Franca Mancinelli

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Indosso e calzo ogni mattina forzando, come avessi sempre un altro numero, un’altra taglia. Cresco ancora nel buio come un bambino, una pianta che beve dal nero della terra. Per vestirsi bisogna perdere i rami allungati nel sonno, le foglie più tenere aperte. Puoi sentirle cadere a un tratto come per un inverno improvviso, un’immediata mutazione del sangue. Nello stesso istante perdi anche le pinne, la coda e le ali che avevi. Da qualche parte del corpo lo senti. Non sanguini, è una privazione a cui ti hanno educato, a cui ti adegui. Non resta che cercare il tuo abito. Quello che rende invisibili. Scivolare come un raggio, diritta, fino al calare della luce.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

© Foto di Dino Ignani

Franca Mancinelli

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Un bicchiere d’acqua sul tavolo. Un bicchiere per nessuno, senza nessuno. Rimasto per caso quasi colmo dopo la cena, non vuotato. Eravamo limpidi e soli, con qualcosa che bruciava dentro. Un colore prima di un altro, e poi diversi, insieme, come in una rete che si muove, luminosa. Tante volte l’abbiamo inseguita. L’azzurro saliva dalle caviglie, fino a dove potevamo ancora parlare, lanciare un richiamo. Poi ci ha toccati. Si è immerso nell’acqua e immediatamente tutto ha avuto il suo oscuro richiamo che scende.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Franca Mancinelli

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Nella notte ti veniva vicino un animale segnato dal suo peso, un animale strisciante sul pavimento. Alzava verso di te il suo umido muso di bestia irriconoscibile, senza altra forma che quella data dalle cose che sfiorava. Aveva un capo di sorgente, un capo di fiume che ti lambiva appena le gote del viso, cercandoti le labbra. Ciecamente, a tentoni, baciandoti ti avrebbe travolto nella sua piena, portandoti con sé attraverso strade deserte e campi mietuti, fino al mare. La mattina il letto era vuoto. Qualcosa nel tuo corpo si muoveva come un’acqua attraversata dalla corrente.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Franca Mancinelli

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Nel giardino, vicino al pozzo di mattoni, un gomito di acciaio emerge dalla terra. Lì si congiunge un tubo di plastica che striscia sull’erba fino a raggiungere l’orto. La sera, con una sigaretta tra le dita, guardando il cielo scurirsi come terra bagnata, mio padre annaffia. Frutti sempre più piccoli di quelli che si aspetta riempiono ogni tanto le sue mani e un canestro sporco sulla credenza. Quando è laggiù, nascosto dalle piante dei pomodori, nell’angolo più lontano del giardino, posso sentire dal pozzo l’acqua versarsi e scendere tra i granuli, fino alle radici dove è attesa. Qui, dove il flusso dell’acqua si perde, crescono erbe dure da estirpare, infestanti dal piccolo fiore, piante dal frutto velenoso, cibo per gli uccelli. Ma non riesco a zapparle via, non riesco a riparare la falda.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Franca Mancinelli

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Ci sorvegliano dalle soglie, un occhio socchiuso, l’altro dormiente. Conoscono i nostri tragitti. Sanno che torniamo all’ora dei pasti. Conoscono i nostri bisogni, le nostre debolezze diventate abitudini. Del nostro linguaggio comprendono il suono e l’intonazione di fondo. Dei nostri gesti comprendono tutto. Anche le intenzioni. Come portiamo loro la ciotola. Come può illuderci una carezza di averli avuti vicini.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Franca Mancinelli

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Per uscire da qui ci sono porte. Puoi vederne i contorni al crepuscolo o in certi giorni di sole e aria limpida. Ma il più delle volte si trovano tastando come ciechi le cose, i corpi. Senti il confine di una soglia, qualcosa che potrebbe cedere. Ma non accade. Resta questa percezione di qualcosa che c’era. Tutto è così murato o chiuso da lucchetti.

