Julian Zhara


Che geloso com’ero del tuo passato
di un uomo soltanto: tuo padre,
di te, delle altre, da prima, l’uomo
su cui hai modulato l’idea di uomo
nel lastricare il percorso di mimi
fuggendo o calcando l’immagine miliare,
i volti degli altri uniti a creare uno suo: sbiadito.
Di nessun altro sono mai stato geloso.

Ne estraevo la forma a partire
dalle tue due pupille, proiettandola intorno
una volta incarnata nello spazio tra me, te,
queste labbra si alteravano fino
a farsi gabbia
indicarti la ferita a partire dalla cura;
la terra non può più appartenere
a chi l’ha abbandonata.

In silenzio ti osservavo elencarmi piano
la lista di lacune che dovevo supplire,
per poi vederti volgere lo sguardo in basso,
alzarti lentamente e dirmi: vado, è tardi;

indaffarata com’eri
non mi hai mai riparato dalla paura
che a riflettere fosse in me (anche se lontanamente)
la sua di figura,
e ne uscivo sconfitto.

 

Vera deve morire (Interlinea, 2018)

© Foto di Piero Viti