Verusca Costenaro

verusca

Salvezze

Ci siamo fatti sordi alle lapidazioni, alle ragioni degli oppressi.
Ovunque ci nascondiamo, tra fessure d’indecenza o
in un pugno,
le madri ci cercano sgranando rosari, i padri attendono
in usci di cemento, succhiando sigari e contando i giorni.
Avere la costanza del treno regionale
che parte
alla stessa ora, negli occhi la carezza del ricordo,
non sempre aiuta a mantenersi retti
in una sola direzione.
Siamo fatti di solchi e rovi e la paura non nutre
il nido: lo sfiora lo smembra lo preme
piano su pelle lama di spada.
Lo snoda e non sa il sangue che ne sgorga.
La salvezza ce la litighiamo all’alba tra le coperte, abbiamo cieli e
terrori nella testa, memorie rafferme sulle mani. L’orizzonte non ci contiene, ci taglia.

Lo hai mai chiesto al cecchino dove ama nascondersi prima di colpire?

 

© Inedito di Verusca Costenaro

Marina Arbib

ARBIB

Percorsa dal vento
La tenda si arrotonda sulla porta di casa
Come un ventre che porta frutto

*

Piogge lavano i muri
Lustrano le pietre del cortile
Gocciano nei catini
Gocce tintinnanti.

*

Alberi si ergono dal marciapiedi-
serpi lucenti
Si rizzano nella vetrina
tra i rotoli di stoffa cangiante

*

Melograno seccato dal sole
Voluttà riposta
Tra le pieghe della sua pelle
Invecchiata.

 

 

© Inediti di Marina Arbib

Maria Grazia Calandrone

maria_grazia_calandrone

Un esemplare selvatico gigantesco che sorge da un roveto
ad A. A.

Stanotte ti ho sognata. Accendevi dei fuochi
in una struttura aperta
piuttosto grande – perché altri, più giovani
sapessero. In cielo – con
le spire del fumo – si formava
prima un occhio, poi il volto
intero di una divinità
maschile. Cercavi
di riprodurla
su carta
leggera – ma svaniva, coperta da altre nuvole
nella sua disperazione solare.

Poi sedevamo in casa – su un divano
bianco come i tuoi fogli – e tu eri:
due. Mi stavi
una a destra
e una
a sinistra. A destra recitavi
a memoria,
a sinistra piangevi.

 

 

© Inedito di Maria Grazia Calandrone

© Foto di Dino Ignani

Isabella Leardini

isa leardini

Proteggerò il tuo cuore opaco di conchiglia
l’ho visto prima ancora che arrivasse
cosa viva che non vuole starmi in mano
non diventa un amuleto e non si sente
nessun mare se lo avvicino
ma la natura delle cose inspiegate.
Lo scaldo aspettando di vedere
l’animale segreto che non suona
uscire dal suo bordo scheggiato
e lo tormento come fa chi crede
senza pace ma senza dubitare.

 

© Inedito di Isabella Leardini

Mario De Santis

mario de santis

Scia

a R.

 

1.

“lo sai, è veramente la fine d ogni cosa”
dice di un amore – e mente, solo cerca
dove si rompe il coltello sulla tempia, l’assedio
di una sera, il capogiro dove scendono i pianeti
la loro forza che calma, il loro freddo che cura.
“un taglio perfetto spesso segue l’orbita di un gesto d’amore
ma resta ingiusto come tale” io dico, cercando la mia stasi
nella retta delle vie di Prati, cercando la tua chiesa
invisibile come l’universo. Guardo gli occhi, vessilli
neri di un popolo tronco, ci abita il tuo silenzio
il cielo vuoto lo somiglia al mio. Intorno impallidisce
Gennaio, i negozi non apriranno più, l’aria fittizia
di questo ennesimo anno non si vede,
come il dio che ci ha lasciato, impotente,
al ballo di alcolici, al giro di case in affitto.

 

*

 

2.

Chi le abita, arriva coi topi la sera, lune che indorano
e bar elettrici a scavare in un milione di bicchieri,
guardi nelle finestre: abitano qui, dove i vestiti
poggiano come le buste di rifiuti,
colorano tetri la via. Non è così bella la terra,
ma una città serve a proteggere distanze, il sì che c’è nel no,
la cosa che appartiene da quella che si consuma.
Lamiere e marmo a splendere, come un altrove.
noi cerchiamo un parto in un giro di tango
in una carezza che manca, anche se il giorno impazzisce
e resta muto. L’attesa è restare tutti i giorni
in questo bar, come il vertice del vetro
è nella trasparenza. Andando via senza tante parole
nasce tra noi una libertà di assoluto niente, che non serve.
C’è un gesto possibile, ma non lo cerchiamo.
Resti qui tu, come una figlia a bruciare in un guscio
labile, in un abbraccio, quello che non ci daremo.
Camminando, la sosta all’angolo e poi chissà,
guardo rassicurato i lavori di scavo nell’asfalto:
il mio tempo finisce se non vedo più quella scia
da dove sei venuta, dove sei tornata.

