Elio Pagliarani

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La ragazza Carla

Di là dal ponte della ferrovia
una trasversa di viale Ripamonti
c’è la casa di Carla, di sua madre, e di Angelo e Nerina.
Il ponte sta lì buono e sotto passano
treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina
i camion della frutta di Romagna.
Chi c’è nato vicino a questi posti
non gli passa neppure per la mente
come è utile averci un’abitudine
Le abitudini si fanno con la pelle
così tutti ce l’hanno se hanno pelle
Ma c’è il momento che l’abito non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
o fa contatto
o prende la tangente
allora la burrasca
periferica, di terra,
il ponte se lo copre e spazza e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto
Solo pudore non è che la fa andare
fuggitiva nei boschi di cemento
o il contagio spinoso della mano.

 

La ragazza Carla (Il Saggiatore, 2016)

© Foto di Dino Ignani

Allen Ginsberg

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Leggendo gli scritti di Bob Dylan

Ora che restano polvere e cenere
ora che pelle umana resta
Eccoti Bob Dylan una poesia
per l’alloro che hai in testa

La forma più sincera di lusinga
dicono che sia l’imitazione
ho spezzato così il mio verso lungo
per scrivere a tuo modo una canzone

Le “catene di immagini dardeggianti”
che di notte apparivano
eran visioni esaltate di braccianti
che la luce degli Angeli intuivano

E benché la saggezza sia arrivata
lasciandoti solo con la sua crusca
ricorda che gli Angeli chiameranno
la tua anima affinché rinasca

Non fu la droga a darti verità
non furono i soldi di una rapina
ma Dio stesso che sfolgorante entrò
nella tua anima divina.

 

Primi blues (Il saggiatore, 2011), trad. it. L. Fontana

Amelia Rosselli

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Attorno a questo mio corpo
stretto in mille schegge, io
corro vendemmiando, sibilando
come il vento d’estate, che
si nasconde; attorno a questo
vecchio corpo che si nasconde
stendo un velo di paludi sulle
coste dirupate, per scendere
poi, a patti.
Attorno a questo corpo dalle
mille paludi, attorno a questa
miniera irrequieta, attorno
a questo vaso di tenerezze
mal esaudite, mai vidi altro
che pesci ingrandire, divenire
altro che se stessi, altro
che una incontrollabile angoscia
di divenire, altro che se
stessi nell’arcadia di un
mondo letterario che si forniva
formaggi da sé; sentendosi
combattere, nelle vacue cene
da incontrollabili istinti
di predominio: logori fanciulli
che si stiravano altre membra
pulite come il sonno, in vacue
miniere.

 

da Serie Ospedaliera (Il Saggiatore, 1969)