Emanuela Rizzuto


La spiaggia è più nera questa notte.
Non vedo le girandole né il mare
penso a quando non potevamo farci male, dicevamo
« Solo la morte può cambiare le cose »
e invece potevamo anche noi.
Ti accarezzerei coi nostri ricordi più belli
diventati tristi come il lamento delle onde
ma poi mi trovo ad aprirti la superficie del corpo
prendendoti con le mie dita fatte chiavi,
tu ti sciogli
scorri via nel tombino
e ti perdi nel mare. Vorrei poter guardare
uno scontro che immerga
l’uno nell’altra nella stessa direzione,
ma ci vuole amore per litigare.

Questa notte non resta niente
così io mi auguro di saper essere buona
oltre ogni pulsione e intelligenza
non per debolezza o religiosità
ma perché una pianta deve imparare a dare frutti
e un uomo a battezzarsi con la pace.
Non c’è tempo per odiare
voglio sentire il mare il bene
colare dalle fessure del mio corpo
e che guardarti negli occhi
sia comprenderti in un abbraccio
e centrarsi in una comunione.

 

© Inedito di Emanuela Rizzuto

Julia Kolchinsky Dasbach


Family Portrait as a Collection of Bones

My dog collects bones, buries them
in couch cushions as though in
the earth, returning to find them

whole and uneaten by worms.
My husband collects bruises, counts
how many rise above the skin, how wide

the purpling icebergs spread. He collects
bass strings, forms them into hanging loops,
bronzing nooses. My father collects

words, reading everything and hiding
sunflower seeds in his pockets
so he can chew and smile without having

to speak. He collects centuries and kingdoms
in a cyberworld where he is warrior and lord
and matters. My mother, she collects

collecting, keeps my room a mausoleum, missing
only the body. Grandfather collects replicas
of himself: a chess player, a head of hair,

a lesson of how to clean the countertop
with baking soda and a steady hand.
Grandmother collects children

and grandchildren, buries their worry deep
inside her chest as though it were
the earth. She tells me not to look

for bones, that collection amounts
to very little and the man who collected
millions of light bulbs

still died
in a museum of glass, outlived
by his assembled light.

 

From: “Family Portrait as a Collection of Bones” originally appeared in Narrative Magazine

*

 

Ritratto di famiglia come collezione di ossa

Il mio cane colleziona ossi, li seppellisce
nei cuscini del divano come se
ve li sotterrasse, per poi tornare e trovarli

interi e non consumati dai vermi.
Mio marito fa collezione di lividi, tiene il conto
di quelli che gonfiano la pelle, di quanto

si espandono gli iceberg violacei. Colleziona
corde di basso, vi forma nodi scorsoi,
cappi bronzati. Mio padre colleziona

parole, leggendo di tutto e nascondendosi
in tasca semi di girasole
da sgranocchiare senza dover

parlare. Fa collezione di secoli e regni
in un cybermondo dove lui è guerriero e signore
e conta qualcosa. Mia madre, lei colleziona

l’accumulo, conserva la mia stanza come un mausoleo
in cui manca solo il corpo. Il nonno colleziona repliche
di sé: uno scacchista, una testa capelluta,

una lezione su come pulire il banco
con bicarbonato e mano ferma.
La nonna fa collezione di figli

e nipoti, ne seppellisce le ansie
nel petto come se ve le sotterrasse.
Mi dice di non cercare

le ossa, dice che accumulare significa
ben poco e che l’uomo che collezionò
milioni di lampadine

morì lo stesso
in un museo di vetro, lasciando
la sua raccolta di luce.

 

© Traduzione di Stefano Bortolussi

Da: “Ritratto di famiglia come collezione di ossa” è apparso originariamente su Narrative Magazine

Mario De Santis


Paesaggio di fuga

L’uomo che dalla riva guarda il fiume è vecchio
non ha più domande; l’acqua che scorre in tumulto
e il sole fanno la cera sciolta della pianura
che sta nei fiori abbandonati, eccoli, risata
in un deserto nuovo che avanza, dalla riva
che nasce assurdo proprio dall’acqua
a gora, raccolta muta e malmostosa.
Sarà il silenzio l’imprevisto del nostro futuro;
per ora il ponte verso Bereguardo
è pieno di rombo. Un’aria turbata raccoglie
le schiume in mezzo ai moli. Generazioni
sospese attraversano insicure la corrente,
non conoscono estati inferme, nel pensiero
nel guizzo storto di un cormorano luce di un tesoro.
Adesso in questo nulla che nessuno ha previsto
si raccolgono cadaveri deformi di animali: alla fine
della piena, petali senza colore e gocce in plastica
sono la confusione del sangue: come vena ora scorre
dove il fiume tace
ma chiama la vita ai nostri sguardi con l’inganno,
l’attira con l’abbaglio della schiuma rosa che resta,
coi dolci movimenti pacifici, sull’onda.