 

© Inedito di Mario De Santis

Alessandra Pellizzari

pellizzari
ho messo le parentesi invano
al tempo, sillabe ho deposto.
Ci aspettano inverni che la mano
cancella, bandiere che non conosco.

Strappi, violenze che s’inscrivono
in un triste confronto, chiaro, losco.
Burattini di un ordine vano
luminoso nel cemento/bosco.

Vago scongiurare ciò che diviene
legge costante infarinata a dolore,
acido di palpebre che intride

la parola infranta nelle vene.
Dalla parola nasce il furore
che assapora il verso, e decide.

 

© Inedito di Alessandra Pellizzari

Lello Voce

lello voce

Madrigale muto VII

Per ogni assenza è calcolata l’urgenza
la sede unica del destino, il tuo collo
l’imbuto del desiderio che fa senza

che arrangia il volo ad ogni crollo
che tutto solo fa ala di folla e dice
che chi tace ignora, che chi manca

abdica e finge stinge piega la zanca,
piffero, squillo muto senza danzatrice.

 

© Inedito di Lello Voce

© Foto di Dino Ignani

Beatrice Cristalli

beatrice cristalli
Del buio esaurito

«Per cui, non farti perdonare».
Mai che mi fosse accaduto considerarti
Un progetto, ma un suono di qualche buona tecnica.
Non c’è tuttavia rimedio al voler essere
A tutti i costi; a quest’ora, se hai bisogno, trovi
Qualche pezzo di ciabatta e le immagini
Della sera delle scelte.

È tardi – era davvero presto – per
Commettere ancora qualche grosso sbaglio.
Il tempo di riordinare la posa
O di chiarire gli spasmi; ma le chiavi
Non erano già più,
Non erano più gli anni,
Gli attimi, le vigorose alleanze del vivere.
Inventerei,
per ricominciare dove
La disillusione pesava.

Screpolato il ventre – ma non è poi
Così male essere e basta – le parole
Non frugano più. Nell’adagio tutto
Può schiudersi in un’annoiata bugia
O in un pianto che voleva stare da solo
Nell’umido che sempre salva.

Guarda che sei libero, verrà un ladro
E vorrà rubarti perché non potrà mai capire.
Essere le immagini della sera
Delle scelte, delle rivolte mature,
essere tutte le mie volte; al di qua
della tua mano la riva da cui le buone
proposte ripresentano le mancanze
e credono di essere cambiate.
Non è vero niente.

 

© Inedito di Beatrice Cristalli

© Foto di Samantha Wally Faini

Franca Mancinelli

franca mancinelli ignani
Indosso e calzo ogni mattina forzando, come avessi sempre un altro numero, un’altra taglia. Cresco ancora nel buio come un bambino, una pianta che beve dal nero della terra. Per vestirsi bisogna perdere i rami allungati nel sonno, le foglie più tenere aperte. Puoi sentirle cadere a un tratto come per un inverno improvviso, un’immediata mutazione del sangue. Nello stesso istante perdi anche le pinne, la coda e le ali che avevi. Da qualche parte del corpo lo senti. Non sanguini, è una privazione a cui ti hanno educato, a cui ti adegui. Non resta che cercare il tuo abito. Quello che rende invisibili. Scivolare come un raggio, diritta, fino al calare della luce.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

© Foto di Dino Ignani

Luca Bresciani


Ho partorito senza gridare
in nome di chi ho visto morire
e che ora è un pugnale di carne
incastrato nella fame delle onde.

La mia bambina è così piccola
che sul mio seno è una coccinella
soffocata dal peso di lacrime buie
crollate da volti allevati nel sangue.

Quante volte dobbiamo ingoiare
le agili spine dell’illusione?

Quante volte nel nostro corpo
deve scavare una tana il silenzio?

E ora moriamo un’altra volta
tra queste primavere di malta
noi figli illegittimi della speranza
noi maglie nere del giro dell’urgenza.

 

© Inedito da L’elaborazione del tutto