzurro torna
a coprire la terra. Trattengo
nel becco il ricordo,
il seme che sono stati.

 

da Pasta madre (Aragno, 2013)

Charles Simic

SIMIC

 

Ragazzo prodigio

Sono cresciuto chino
su una scacchiera.

Amavo la parola scaccomatto.

Il che sembrava impensierire i miei cugini.

Era piccola la casa,
accanto a un cimitero romano.
I suoi vetri tremavano
per via dei carri armati e caccia.

Fu un professore di astronomia in pensione
che m’insegnò a giocare.

L’anno, probabilmente, il ’44.

Il Re bianco andò perduto,
dovemmo sostituirlo.

Mi hanno detto, non credo sia vero,
che quell’estate vidi
gente impiccata ai pali del telefono.

Ricordo che mia madre
spesso mi bendava gli occhi.
Con quel suo modo spiccio d’infilarmi
la testa sotto la falda del soprabito.

Anche negli scacchi, mi disse il professore,
i maestri giocano bendati,
i campioni, poi, su diverse scacchiere
contemporaneamente.

 

Hotel insonnia (Adelphi, 2002), trad. it. Andrea Molesini

Yehuda Amichai

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Quand’ero bambino

Quand’ero bambino
i fili d’erba e gli alberi maestri s’innalzavano sulla riva
e per me lì disteso erano
tutti uguali,
perché salivano al cielo più in alto di me.
Avevo solo le parole di mia madre
come una fetta di merenda avvolta in carta frusciante
e non sapevo quando sarebbe tornato mio padre,
perché oltre la radura c’era un altro bosco.

Ogni cosa porgeva la sua mano,
cozzava un toro nel sole
e di notte la luce delle strade
accarezzava le mie guance e i muri,
e la luna, una grossa anfora, si chinava su di me
a spegnere la sete del mio sonno.

 

Poesie (Crocetti, 2001), trad. it. Ariel Rathaus