 

 

© Inedito di Mario De Santis

Domenico Cipriano


(a Pier Paolo Pasolini)

Si diradano (le nuvole)
con la passione che restituisce la bellezza del creato. Nulla è
immobile, tutto ha un respiro incessante
anche il corpo morto col tempo si dissolve
o si eleva nel ricordo. Le parole
le interminabili visioni

l’anfiteatro della vita che non ostacola il male
e precipita. Le confessioni, i segreti.
Tutto ha un divenire, un’acerba contestazione
o la richiesta di un miracolo. Ferma il paesaggio.
Ciò che convive. La periferia del pensiero
che ci crolla addosso. Ora. In ogni istante.

Sono altri i volti sudici, altre le braccia vigorose
a chiedere pietà al cielo. Cambiano i nomi
l’idioma che non riconosciamo. Resta tutto identico
negli occhi. A queste nuvole
che si deformano umane
sappiamo solo chiedere (ancora) un segno di perdono.

 

© Inedito di Domenico Cipriano

© Foto di Dino Ignani

Giovanna Rosadini


Vigilia di partenza

Fuori, la perfezione del giorno,
alto e pieno nella luce alata delle cose,
gli alberi mossi appena da un’aria
lieve, il morbido gioco dei colori posati
sul mondo, le finestre aperte alla clemenza
della nuova stagione, il ritrovato tepore
del tocco del sole. Dentro, si prepara
un’altra tua partenza, anche questi giorni
insieme sono ormai quasi finiti, figlio
che ci hai abituato alle tue assenze, ragazzo
ormai cresciuto nei luoghi di asserite lontananze.
Chi ci risarcirà dell’infinito tempo passato
lontani, delle ombre che ci hanno tinto
lo sguardo, dei pesi sul cuore patiti.
Solo una grande distanza ci ha guarito
dalla nostalgia, e ha permesso
che tornassimo a guardarci per intero,
di nuovo, in un tutto ancora vero.

 

© Inedito da Fioriture capovolte

© foto di Dino Ignani

Alessandro Mantovani


Pesca notturna

Sono andato di notte
nelle cime da cui si vede
bene il mare
svellendo con attrezzi in fila
le radici lasciate a maturare
tra le crepe radiose della giovinezza.

Ne ho fatto polpa da masticare
per una certa evoluzione
alleggerire i carichi i bastimenti,
tentare un’esecuzione e dividere le leggi

ma sai, guardando bene il mare
sulla terra solo si piange
e le ombre e le corone di spine
amare dappertutto nel nero del flutto,
il lutto delle spigole. Le reti. Lampare.

 

© Inedito di Alessandro Mantovani

Francesca Serragnoli


Si dovrebbe avere il coraggio di morire
in un luogo dove la vita si ricompone
osservando un albero che abbiamo amato
portare mio padre lì, seduto
senza fare niente
insieme al vento dolce
che lo porterà via, un giorno
ora che rimanere fuori casa
non è più un pericolo
il sorriso del primo sole di maggio
ha per i vecchi il pudore di una madre
le rondini girano attorno
come una mano che sbatte
un uovo con lo zucchero
non c’è fretta, prenditi tutto il tempo
di mangiare e alzare gli occhi
contro quel volto scolorito
che torna a riprenderti la mano
ed io dividerò con lei
un cucchiaio e poi l’altro.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Claudio Damiani

claudio-damiani
Altri attraversano l’oceano in solitaria
su piccole barche, altri volano su parapendii
o si gettano con paracadute da altezze stratosferiche,
io sono contento dei boschi del Soratte
davanti casa, e del Lucretile amato
dove un lupo incontrò Orazio e evitò di assalirlo,
ciò che mi è caro è camminare fra gli alberi
e sentire le loro voci e esser visto da loro
e salutato, e non mi è caro dirlo
ai quattro venti, ma tenermelo per me,
quando, seduti a un tavolo, ognuno narra i suoi viaggi
in terre esotiche, m’è caro tacere
tuttalpiù riferire che io quasi
non mi sono mai allontanato dalla mia terra,
l’ho camminata in lungo e in largo
e ogni giorno m’è nuova
ogni giorno mi sembra di non conoscerla,
di non amarla abbastanza.

 

© Inedito di Claudio Damiani

© foto di Dino Ignani

Franca Mancinelli

Mancinelli-by Vito Panico
Le frasi non compiute restano ruderi. C’è un intero paese in pericolo di crollo che stai sostenendo in te. Sai il dolore di ogni tegola, di ogni mattone che cade. Un tonfo sordo nella radura del petto. Ci vorrebbe l’amore costante di qualcuno, il suo lavorare quieto che risuona nelle profondità del bosco. Tu che finalmente ritorni. Disfi la valigia, ti scordi di partire.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

© Foto di Vito Panico