Arundhathi Subramaniam

Arundhathi Subramaniam
For a poem, still unborn

Over tea we wonder why we write poetry.
Ten people read it, anyway.
Three are committed in advance
to disliking it.
Three feel a vague pang
but have leaking taps and traffic jams
to think about.
Two like it
and wouldn’t mind telling you so,
but don’t know how.
Another is busy preparing questions
about pat ironies
and identity politics.
The tenth is wondering
whether you wear contact lenses.

And we,
as soiled as anyone else
in a world addicted
to carbohydrates
and words,

still groping
among sunsets and line lengths and
slivers of hope

for a moment
unstained
by the wild contagion
of habit.

 

*

 

A una poesia non ancora nata

Davanti a un tè ci domandiamo perché scriviamo poesie.
Dieci persone le leggono, in ogni caso.
A tre non piacciono
per partito preso.
Tre provano un vago struggimento
ma devono pensare ai rubinetti che perdono
e al traffico cittadino.
A due piacciono
e non avrebbero problemi a dirtelo,
ma non sanno come.
Un’altra è tutta presa a preparare domande
sulle facili ironie
e sulla politica dell’identità.
La decima si chiede
se porti le lenti a contatto.

E noi
corrotti come chiunque altro
da un mondo assuefatto
ai carboidrati
e alle parole,

brancoliamo ancora
fra tramonti, metrica e
schegge di speranza

per un istante
liberi
dal terribile contagio
dell’abitudine.

 

L’India dell’anima – Antologia di poesia femminile indiana contemporanea in lingua inglese (Le Lettere, 2006), trad. it. Andrea Sirotti

Eavan Boland

boland

Amber

It never mattered that there was once a vast grieving:

trees on their hillsides, in their groves, weeping—
a plastic gold dropping

through seasons and centuries to the ground—
until now.

On this fine September afternoon from which you are absent
I am holding, as if my hand could store it,
an ornament of amber

you once gave me.

Reason says this:
The dead cannot see the living.
The living will never see the dead again.

The clear air we need to find each other in is
gone forever, yet

this resin once
collected seeds, leaves and even small feathers as it fell
and fell

which now in a sunny atmosphere seem as alive as
they ever were

as though the past could be present and memory itself
a Baltic honey—

a chafing at the edges of the seen, a showing off of just how much
can be kept safe

inside a flawed translucence.

 

*

 

Ambra

Che un tempo ci sia stato un grande dolore, non ha mai avuto importanza:

gli alberi sulle colline, nei boschetti, che piangono –
un oro di plastica che cola

a terra per secoli e stagioni –
fino ad ora.

In questo bel pomeriggio di settembre in cui tu non ci sei
tengo stretto, come se la mia mano lo potesse custodire,
un monile d’ambra

che mi hai donato un tempo.

La ragione dice questo:
i morti non possono vedere i vivi.
i vivi non rivedranno i morti.

L’aria chiara di cui abbiamo bisogno per ritrovarci è
svanita per sempre, eppure

questa resina un tempo
ha raccolto semi, foglie e anche piccole piume mentre cadeva
e cadeva

e ora in un’atmosfera solare sembrano vivi
come non mai

come se il passato fosse presente e il ricordo stesso
un baltico miele–

uno sfregamento agli orli del visibile, un’esibizione di solo quello
che si può conservare

in un’imperfetta traslucenza.

 

Tempo e violenza (Le Lettere, 2010), a cura G. Sensi e A. Sirotti

Eugenio Montejo

Eugenio-Montejo

Credo nella vita

Credo nella vita sotto forma terrestre,
tangibile, vagamente rotonda,
meno sferica ai poli,
dappertutto piena di orizzonti.

Credo nelle nuvole, nello loro pagine
nitidamente scritte
e negli alberi, soprattutto d’autunno.
(Talvolta mi pare d’essere un albero).

Credo nella vita come territudine,
come grazia o disgrazia.
– Il mio desiderio più grande fu quello di nascere,
e ogni volta continua ad aumentare.

Credo nel dubbio agonico di Dio,
vale a dire, credo che credo,
anche se la notte, da solo,
interrogo le pietre,
ma non sono ateo rispetto a nulla,
tranne che alla morte.

 

La lenta luce del tropico (Le Lettere, 2006), trad. it. L. Rosi

Mario Benedetti

Mario-Benedetti

Questa è la mia casa

Non c’è dubbio. Questa è la mia casa
qui avvengo, qui
mi inganno immensamente.
Questa è la mia casa ferma nel tempo.

Arriva l’autunno e mi difende,
la primavera e mi condanna.
Ho milioni di ospiti
che ridono e che mangiano,
s’accoppiano e dormono,
giocano e pensano,
milioni di ospiti che si annoiano,
che hanno incubi e attacchi di nervi.