Siamo qui per uscire. Insieme o uno dopo l’altro dalla porta. È spalancata, siamo al varco. Mi porti in salvo per prima come sollevando la parte più fragile di te. Resisti nel tumulto. Ed eccoti sulla soglia, attraversato da scariche di luce chiara. Non hai più viso, sei fuori da ogni contorno. Soltanto luce chiara. Vorrei raccoglierti con le mani, contenerti mentre nasci, ma ti sprigioni, sei nella corrente prima che non si può toccare. Pura forza liberata che libera. Siamo salvi.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Franca Mancinelli

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Puoi disegnarmi come un pupazzo semplice. Al principio è un cerchio con dentro due punti e un taglio. Poi una linea che scende diritta fino ad aprirsi formando un triangolo isoscele. Dal cerchio un’altra linea, ma più breve e orizzontale. Sono questo con tutto il resto che puoi aggiungere di me, di te, del tempo trascorso insieme, di quello che abbiamo immaginato.
Con il tuo bene continui a tessere questo spazio, a portare dettagli e densità. Il tuo bene è un filo che si rigenera di continuo formando una ragnatela. Io sono avvolta lì, un po’ viva e un po’ morta. Ma se svolgessi il filo e tornassi a vedere troveresti una croce sormontata da un cerchio. Così sottile e lieve, tracciata sulla polvere. Basterebbe un tuo soffio per liberarmi.

Ma tu porti argilla. Aggiungi altra argilla dell’inizio del mondo. Vai verso i luoghi rotti e vuoti da riparare. Sei chiamato dagli spazi caldi, un manovale sudato che sorride del suo lavoro che crolla e si frantuma in sabbia sotto il sole cocente. Sorridi, ricomincia il tempo. Una tunica tiepida ti avvolge fino alle tempie, ti bagna i capelli, ti riporta in cucina, nella tinozza sul tavolo, tra le mani grandi di tua madre.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Franca Mancinelli

FRANCA MANCINELLI

 

Acqua dove nuoti sola, una bracciata dopo l’altra. Breve sequenza di mare limpido, infranto solo dai tuoi gesti. A un tratto, di colpo, ti svegli. La scossa di terrore ti attraversa come una scarica elettrica di alta tensione. Hai sfiorato una grande medusa o un cumulo di rifiuti che galleggia. Ti fermi quel poco che basta perché l’allarme si plachi dentro le cellule. Non importa più distinguere la sostanza di questo corpo estraneo. Solo tornare a chiudere gli occhi nel mare, rientrare nei gesti, tracciare i tuoi cerchi che portano avanti.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Franca Mancinelli

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I piccoli gatti che hanno perso la madre hanno gli occhi chiusi. Sembrano ammalati. Se ne stanno accucciati in un angolo, aspettando che passi. O che ritorni lei, il suo calore, la sua lingua odorosa sul muso. Una mattina, nel sottopassaggio della stazione, ce n’era uno così, rifugiato nell’intercapedine tra il muro e le scale. Le sue palpebre sigillate sembravano ancora intuire le immagini. Bastò un po’ d’acqua tiepida come saliva per liberarle.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Franca Mancinelli

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Qui ciò che cade indurisce nello spazio assegnato dal caso o dal destino. Cadendo si abbandona, perde ogni appartenenza. Inizia a crescere radici, sottili come capelli. I tuoi, sul pavimento, nella polvere. Ma oggi il tempo è entrato, risuonando sui vetri. Le pareti si sono fatte sottili. La casa di membrana. Ogni stanza entrava nell’altra, sovrapposta come in un gioco di dimensioni perfette. Ne restava una sola alla fine, profonda di tutte le altre. Vi entrava anche il giardino, con gli alberi, la strada di auto lente, il canale. Ti stava facendo questo, pazientemente, la pioggia. Aprendo una sillaba all’infinito fino all’inizio dell’articolazione di un suono. Portandoti appena dopo il silenzio. In quella durata dove potevano fare ritorno, trovare luogo le cose.

 

© Inedito di Franca Mancinelli