Vanna Carlucci

vanna carlucci interno poesia

Io so di poterlo accettare il vuoto,
quest’assenza tutto intorno:
dalla corteccia cariata dal tempo
alla foglia che mi circonda,
l’artiglio della parola:
questo bisturi selvatico che mi contiene
lingue mute del verso
sul pulsare del cielo
con la sua bocca sporta al sole
come un Dio tornato pieno di parole.
È salvezza
questa bestia che mi compete
bagnata di midollo,
sfinito dal grido mortale
di seni vigili alla preghiera
di boschi gonfi di respiro
per un universo addosso
la perla nell’occhio.

 

© Inedito di Vanna Carlucci

Simon Marsh

marsh

Calmo

we’re all on something
I’ll choose yours if you choose mine
I sought the weedy waters
till my shell grew back
avoided dark asphalt
nights condensed electrically
but now a canopy of slate bleeds east
arrests an oceanic sense of loss
I was counting on you to calm me down
to shore up shaky terrains of doubt
the radio astrologer says
there’s mercury in my sign
but fails to mention
the base metals in my heart

 

*


Calmo

dipendiamo tutti da qualche cosa
sceglierò la tua se tu scegli la mia
ho cercato le acque erbose
fino a farmi ricrescere il guscio
ho evitato l’asfalto scuro
notti condensate dall’elettricità
ma ora un baldacchino di ardesia sanguina a est
arresta un senso di perdita oceanico
contavo su di te per calmarmi
per puntellare incerti terrapieni di dubbio
l’astrologo della radio dice
che nel mio segno c’è mercurio
ma non fa menzione
dei metalli vili che ho nel cuore

 

Stanze (Coazinzola Press, 2016), versione italiana di Riccardo Duranti

Marco Pelliccioli

pelliccioli

Nico

Nico sistema la frutta, le casse,
da poco hanno steso lenzuola
qualcuno brandelli strizzati nel gelo.
Per strada hanno aperto i cancelli
il vigile urbano evapora grappa
due nomadi slavi all’uscita del bar.
Corrono tutti a quest’ora
Nico pulisce, saluta, rincuora chi passa,
il cappello, i guanti, le lenti appannate,
il coltivatore che scarica a terra il fresco raccolto:
le bucce, le arance, i ciuffi arruffati,
le casse, i finocchi, l’uva, la terra:
“Questa è speciale, la vuoi assaggiare?”
e l’acino è in mano, sfregato su un panno,
un soffio, poi in bocca.
A volte mi chiedo cosa lo renda così reale,
forse suo padre appeso in cornice
o i settant’anni di questo negozio
forse il quartiere, ma se varchi la soglia
e senti l’orda dei forti sapori
la terra, la frutta, le casse,
comprendi che lui è quella terra
le mani, la faccia, le rughe
solchi e sentieri…

 

L’orfano (LietoColle, 2016)

Francesco Iannone

iannone

Questo stare
nel gesto paziente
della maturazione
ci riguarda.
Aspetteremo
come dentro
una silenziosa conversazione.
Aspetteremo
come il fiore nel campo
la mano desiderata
del bambino.

Non puoi dire
che la goccia che squilla
sulla padella di rame
non è un suono
un timido modo
del cantare.

Devi fare
come l’aquila
che sconfigge gli sciami
col suo colpo d’ala.
Devi fare
come il ciliegio
che si compiace
della sua chioma
rossa

devi

devi

devi

ti avevo chiesto un bacio, un qualsiasi
avvertimento
dell’amore
invece mi lasci
come il figlio fermo
col secchiello sul molo e un mare
immenso davanti.

 

Pietra lavica (Aragno, 2016)

Anita Piscazzi

piscazzi
Di notte quando dormi
sento distaccarsi i gomiti lontano
dalla curva del ginocchio.

Il tuo respiro pesante, affannoso
porta in sé la fatica delle parole
quelle che dici di giorno.

Affondo quello che posso nel
velluto dei tuoi peli
fronte, naso, bocca, dita.

Di tutto ciò che è
lo avverti solo nel corpo
lo succhi cogli occhi.

Non dissi una parola
vegliai tutta la notte
appiccicata al sudore poroso.

Vivrò a lungo, tanto a lungo
da conservare il ricordo
di quel confine d’intimità

che solo gli uomini hanno
e nel risveglio al fresco dell’alba
andare, andare forte verso maggio.

