Seamus Heaney

seamush
The Milk Factory

Scuts of froth swirled from the discharge pipe.
We halted on the other bank and watched
A milky water run from the pierced side
Of milk itself, the crock of its substance spilt
Across white limbo floors where shift-workers
Waded round the clock, and the factory
Kept its distance like a bright-decked star ship.

There we go, soft-eyed calves of the dew,
Astonished and assumed into florescence.

 

*

 

La centrale del latte

Code di schiuma sgorgavano dal condotto di scarico.
Ci siamo fermati sull’altro lato per guardare
Un’acqua lattea scorrere da un fianco perforato
Del latte stesso, il vaso della sua sostanza versato
Sul limbo bianco dei pavimenti dove i turnisti
Si muovevano a guado giorno e notte, e la centrale
Si teneva a distanza come un’astronave dai ponti lucenti.

E siamo qui, vitelli rugiadosi dai dolci occhi,
Attoniti e assunti dentro la fluorescenza.

 

La lanterna di biancospino (Guanda, 2015) a cura di F. Romana Paci

Mempo Giardinelli

Mempo Giardinelli

Tallahassee, aprile ‘99

Cos’è una poesia se non paura,
strombazzata, petalo,
incorporea genealogia?
Cos’è la poesia
se non l’emozione violenta
che produce il punto di partenza
verso il mai visto, l’improbabile
o il tramonto?
Qual è il verso finale,
l’imprecisabile verso finale
che sintetizza l’ansia del ritorno?
Cosa resta della poesia, alla fine,
quando si è pensato tutto,
non si è deciso niente
e solo sopravvivono
domande insicurezze solitudine fallimento dubbi
ossia parole, sogni, niente?

 

Poesie senza patria (Guanda, 2003), trad. it. A. Bertoni, R. Bovaia, I. Carmignani

Octavio Paz

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Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte due onde
e la notte è oceano.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte due pietre
e la notte deserto.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte radici
nella notte intrecciate.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte coltelli
e la notte lampo.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono due astri che cadono
in un cielo vuoto.

 

Libertà sulla parola (Guanda, 1965), a cura di G. Bellini

Jacques Prévert

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Les enfants qui s’aiment

Les enfants qui s’aiment s’embrassent debout
Contre les portes de la nuit
Et les passants qui passent les désignent du doigt
Mais les enfants qui s’aiment
Ne sont là pour personne
Et c’est seulement leur ombre
Qui tremble dans la nuit
Excitant la rage des passants
Leur rage leur mépris leurs rires et leur envie
Les enfants qui s’aiment ne sont là pour personne
Ils sont ailleurs bien plus loin que la nuit
Bien plus haut que le jour
Dans l’éblouissante clarté de leur premier amour.

 

*

 

I ragazzi che si amano

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è soltanto la loro ombra
Che trema nel buio
Suscitando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo i loro risolini la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Loro sono altrove ben più lontano della notte
Ben più in alto del sole
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.

 

Spettacolo (Guanda, 2003), trad. it. F. Bruno

Nicolás Guillén

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Conoscerete…

Conoscerete che son stato vivo
da un’ombra che avrà la mia fronte.
Solo sulla mia fronte l’inquietudine presente
ch’è oggi in me, del dolore imprigionato.

Bianco il volto, senz’ardor lascivo,
privo del sonno che s’impiglia alla mente.
Ormai su me, silenzioso eternamente,
la rosa di carta e il verde di ulivo.

Qual sonno senza sogni angosciosi,
l’anima aperta a tremule carezze,
immobili le mani sopra il cuore.

Com’è lontana la voce dell’amore.
Con che gusto avvicino la bocca alle delizie
di tutti gli oceani sereni.

 

Poeti delle Antille (Guanda, 1963), trad. it. Giuseppe Bellini

Milo De Angelis

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Un secondo

Presa la vita, rallentato il tempo
con i gesti, tutto concordava:
cercavamo una fraternità
nell’ombra, dove l’esperienza non separa.
E quelle attese
come si accordavano bene
al buio del finestrino (“l’attimo
non ci lascerà più”).
Fingendoci veri
anche fuori, nelle strade, il resto
sarà credibile
e ora la tredicenne davanti alla scuola
ha una calza giù
conturbante, nel luogo incerto
dove tutto è meno meschino
di una fedeltà.
Correremo senza domande. Dopo i semafori
c’è la grande calma
del delta, il fiume pacificato nelle paludi
allontanato il padrone, per un secondo.
(“Guai se vivrete. Dovete capire, in mezzo alle cose
introvabili, sbriciolare un tempo
che egualmente passa senza di voi”)
(“L’arcipelago
che vi apparirà ogni notte
è il perduto
e non si può vivere al confine.
Guardarlo è vederlo da fuori. Ma entrarci
è non poterne più uscire”).

 

Somiglianze (Guanda, 1976)

Hermann Hesse

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Caducità

Su me dall’albero della vita
foglia su foglia cade.
O variopinto mondo senza senso
come ci rendi sazi,
sazi e stanchi
come ci rendi ebbri!
Ciò che ancor oggi arde
sprofonda presto.
Presto sibila il vento
sulla mia bruna tomba,
si reclina la madre
sul suo figlioletto.
Gli occhi suoi voglio rivedere
il suo sguardo è la mia stella,
tutto il resto vuole dileguare e sparire,
tutto muore, tutto muore volentieri.
Resta solo l’eterna Madre
dalla quale noi venimmo,
nell’aria labile le sue dita
giocano a scrivere il nostro nome.

Poesie (Guanda, 2011), a cura di M. Specchio

Juan Gelman

il passero si espone nel suo
volo/ vuole dimenticare le ali/
salire dal nulla al vuoto dove
sarà materia e si distende

come luce nel sole/ è
ciò che non è ancora/ uguale al sogno
dal quale viene e non esce/ traccia
la curva dell’amore con morte/ va

dalla coscienza al mondo/ si incatena
alle fatiche della sua sorte/ ritira
il dolore dal dolore/ disegna

il suo chiaro delirio
a occhi aperti/ canta
incompletamente

 

Lettera a mia madre (Guanda, 1999), trad. it. L. Branchini

Ingeborg Bachmann

Invocazione all’Orsa Maggiore

Orsa Maggiore, scendi insita notte,
animale dal vello di nuvole
e gli occhi antichi,
occhi stellari;
sbucano dall’intrico scintillanti
le tue zampe e gli artigli,
artigli stellari;
vigili custodiamo le greggi,
pur ammaliati da te, e diffidiamo
dei tuoi lombi stanchi
e delle zampe aguzze per metà scoperte,
vecchia Orsa.

Una pigna, il vostro mondo.
Voi, le scaglie intorno.
Io lo spingo, lo rotolo,
dagli abeti in principio
agli abeti alla fine:
lo fiuto, lo tento col muso,
e con le zampe l’abbranco.

Abbiate o non abbiate timore:
versate l’obolo nella borsa sonante e date
una buona parola all’uomo cieco,
che l’Orsa trattenga al guinzaglio.
E insaporite bene gli agnelli.

Potrebbe, quest’Orsa, strappare i lacci,
non più minacciare ma dare
la caccia a tutte le pigne cadute
dagli abeti, i grandi abeti alati
precipitati dal paradiso.

 

Poesie (Guanda, 2006), trad. it. M. T. Mandalari