Gesualdo Bufalino

bufalino

La sosta

Con un gelato davanti
e la morte dentro la mente
seduto a un bar di Piazza Marina,
guardo due mosche amarsi sulla mia mano,
come colpi di batticuore
odo martelli battere sulle rotaie,
mi chiedo perché vivo,
che grido o che caduta m’aspetta dietro l’angolo,
rammento un altro sole rovente come questo
sulla mia testa rasa di soldato,
un’altra attesa, un’altra fuga, un’altra tana.
Ora pago, mi alzo, questo giorno è sbagliato,
questo e gli altri di prima, sono un uomo infelice.

 

L’amaro miele (Einaudi, 1982)

Alba Donati

alba-donati

 

Alberi di Natale

Venendo su da Lucca, per la fondovalle,
fin da bambina contavo gli alberi di Natale
illuminati nella notte: Marlia, Lammari,

la montagna di Vinchiana, Borgo a Mozzano,
la valle, di là dalla ferrovia, di Bagni di Lucca,
Calavorno, ne contavo fino a settanta-ottanta.

Ce n’era di luminescenti, di luci fisse,
con faville colorate o luci argentate,
alcuni giganteschi, altri che appena si vedevano.

Ma, in verità, qualcosa non avevo visto:
stavano tutti davanti a case semplici,
e nemmeno uno nel giardino di una grande villa.

Meglio, mi dico, era lo sguardo di bambina
che di quelle luci faceva una carrozza leggendaria
che univa tutto dalla città fino a Lucignana.

 

Idillio con cagnolino (Fazi, 2013)

Gabriella Sica

gabriella sica

 

Campo de’ fiori

a Czesław Miłosz

Sono tornata a Campo de’ fiori
un mattino di maggio
era uno dei luoghi più belli di Roma
dove tornare sempre con gioia
come nei bar e nei mercati all’aperto
brillanti dei rasi colori
dove a festa vanno occhi e cuori.
Andate, andate a vedere
a piangere il tempo che passa.

Noi giardinieri così impoveriti
non abbiamo più a primavera i fiori.

Il tempo ha logorato Campo de’ fiori
non i roghi ma solo i mesi e gli anni
appena due o tre forse,
il tempo per qualcuno dei fiori
sparito,
ha rapito fragranza linfa e colori
alla piazza marcita
volgare di misere finte erbacce
e fetori finti.

Siamo a primavera senza più i fiori
noi ancora giardinieri dell’umano.

 

Cara Europa che ci guardi (1915-2015), Cooper, 2015

© Foto di Dino Ignani

Attilio Bertolucci

bertolucci1

 

 

L’Oltretorrente

Sarà stato, una sera d’ottobre,
l’umore malinconico dei trentotto
anni a riportarmi, città,
per i tuoi borghi solitari in cerca
d’oblìo nell’addensarsi delle ore
ultime, quando l’ansia della mente
s’appaga di taverne sperse, oscure
fuori che per il lume tenero
di questi vini deboli del piano,
rari uomini e donne stanno intorno,
i bui volti stanchi, delirando
una farfalla nell’aspro silenzio.
Non lontano da qui, dove consuma
una carne febbrile la tua gente,
al declinare d’un altro anno, fiochi,
nella bruma che si solleva azzurra
dalla terra, ti salutano i morti.
O città chiusa dell’autunno, lascia
che sul fiato nebbioso dell’aria
addolcita di mosti risponda
in corsa la ragazza attardata
gridando, volta in su di fiamma
la faccia, gli occhi viola d’ombra.

 

Le poesie (Garzanti, 1998)

Vittorio Bodini

bodini

 

Qui non vorrei morire dove vivere
mi tocca, mio paese,
così sgradito da doverti amare;
lento piano dove la luce pare
di carne cruda
e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.

Pigro
come una mezzaluna nel sole di maggio,
la tazza di caffè, le parole perdute,
vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano:
divento ulivo e ruota d’un lento carro,
siepe di fichi d’India, terra amara
dove cresce il tabacco.
Ma tu, mortale e torbida, così mia,
così sola,
dici che non è vero, che non è tutto.
Triste invidia di vivere,
in tutta questa pianura
non c’è un ramo su cui tu voglia posarti.

 

Tutte le poesie (Besa, 2010)

Marco Pelliccioli

marco pelliccioli interno poesia

 

Era solo ieri

Mentre rovisto tra le casse
pacchi di farina saracena,
sento qualcuno bisticciare
per le pentole a pressione.