Accostarmi all’eco delle tue mani
e dirti: “non posso chiamarti!”
nessuno lo saprà solo il mio quaderno.

E cercherò un’altra età, tirerò a sorte
la vita e chiamerò tormento solo
ciò che non ho cantato.

 

© Inedito di Anita Piscazzi

Martina Abbondanza

abbondanza interno poesia

Stiamo come il glicine,
aggrappati ad una casa
che nessuno sa.

Non ho imparato a tremare
come si deve.

Io so il tuo fianco
andare via al mattino
tra i fiori finti nei vasi.

Certi amori devono stare
nel buio dei portici
ma poi ritornano,
senza stagioni.

 

Il giorno tutto (Ladolfi, 2016)

Federico Italiano

italiano

Nascita di una stanza

Come si popolano le stanze dell’uomo,
un giorno s’aggiunge una sedia di legno scuro,
poi un acquario,
col pesciolino dell’ultima abitazione,
una pianticella sulla mensola alla finestra,
e sul pavimento un tappeto
acquistato per caso un sabato, al mercatino delle pulci.
Si dispongono i libri, ben sapendo che è un fronte
steso contro l’ospite.
Il lavabo quasi sparisce tra tubetti di dentifricio,
spazzolini, bicchieri e flaconcini vari.
I consumi hanno la loro estetica, stanno
al tavolo come guardie incanutite di merende trascorse,
un barattolo vuoto, che lascia intuire una crema di nocciola,
due bucce d’arancia mai spostate, per il profumo
gratuito che suggeriscono alla mente.
Le candele hanno una funzione doganale,
segnano il passo del tempo, scovano il maltolto.
La stanza del mio nuovo vicino è più o meno simile,
ha compiuto tre anni, sarà presto abbandonata.

La mia è ancora bianca, vi abito da poco,
è una porzione ospedaliera del sonno, illuminata
da una lampada da studio e da qualche candela alle prime armi.
I miei libri stanno secchi sulle mensole, parlano
di una malattia achabiana, ancora non risolta.
La scrivania è crudelmente – e così la lascio – alla finestra,
vedo luci intermittenti accendersi nel palazzo vicino.
La finestra è una pupilla, io il liquido oculare.
Dall’altra parte, studiano, litigano, s’amano, mangiano,
li lascio fare, non intervengo, ho deciso un piano d’azione
svizzero, non mi tireranno fuori di qui,
non prima che la mia stanza abbia preso un aspetto più umano.

 

Un esilio perfetto: poesie scelte 2000-2015 (Feltrinelli, 2015)

Adriana Gloria Marigo

marigo

Spersi gli anni antelucani
nell’iride agemina, mostravi
il palmo della mano dinnanzi
al mare per il quale tremi.

Tutte le monadi in seduta
plenaria nel punto esatto
di minima distanza inspirai

espirai il maestrale
delle tue orbite gaudiose
fini di materia trina.

 

Senza il mio nome (Campanotto, 2015)

Davide Castiglione

Castiglione per Interno Poesia
Quello che non c’è

Ho deciso per me un segnale, un camion
svoltare dove c’è l’insegna gialla.
Di scatto, quindi, la mente – fermarla.
Ma non su noi che ci sopravviviamo
intuendo il fiorire da lontano,
solo e caparbio, dell’uno e dell’altra.
Scusate, ma in autunno ci si ammala
d’intimismo, si indugia nel malanno
del verso che si appoggia con dolcezza
al verso precedente. Uno il bene
che viene dalla lama, dall’accetta,
la forza che ne brilla, lo risente.
Uno il bene, due diviso, poi brezza
che non c’è. Svolta il camion, banalmente.

 

© Inedito di Davide Castiglione

Valentina Colonna

valentina colonna

Sto partendo. Non resto che io
alla solita entrata nuova.

Ho posato la mia valigia
davanti a una porta, ieri,
primo piano,
all’ora del sole sui tavoli,
quando la Mole ride.

La ginestra perde per strada
e le rose emanano
l’ultima aria in abito scuro.

Al saluto di mani il mio sorriso apre
e muore. È nei capelli
che passa il feretro dei ricordi.

Oggi sospeso il tempo ferma.
Domani partirò.

Di te non mi resta che tutto.

 

La cadenza sospesa (Nino Aragno, 2015)