Non c’è dubbio. Questa è la mia casa.
Tutti i cani e i campanili
ci passano davanti.
Ma la mia casa è sferzata dai fulmini
e un giorno si spaccherà in due.

E io non saprò dove ripararmi
perché tutte le sue porte danno fuori dal mondo.

Vedere nel giorno o nell’anno un simbolo
dei giorni dell’uomo e dei suoi anni,
convertire l’oltraggio degli anni
in una musica, un rumore e un simbolo.

Vedere nella morte il sonno, nel tramonto
un triste oro, tale è la poesia
che è immortale e povera. La poesia
ritorna come l’aurora e il tramonto.

A volte nelle sere una faccia
ci guarda dal fondo di uno specchio;
l’arte deve essere come quello specchio
che ci rivela la nostra propria faccia.

 

Inventario. Poesie 1948-2000 (Le Lettere, 2001), trad. it. L. M. Canfield

Abbas Kiarostami

abbas_kiarostami

 

Dalla feroce sorte
il rifugio è poesia
dalla crudele amata
il rifuguio è poesia
dalla palese tirannia
il rifugio è poesia

*

L’insonnia
in una notte di luna piena,
un inutile parlare tra sé e sé
fino al mattino.

*

Un albero
carico di arance arancioni
in un cielo
color celeste.

*

A cosa serve
decantare la primavera
biasimare l’autunno
quando
uno se ne va
e l’altro ritorna.

*

Per qualcuno
la vetta
è terra di conquista
per la vetta
è terra di neve.

*

Non sono tornati
fiumi che scorrevano
verso il mare
soldati che andavano
in guerra
amici che partivano
verso terre lontane.

*

Oggi
è il frutto di ieri
domani
la conseguenza di oggi,
il frutto della vita
è la morte
e la morte
è fertile

*

Vicini di casa
sui fili del bucato
hanno steso poesia,
in aprile.

*

Non reggo l’amore
non reggo l’ebbrezza del vino
sono abituato all’astinenza
la mia astinenza
sa di ubriachezza.

*

Senza angoscia
senza gioia
cammino
verso una direzione.

*

Lasciaci oltrepassare
la gioia e il dolore
Lasciaci oltrepassare
l’astio e l’affetto
Lasciaci oltrepassare
le parole dure e quelle vane
le parole vuote dell’amore
Lasciaci oltrepassare.

 

Il vento e la foglia (Le Lettere, 2014), a cura di F. Mardani

Ivo Andrić

Ivo-Andrić-2

 

L’oscurità

Non so dove vanno questi giorni miei
né dove mi portano queste notti.
Non so.

Non so il perché di questa fitta bruma
su tutte le attese,
né il perché del negletto disordine
su tutte le fatiche,
e nemmeno il perché dell’oblio mesto,
su quel che si è amato.

Nebbia.
Chi mi dirà stanotte cosa sono
i volti, le cose e i ricordi dei giorni passati?
E dove vanno questi giorni miei
E perché s’inebria il tenebroso cuore mio?
Dove? Perché?

 

Poesie scelte (Le Lettere, 2000), a cura di S. Šmitran

Carol Ann Duffy

Carol-Anne-Duffy-

 

Drams
Goccetti


The snow melt early,
meeting river and valley,
greeting the barley.

Neve già sciolta,
incontra fiume e valle,
saluta l’orzo.



In Glen Strathfarrar
a stag dips to the river
where rainclouds gather.

In Glen Strathfarrar
un cervo beve al fiume
tra nubi nere.



Dawn, offered again,
and heather sweetens the air.
I sip at nothing.

Alba ancor s’offre,
aria dolce d’erica.
Sorseggio il nulla.



A cut-glass tumbler,
himself splashing the amber …
now I remember.

Bicchiere inciso,
lui che sciaborda l’ambra…
ora ricordo.



Beautiful hollow
by the broad bay; safe haven;
their Gaelic namings.

All’ampia baia
bella conca, riparo;
celtici i nomi.



It was Talisker
on your lips, peppery, sweet,
I tasted, kisser.

Sulle tue labbra
Talisker: baci dolci,
pepati, gustai.



Under the table
she drank him, my grandmother,
Irish to his Scotch.

Sotto il tavolo
lo beveva mia nonna,
Irlanda allo Scotch!



Barley, water, peat,
weather, landscape, history;
malted, swallowed neat.

Orzo acqua torba,
tempo paesaggio storia;
tracanno il malto.



Out on my Orkney’s boats,
spicy, heather-honey notes
into our glad throats.

Alle Orcadi,
note di spezie e miele
in liete gole.



Allt Dour Burn’s water –
pure as delight, light’s lover –
burn of the otter.

Acqua dell’Aldour –
luce, delizia pura –
rio della lontra (1).



The gift to noses –
bog myrtle, aniseed, hay,
attar of roses.

