Franca Mancinelli


Sei stanca. Stai facendo spuntare le gemme. Le scorze si frangono, non resistono più. Con gli occhi chiusi continui a lottare. La terra è una roccia, si sbriciola in ghiaia sottile. È una parete e una porta. Continua a dormire. Le foglie si parlano fraterne. Dal cuore alla cima della chioma, stanno iniziando una frase per te.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

© Foto di Dino Ignani

Alessandro Moscè


Stazione di Roma

L’ombra immobile di Roma Termini
dove i maghrebini fumano sigari
scorre nell’aldilà
e si sente la purezza
nelle facce occhialute di chi si affretta ai binari,
di chi si affaccia dal finestrino dell’Intercity
che sfila via indolente.
La messicana chiede l’elemosina al binario 6
e sui capelli corvini si posa una mosca
mentre l’abusivo vende giornali e fazzoletti
agli studenti che si accodano.
Nella metropolitana buia
ci sono amori da reinventare
in una routine che non è più
nel ritardo della Freccia Rossa,
nel canto di un barbone senza fiato,
nella morsa di un biglietto da timbrare

 

© Inedito di Alessandro Moscè

Giovanna Rosadini


“– È stato solo un bacio, Libby –”
Philip Roth, Lasciar andare

Ogni cosa ha occhi e ali in questa
notte romana che pare contenere
un annuncio, sono contagiata dalla tua
leggerezza, ma seduti a cena nella sera
estiva, al Ghetto in mio onore,
parliamo con altre voci, pur specchiandoci
nelle pupille dilatate dell’altro.
Ha fatto freddo nelle nostre vite,
e forse questa sera è una parentesi
dovuta, di una mai avuta grazia passeggera.
Non mi sorprende il tuo tocco sulla mano,
è la conferma di una domanda
che chiede assoluzione, punto di arrivo
di una rincorsa che parte da lontano.

Cuore catafratto che prova a uscirsi fuori
e non risolve lo spavento redivivo,
avremo tempo per tornare ad esser soli…

 

© Inedito da Fioriture capovolte

© Foto di Dino Ignani

Francesca Serragnoli


Quando dai il cambio alle colline
al cielo esausto di febbraio, sconfitto
hai un chiaro delicato verde bottiglia
una dilagante profondità di fiume

quando vi date il cambio tu e il tramonto
a ritmi imprecisati
mi confondo e non so dove guardare

se dai il cambio al cielo
nel momento in cui si oscura
quando il blu mi lascia sola
l’infinito sceglie le tue mani

il vetro dell’eurostar trattiene
il prezioso peso di un’ombra
ferita da un riflesso
una divinità passeggera, tremante
che ha nei miei occhi
le sue candele.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Claudio Damiani


Stando in silenzio, ti sento
e una pace mi scende dentro,
t’ho cercato per quanto tempo
per quanti giorni ho camminato solo
senza sapere dove
ché ti avevo perso
cioè non mi ero accorto che ti avevo perso
non mi ero accorto neanche che ti avevo vicino
ti avevo vicino e non ti vedevo
tu mi parlavi e io non mi chiedevo
chi fosse quella voce.

 

© Inedito di Claudio Damiani

© Foto di Dino Ignani

Maria Grazia Calandrone


come sono operose le creature,
con che attenzione passano i pennelli
sulle assi di legno

eppure sanno di dover morire

ma ora
fanno
e facendo
dimenticano

e sono dèi davvero, veramente immortali, in questa svolta di sole sulla prima verdissima erba di aprile
questi quattro ragazzi col pennello e l’odore di fresco e di vernice,
la birra nella tasca dei calzoni, il berretto a sghimbescio e il sorriso che dice io sono vivo, io in questo momento

sono vivo per sempre

 

Roma, 4 aprile 2016

 

© Inedito da Il bene morale (in uscita per Crocetti)

© Foto di Dino Ignani

Alessandro Niero


Ascendo per passeggio quotidiano
dentro uno spazio brullo
che l’assenza di neve ha sconciato oltremodo lasciando
la carne viva, la molesta nudità.
Per poco, sul monte che imbruna,
come stecco ambulante risalto provvisto
di pallida luce vestiaria
che mi sagoma appena nel grigio dell’enorme androne.
Il buio intanto
innesca un tu per tu con ogni asprezza,
stringe d’assedio,
stinge e s’insedia,
inietta il liquido di cui è fatto,
confonde il mondo dei colori:
ocra calante e verde tumefatto
smarriscono gli estremi lineamenti. E io con loro.
Potrei accendere una pila,
raggranellare un quadretto di luce a tempo,
ovviare all’incantesimo che monta…
Ma si gonfia il silenzio.
E il monte si stonda lassù invitando a un pendio.
Il pendio prospetta
qualcosa che ignoro, ma c’è.
E mi aspetta.