Non c’è più il mercato in via Paderno,
li hanno cacciati via:
il Mauro, i salami appesi ai ganci
i graffi sulla faccia per aver ucciso il porco, il Berto
quattro denti marci, le mani senza un dito
sporche de förmài, il Batista
le collane d’aglio, le trote prese al Brembo
ammucchiate sul bancale, la Luisa
gladioli, ortensie che scordano la fame.

Sono scomparsi, crollati negli scavi
di un castello in costruzione.

Eppure, era solo ieri
la polenta nel paiolo a centrotavola nell’aia,
il mangiafuoco, il cherosene, a incendiare la collina
poi a letto sulla paglia, la lampada senza olio,
le stelle decrepite sul tetto.

Non è rimasto più nessuno
se non tu, che interroghi ogni ombra incontri nei cortili
e chiedi: “qual è la tua Storia?”

 

C’è Nunzia in cortile (LietoColle, 2014)

Valerio Grutt

valerio grutt interno poesia

 

Qui girano ancora le famiglie
degli operai che andavano al mare
con le figlie bionde che già piacevano
ai ragazzi e scomparivano nel buio
di pinete e ridevano dopo con le amiche
in esplosioni di felicità improvvise
nei deserti di luglio e di agosto.
Le vedo ora dopo pranzo nell’eco
di televisori e strilli di gabbiani
nel silenzio di case in affitto
di mamme che lavano i piatti.
Verranno fuori, più tardi, tra i vivi
con il sorriso dei villeggianti
splendidi di conquiste
con la semplicità delle vele.
Ragazzi e ragazze abbronzati
cercando di riconoscersi
sul porto canale, come se
tra le cartoline, i ciondoli, i braccialetti,
potessero trovare un pezzo di se stessi
smarrito, un segno luminoso,
una foto del paradiso.
Si preparano i camerieri per gli assalti
della sera, apparecchiano
con la tovaglia buona e si alza
già un odore di fritto misto
che fa voltare i marinai lontani.
Ma nei casermoni vuoti
che si riversano sul mare
c’è musica di ballate, canzoni
dell’estate, la voce di cose abbandonate
che qualcuno dovrà lucidare:
il Comune, un ricco imprenditore,
Garibaldi col piccione o io e te
luce nella luce degli occhi
e costumi bagnati
mentre svoltiamo con il manubrio
della bici e siamo ancora giovani
e felici tra i fantasmi di queste spiagge
nel vento, nello spettacolo del mondo.

 

© Inedito di Valerio Grutt

Jorge Eielson

eielson1

 

Via Veneto

mi domando
se veramente
ho le mani
se possiedo realmente
una testa e due piedi
e non soltanto guanti
e scarpe e cappello
e perché mi sento
così puro
più puro ancora
e più prossimo alla morte
quando mi tolgo i guanti
il cappello e le scarpe
come se mi togliessi le mani
la testa e i piedi

 

Di stanza a Roma (Ponte Sisto, 2007), trad. it. M. Canfield

Damiano Sinfonico

Damiano Sinfonico - foto

 

Palazzo Spinola, casa del Seicento.
Una guida gratuita ci introduce.
La ascoltiamo nelle prime sale.
Racconta di una tela a forma di elle.
L’avevano tagliata, maldestramente.
La osserviamo a lungo.
Immaginiamo la parte mancante.
Ci lasciamo incantare dal sorriso infantile.
Chi aveva accanto?
Si moltiplicano le congetture.
Lasciamo in sospeso.
Proseguiamo nelle altre stanze.
Infine un’esposizione di quadri fiorentini.
Dipinti luccicanti, carnosi, interi.
Il terrazzo per finire.
Ma si ripensa al sorriso infantile.
Alla parte tagliata.
I vasi intorno portano delle etichette.
Qualcuno ci ritrae in una foto.

 

© Inedito di Damiano Sinfonico

Orhan Veli Kanik

Orhan Veli Kanik

 

Vivere

Lo so, non è facile vivere
Innamorarsi e cantare per l’amata;
Camminare di notte alla luce delle stelle,
Riscaldarsi di giorno alla luce del Sole
Trovare il modo di passare
Una mezza giornata sulle colline di Çamlica
– i mille toni di blu che colorano il Bosforo –
Saper obliare ogni cosa nell’azzurro.

Lo so, non è facile vivere;
Ma ecco
È sempre tiepido il letto di un morto,
L’orologio di qualcuno sta battendo al suo polso.
Non è facile, fratelli miei, vivere,
Ma neanche lo è morire.

Non è facile separarsi da questo mondo.

 

da Poesia turca contemporanea (Semar, 2004) trad. it. A. Masala