Tamara Kamenszain

Tamara Kamenszain

 

Dall’altro lato della camera da letto familiare
mi fisso come una roccia allo spazio inospitale dello sgombero
lì, oltre i ritratti dei nonni
indicando questo cuscino che nessuno usa più
attaccato alle valigie che aspettano in piedi
lì è dove cresce il fantasma del rifugio
che aspetta paziente mia madre per farsi reale.
In punta di piedi entriamo a spiarlo
dietro un odore c’è un altro odore c’è un altro odore c’è un altro odore
eppure ancora più indietro da un gemito un rumore avanza
sono sedie a rotelle che camminano da sole
i nudi e i morti mettono il freno delle loro sonde
a disposizione delle infermiere
qualcuno tende il letto con godimento di becchino
in sala di chinesiologia immobilizzano gli invalidi in pantofole
non trovo l’uscita nonostante le frecce la indichino a ogni passo che non faccio
non la lasciamo non la lasciamo qui diciamo in coro con mia sorella
che ci curi lei, che ci protegga da quello che le tocca
consolaci mamma del tuo stesso soffrire
perché il logorio della tua vita ci mette in fuga
e come pazze sul bordo dell’uscita
anche se la freccia che la indica ti ha già trafitto il corpo
e adesso c’è soltanto un’entrata ad aspettarci
retromarcia per il tunnel del tuo deterioramento
quello che dal primo parto programmato
fino al punto morto dell’ultimo cesareo
va espellendoti sola sciolta dalle tue stesse figlie
fuori più fuori moltissimo più fuori ancora
dalla nostra prima dimora.

 

da L’eco di mia madre (Kolibris, 2014), trad. it. Chiara De Luca.

Charles Simic

SIMIC

 

Ragazzo prodigio

Sono cresciuto chino
su una scacchiera.

Amavo la parola scaccomatto.

Il che sembrava impensierire i miei cugini.

Era piccola la casa,
accanto a un cimitero romano.
I suoi vetri tremavano
per via dei carri armati e caccia.

Fu un professore di astronomia in pensione
che m’insegnò a giocare.

L’anno, probabilmente, il ’44.

Il Re bianco andò perduto,
dovemmo sostituirlo.

Mi hanno detto, non credo sia vero,
che quell’estate vidi
gente impiccata ai pali del telefono.

Ricordo che mia madre
spesso mi bendava gli occhi.
Con quel suo modo spiccio d’infilarmi
la testa sotto la falda del soprabito.

Anche negli scacchi, mi disse il professore,
i maestri giocano bendati,
i campioni, poi, su diverse scacchiere
contemporaneamente.

 

Hotel insonnia (Adelphi, 2002), trad. it. Andrea Molesini

Piera Oppezzo

213opp

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La grande paura

La storia della mia persona
è la storia di una grande paura
di essere me stessa,
contrapposta alla paura di perdere me stessa,
contrapposta alla paura della paura.
Non poteva essere diversamente:
nell’apprensione si perde la memoria,
nella sottomissione tutto.
Non poteva
la mia infanzia,
saccheggiata dalla famiglia,
consentirmi una maturità stabile, concreta.
Né la mia vita isolata
consentirmi qualcosa di meno fragile
di questo dibattermi tra ansie e incertezze.
All’infanzia sono sopravvissuta,
all’età adulta sono sopravvissuta.
Quasi niente rispetto alla vita.
Sono sopravvissuta, però.
E adesso, tra le rovine del mio essere,
qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire.

 

da Donne in poesia (Savelli, 1976)

Natan Zach

Zach

 

Dal “Manuale del nomade”

Non scordarti di chiudere la finestra prima di uscire
non scordarti di chiudere la porta a chiave
non scordarti di baciare tua moglie sulla bocca e sull’orecchio
non scordarti di dondolare la piccola culla
senza spaventare il bambino.
Non scordarti la torcia elettrica
e portati dietro le batterie.
Tu sai quando parti
ma non quando tornerai.
Forse tornando la finestra sarà chiusa
e la porta di casa chiusa a chiave,
tua moglie non distinguerà i tuoi passi
e tuo figlio non saprà più chi sei.
Attento, o tu che parti per terre lontane,
non metterti in cammino se intendi
tornare.

 

Poeti israeliani (Einaudi, 2007), trad. it. Ariel Rathaus

Hans Magnus Enzensberger

hans-magnus-enzensberger

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un moto d’affetto

Il mio nonno,
un uomo fortunato,
capiva poco della vita.
Ansava per la fame,
portava cappelli chic
e credeva sovente
di aver ragione.
Novantasettenne,
vide, incredulo
e per la prima volta,
l’interno di una clinica.
“Peccato”, borbottò,
“sol che avessi saputo
come sono carine
le giovani infermiere
intorno al letto,
che mani delicate,
mi sarei ammalato
prima, assai prima”,
qui contrasse la bocca,
girò gli occhi
verso il campanello, ed era morto.

 

Più leggeri dell’aria (Einaudi, 2001), trad. it. Anna Maria Carpi