Doni odorosi –
mirto, anice e fieno,
nettar di rose.



Empty sherry casks,
whisky – sublime accident –
a Spanish accent.

Botti di sherry,
il whisky – bella sorte –
parla spagnolo.



Drams with a brother
and doubles with another…
blether then bother.

Con un fratello
un goccio. E con un altro…
blatero e taccio.



The perfume of place,
seaweed scent on peaty air,
heather dabbed with rain.

Aroma loci,
sentore d’alghe in aria,
erica e pioggia.



With Imlah, Lochhead,
Dunn, Jamie, Paterson, Kay,
Morgan, with McCaig.

Con Imlah, Lochhead,
Dunn, Jamie, Paterson, Kay,
Morgan, con McCaig (2).



Not prose, poetry;
crescendo of mouth music;
not white wine, whisky.

Poesia non prosa;
musica della bocca;
non vino, whisky.



Eight bolls of malt, to
Friar John Cor, wherewith to
make aquavitae.

Otto bocce di
malto a fra’ John Cor, con cui
fare acqueviti (3).



A recurring dream:
men in hats taking a dram
on her coffin lid.

Sogno frequente:
tizi in lutto bevono
sulla sua bara



The sad flit from here
to English soil, English air,
from whisky to beer.

Triste trasferta
a terra ed aria inglesi:
da whisky a birra.



For joy, grief, trauma,
for the newly-wed, the dead –
bitter-sweet water.

Per sposi e morti,
gioie, dolori e traumi –
acqua agrodolce.



A quaich, Highland Park;
our shared sips in the gloaming
by the breathing loch.

Coppa a Highland Park;
sorsi insieme la sera
al soffio del loch.



The unfinished dram
on the hospice side-table
as the sun came up.

Resti di un goccio
al letto dell’ospizio;
sorgeva il sole.



What the heron saw,
the homesick salmon’s shadow,
shy in this whisky.

Ciò che l’airone
vide: triste salmone
ombra è nel whisky.

1 Allt Dour burn (anglicizzato in Alldour), in gaelico significa «torrente della lontra» dalle cui acque si ricava il whisky Blair Athol.
2 Poeti scozzesi contemporanei.
3 Registrato nel Exchequer Rolls del 1494, è il primo documento attestato sulla distillazione del malto in Scozia.

Le api (Le Lettere, 2014), a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti

Karin Boye

boye_boye_f_jpg_59559b

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quieta voglio ringraziare il mio destino:
mai ti perdo del tutto.
Come una perla cresce nella conchiglia,
così dentro di me
germoglia dolcemente il tuo essere bagnato di rugiada.
Se infine un giorno ti dimenticassi –
allora sarai tu sangue del mio sangue
allora sarai tu una cosa sola con me –
lo vogliano gli dei.

 

Poesie (Le Lettere, 1994), trad. it. D. Marcheschi

Margaret Atwood

atwood

 

Cuore

Alcuni vendono il proprio sangue. Tu ti vendi il cuore.
O quello o l’anima.
Il difficile sta nel tirare fuori quella maledetta cosa.
Una specie di movimento a spirale, come sgusciare un’ostrica,
la tua spina dorsale un polso
e poi, oplà! È nella tua bocca.
Quasi ti metti in subbuglio
simile a un’attinia che espelle un sasso.
C’è un rumore rotto, il chiasso
d’interiora di pesce in un secchio,
ed ecco, un enorme e brillante grumo rosso intenso
di un passato ancora vivo, tutto intero su un piatto d’argento.

Viene fatto passare. È scivoloso. Viene lasciato cadere,
ma anche assaporato. Troppo scadente, dice uno. Troppo salato.
Troppo aspro, dice un altro, con una smorfia.
Ognuno è un buongustaio istantaneo,
e tu ascolti tutto
in un angolo, come un cameriere appena assunto,
la tua mano, diffidente e capace nella ferita nascosta
sotto la camicia e nel petto,
con timidezza, senza cuore.

 

La porta (Le Lettere, 2011), trad. it. E. Rao

Rainer Malkowski

Rainer Malkowski

 

Santuario abbandonato

Questa piazza, ampia abbastanza
per dieci o dodici autobus:
adesso
ricoperta di foglie morte.
Nella canonica, dall’altra parte,
una mano carnosa alla tendina.
Cosa pensare di un supplice
fuori stagione?
La porta ricoperta di borchie in ferro
si richiude esitante;
insicuro per la quantità
di silenzio, che mi s’impone.
Chissà se Dio crede in me?
Conto le piastrelle rombiche
nella navata centrale.
Ci vuole veramente tanto
fino ai volti dei santi
e al drappo dell’altare, che irrigidito
dal freddo
sta ritto intorno al blocco di marmo.

Poesie (Le Lettere, 2014), trad. it. G. Chiellino