 

© Inedito da Alessandro Niero

Gaia Giovagnoli


Stige

Ho sentito mia madre piangere sola
in una camera di nodi slacciati
in una coscienza svegliata

Un lamento di fiato sottile
a salire livido come caffè nella moka

Il salotto è un palmo vuoto
le scarpe a terra ciò che resta dei passi

è una domenica ghiacciata
anche se il sole è sul tavolo insieme al giornale
niente televisione
il cerchio delle forchette è un ringhiare di incisivi

Il dolore è uno specchio sfondato
una lupa che non si addomestica

Ha tirato fuori i vestiti dall’armadio
tutti quanti in fila
i calzini come gioielli sfibrati e le maniche morbide
li ripiega uno alla volta e ha le mani tronche
il corpo fa e lei non sente

Il dolore è l’acuto perenne
l’impotenza di non sapere alcun canto
di non potersi sistemare educati
una volta sparpagliati su un letto

C’è una pausa che è una resa armata
che è un abbraccio a maglie lente
concede un respiro tra i buchi

me la chiede e non parla
Ho un giro di lettere che si accalcano a vuoto
si accovacciano come lepri irrequiete

C’è che io non so stringerti

Anche un cassetto
in queste case
è un baratro aperto

 

© Inedito da Gaia Giovagnoli

Laura Fusco


Canto dell’esilio

Mentre il blackout nel cybercaffè promette una sera che non arriverà
e la parola d’ordine è rinascere,
mentre migliaia di giovani affogano cercando di raggiungere l’Europa
le madri di chi parte lanciano un canto contro l’esilio.
La canzone uscita dall’estate di Dakar,
nata a pochi chilometri dai palazzi dei politici.
Urlate alto.
Li avete lasciati laggiù.
E non basta il lamento, non più.
Stanotte, sono andata a parlare agli spiriti.
Mi hanno detto:
Sii la musica della nostra parola.
La parola che è domani.
Si sono spenti i riflettori dei telegiornali.
E il grande concerto è cominciato e finito.
Non hanno trovato lavoro, hanno avuto fame,
nelle banlieux di Parigi.
Il conto alla rovescia è cominciato.
Siedono a piedi nudi dove
pochi giorni prima hanno pianto,
le fronti
insanguinate,
la bellezza dura del miele dei loro occhi
grida lo slang di un sogno che unisce
generazioni.
Il fuoco clandestino dei baci e delle idee
brucia.
E’ grave quello che succede.
E il futuro?
Promesse,
che nessuno mantiene.
Abbiamo percorso colline e montagne,
deserti e città.
Per dire: non più gli occhi dei nostri figli in fondo al mare.
Non più in esilio, tacere, guardarli partire.
Quanto vale il potere delle parole
di cambiare?
Le nostre parole sono come l’alba.
Crescono e diventano giorno e dicono.
Mentre la musica va,
mentre i flash dei telefonini fotografano le spiagge,
mentre le pale dei ventilatori rotte fermano la sera nella stanza,
a guardare dal televisore i corpi che si incagliano a Tenerife o Fuerteventura.
Mai più: me ne andrò,
Mai più: morire è meglio che restare.
Mai più: i nostri figli morti.

 

© Inedito da Laura Fusco

Valerio Grutt


I miei amici sono gente strana
e non li vedo tanto spesso
visitano il giorno come iguane
e la notte dimenticano
dove hanno parcheggiato.
Fanno lavori che non si capiscono
hanno sempre il telefono scarico
e negli occhi gli occhi
di quando costruivano case
con i cuscini del divano.

Per riconoscerci apriamo conchiglie
che fanno un lampo,
ce le ritroviamo in tasca senza saperlo.

I miei amici ridono come l’acqua
e hanno rotto mille vite per arrivare qui
hanno svitato la spirale delle galassie
bevuto birra con gli angeli
e dicono è stato un caso.
Io invece so che sono venuti
a svuotare i depositi dal pianto
a mostrare un cuore che canta
oltre i balconi del sonno.

 

© Inedito di Valerio Grutt

© foto di Dino Ignani