Francesca Serragnoli


Si dovrebbe avere il coraggio di morire
in un luogo dove la vita si ricompone
osservando un albero che abbiamo amato
portare mio padre lì, seduto
senza fare niente
insieme al vento dolce
che lo porterà via, un giorno
ora che rimanere fuori casa
non è più un pericolo
il sorriso del primo sole di maggio
ha per i vecchi il pudore di una madre
le rondini girano attorno
come una mano che sbatte
un uovo con lo zucchero
non c’è fretta, prenditi tutto il tempo
di mangiare e alzare gli occhi
contro quel volto scolorito
che torna a riprenderti la mano
ed io dividerò con lei
un cucchiaio e poi l’altro.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Francesca Serragnoli

serragnoli
Ogni volto ha il suo vento
due dita fredde lo sfiorano talvolta
nel camminamento, il blu ha la vastità
di un arco e poi di un altro, il trucco
scende fino alle ginocchia
non osa toccare terra, lo trattiene
qualcuno che si volta
una parola detta a metà.

Seguiranno i giorni dove il bruciore
della quasi primavera conserverà
intatto lucido controluce
un raggio di vetrata, di polvere
ho scoperto che la notte mi guarda con soggezione
i suoi occhi bassi non riesco più
a incrociarli, il pianto è un lago freddo
dove nemmeno più riesco ad entrare.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Francesca Serragnoli

serragnoli interno poesia
I tuoi occhi proteggono il ghiaccio
da un tonfo violento in mare
una glaciazione è la tua mano
chiusa fra cielo e terra
i tuoi passi sfogliano i cristalli
balene sepolte accanto a farfalle
hanno nascite fradicie, antiche
un grigio balzo è la neve
dai capelli scivola sulle guance
lì riaffiora il sangue.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Francesca Serragnoli

serragnoli

Ieri notte a Bologna
la pioggia fine di ottobre
ha continuato a cadere
in ginocchio rifaccio
il gesto del cielo
quando scende rosa
sulle tue spalle, l’ombra
è un calice bevuto lentamente
rimane il fondo, un bisbiglio
un rubino che sfugge all’oblio

quanto cielo fra noi
due milioni, forse cento
la distanza che patiscono le stelle
è un sorriso spaccato in due
orizzonti lacerati dallo spazio
il cielo è niente, arrossisce
come prima di un bacio.

a E.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Francesca Serragnoli

francesca serragnoli

Che farai, Dio, se muoio?
Rainer Maria Rilke

 

Luccica come una gabbia il mio futuro
è ritornato mare calvo
l’orizzonte è un bisturi profondo
piega il ferro della schiena.

Sott’acqua la confusione diventa impazzimento
muovo il mio corpo
rompo il mio corpo
non so tenere la testa
occhi salati
fili scoperti in faccia.

Se non fosse che vivo ancora
ogni attimo aspettando
lascerei cadere il sangue torturato
nel mare bocca di lupo.

Le stelle sono i tuoi occhi gialli
e non è nemmeno la feroce spina del suo pelo
anche l’alga leggera esce dalle profondità
ed è una sorgente tutta sparsa
dai pori entrano ed escono le vele dei peccati.

La mia vita è anche questo squarcio
ho un cuore spaventato
penso ai tuoi capelli bagnati
alla pioggia dei suoi occhi
che ti corre nella schiena.

 

Aprile di là (LietoColle, 2016)

Francesca Serragnoli

serragnoli interno poesia

Arrivavi come un venticello
con valigie non per rimanere
ti stancavi affaticato
rimani ancora un po’
dicevo al sangue sulle braccia
posato come una Pietà
spegneva Dio con due dita
il lumicino brevissimo
la morte diventava arietta, cosa di fiato
alito di vento sul volto immobile
della statua inclinata sul fondale
che ha sentito le braccia sgretolarsi
e sul capo ammucchiarsi le foglie.
Ti rivedrò un giorno?
mi verrai vicino, ricorderai d’avermi conosciuto
sull’orlo dell’acqua riaffiorerà un tremito.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Francesca Serragnoli

serragnoli

 

Le tue notti sdraiate nei deserti
sono occhi grandi, neri, caldi
hai dita che cercano nel vento
il ventre di una donna,
con le dita sollevi l’aria
per vedere la fronte sudata della terra
capelli lunghi come la notte
appena trascorsa, un soffio
muove la barca
fra l’imbrunire e il volto d’acqua
l’avvenire dondola nel blu
vibra una figura che scende
laggiù e non si volta
nemmeno per morire
e non sai più dove la notte
vende ai fari i suoi specchi argentati.
L’acqua riflette un cielo travolto dall’addio.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Francesca Serragnoli

francesca serragnoli

 

Nei giorni c’erano cieli bellissimi
tutti con il piede appoggiato al muretto
varcavano i confini, volavano schiaffi
uno sputo alla pioggia
l’esser soli di baci ne riceve tanti
ci vuole quella stranezza che girava
fra i tavoli di una discoteca
quel venire dentro le maniche
che solo il freddo conosce il brivido
ci vuole un cielo solo tuo
un cielo peso sulla spalla
con i suoi cementi, le sue pozze piccole
quel tramonto di gamba
grossa che gira con la palla intorno al sole
ci vuole quel briciolo di fuoco tuo
che chiede solo di cadere
come una cantilena trasparente nell’oscurità
e le calze il vento le lascia
per qualche minuto
dondolare vuote.
Quando ti vesti così
nessuno lo saprà mai.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Francesca Serragnoli

serragnoli interno poesia

 

Sotto i miei occhi
sotto a un velo di lana Istanbul
libera le strade
come lievi strisce d’acqua
trasportata da ogni scatto
suono, lamento
ero la luce bruciata
l’infinito spento di una vita
adagiato nel canale come una foglia
ero il pasto del Natale dei poveri
di me mangiavo il dono della vista
svuotavo bottiglie di quasi notte
pieno il petto, l’aria in pezzi
come un insetto girato di schiena
osservavo il blu
lasciavo morire il movimento
e quelle luci i bottoni
aperti nel petto oscuro
toccavo quei muri
come un volto d’uomo
dalla rapida luce che si sdraia
nella notte, adesso.
E nessuno spegnerà il declino meraviglioso.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Francesca Serragnoli

Francesca_Serragnoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci vorrebbe proprio tutto
il tempo di cucire un bottone.
Quel fermarsi
in quel punto della camicia
su e giù con l’ago
e il filo lungo che va in alto e scende.
Quel andare al di là e tornare, basterà?

Il viaggio di una madre
il puntino luminoso della sua mano
che dal cielo scende
e sale un filo che fra le dita
sembra attraversare niente.

Io ti avevo stretto la mano
nella panca della chiesa dei Servi
sentivo che piangevi
non sapevo come ricucire
il fiore sdraiato del tuo respiro
con tutte quelle radici al vento.

Non mi lasciare nel traffico
nel buio sordo di un attimo
quando non ti volti più
e caschi fra i rami
come un tramonto colpito
nel petto da uno sparo
non lasciarmi andare sotto i portici
che non hanno braccia
non farmi credere che la piazza
sia più bella dei tuoi occhi
che i gradini siano le tue ginocchia.

 

da Il rubino del martedì (Raffaelli, 2010)

Foto di Daniele Ferroni