Francesco Scarabicchi


Mi condanna l’azzurro delle vene,
l’ombra lontana che non sa tornare,
le lettere del nome femminili.

Chissà dov’ero prima d’esser qui,
chissà chi ero prima d’esser te
che scivoli discreta da un foulard
e sei un numero civico, una via
del chiuso mondo che mi tiene fuori.


L’ora felice
(Donzelli, 2010)

© Foto di Dino Ignani

Odisseas Elitis

Odisseas Elitis

Piango il sole e piango gli anni che verranno
Senza di noi e canto gli altri passati
Se veramente sono

Confidenti i corpi e le barche che sbattono dolcemente
Le chitarre che accendono e spengono sotto le acque
I “credimi” e i “non”
Ora nel vento ora nella musica

E le nostre mani, due piccole bestie
Che furtive cercavano di salire l’una sull’altra
Il vaso di brezza negli aperti cortili
E i frammenti di mare che ci seguivano
Fin dietro le siepi e sopra i muri a secco
L’anemone che si depose nella tua mano
E tremò tre volte il viola tre giorni sopra le cascate

Se tutto questo è vero io canto
La trave di legno e l’arazzo quadrato
Alla parete, la Gorgone con i capelli sciolti
Il gatto che ci guardò nel buio
Bambino con la croce vermiglia e l’incenso
Nell’ora che sull’impervia scogliera scende la sera
Piango la veste che sfiorai e fu mio il mondo.

 

È presto ancora (Donzelli, 2011), a cura di P. M. Minucci

Charles Wright


Marostica, Val di Ser. Bassano del Grappa.
Madonna del Ortolo. San Giorgio, arc and stone.
The foothills above the Piave.

Places and things that caught my eye, Walt,
In Italy. On foot, Great Cataloguer, some twenty-odd years ago.

San Zeno and Caffè Dante. Catullus’ seat.
Lake Garda. The Adige at Ponte Pietra
– I still walk there, a shimmer across the bridge on hot days,
The dust, for a little while, lying lightly along my sleeve –
Piazza Erbe, the twelve Apostles…

Over the grave of John Keats
The winter night comes down, her black habit starless and edged with ice,
Pure breaths of those who are rising from the dead.
Dino Campana, Arthur Rimbaud.
Hart Crane and Emily Dickinson. The Black Château.

 

*

 

Marostica, Val di Ser. Bassano del Grappa.
Madonna dell’Ortolo. San Giorgio, arco e pietra.
Le pendici collinari alte sul Piave.

Luoghi e cose che mi hanno colpito, Walt,
in Italia. A piedi, Grande Catalogatore, vent’anni e passa fa.

San Zeno e il Caffè Dante. Il sedile di Catullo.
Il Lago di Garda. L’Adige a Ponte Pietra
– ci cammino ancora sopra, scintillio sulle arcate nei giorni d’afa,
la polvere che per un poco mi si posa lieve sulla manica –
Piazza delle Erbe, i dodici Apostoli…

Sulla tomba di John Keats
scende la sera invernale, dall’abito nero senza stelle e bordato di ghiaccio
puri respiri di coloro che risorgono dai morti.
Dino Campana, Arthur Rimbaud.
Hart Crane e Emily Dickinson. Lo Château Nero.

 

Italia (Donzelli, 2017), a cura di M. Egan, D. Abeni

Friederike Mayröcker

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A VOLTE IN CERTI CAUSALI MOVIMENTI
sfiora la mia mano la tua mano della tua mano il dorso
oppure il mio corpo dentro i vestiti si appoggia quasi senza saperlo
per un attimo contro il tuo corpo nei vestiti
questi movimenti minimi quasi vegetali
il tuo sguardo angolato e il tuo occhio volutamente perso nel vuoto
la tua domanda subito interrotta dove vai quest’estate
cosa stai leggendo
mi attraversano come un dolce coltello
in pieno cuore e lungo tutta la gola
e mi dissecco come una fonte in una calda estate

 

Della vita le zampe (Donzelli, 2002), a cura di S. Barni

Carlos Drummond De Andrade

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Infanzia

A Abgar Renault

Mio padre montava a cavallo, andava nei campi.
Mia madre stava seduta a cucire.
Mio fratello piccolo dormiva.
Io bambino soletto tra le piante di mango
leggevo la storia di Robinson Crusoe,
lunga storia che non finisce più.

A mezzogiorno bianco di luce una voce che imparò
a ninnare nelle lontananze della senzala – e mai si dimenticò
chiamava per il caffè.
Caffè nero come la vecchia nera
caffè gustoso
caffè buono.

Mia madre stava seduta a cucire
guardando verso di me:
Psss… Non svegliare il piccolo.
Verso la culla su cui si era posata una zanzara.
E faceva un sospiro… così profondo!

Là lontano mio padre andava nei campi
nella macchia senza fine della fazenda.

E io non sapevo che la mia storia
era più bella di quella di Robinson Crusoe.

 

Cuore numeroso (Donzelli, 2002), a cura di V. Arsillo

Massimo Gezzi

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Discorso ai nuovi vicini

Difendere un perimetro di luci:
qui il muro, lì un tavolo disegnato
contro il bianco, delle tende, il bagliore
intermittente del televisore che le incanta
e le rende vive. Dentro storie semplici,
né colpevoli né innocenti: il termometro
per la febbre, un quadro, uno sguardo
che rade il buio e si consuma nell’attesa.
Chi abbia ragione e chi abbia torto non lo dicono
le case. Eppure tutti, appesi al vostro vuoto
che un passato di generazioni riempie sempre
di un senso, scambiate una parola con il monte
che incombe e guarda il lago come un angelo
di terracotta veglia una casa: senza vederla.
Difendere un perimetro di spazio,
di esistenze, appartenersi nel rito
del risveglio sotto un unico
tetto che sembra casa e non lo è,
perché le luci già tremano e il termometro
dice febbre, e in una, due giornate uno vende
una discendenza, spicca i quadri, strappa le tende,
ne fa stracci. Nella breve parentesi
di questi istanti vivete voi.

 

Il numero dei vivi (Donzelli, 2015)

Inger Christensen

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Coperta dal profumo della piana
la fioritura nel marcio s’avvia,
nell’ombra, nell’intreccio, è un’insana
incolta, labiricintica idiozia

così farfalla cela col suo volo
d’esser legata al corpo dell’insetto,
crediamo che sia un fior che lascia il molo

come se quando bombice o civetta,
che vola superando quel colore,
a noi lanciasse un rebus che ci ometta

che tutto ciò che l’anima ha sperato
di là da tutto è simmetria e dolore
come atalanta, antiopa ed erato.

 

La valle delle farfalle (Donzelli, 2015), trad. it. B. Berni

Miklós Radnóti

Ti ho nascosto

Ti ho nascosto a lungo,
come il ramo tra le foglie
il frutto che tarda a maturare,
e ora fiorisci nei miei occhi
come sullo specchio della finestra d’inverno
il fiore giudizioso del ghiaccio.
E so già cosa significa
quando posi la mano sui capelli,
e custodisco già nel cuore
il movimento della caviglia,
e il bell’arco delle costole
che ammiro con distacco,
come chi s’è riposato
su tali meraviglie che respirano.
Eppure nei miei sogni
spesso ho cento braccia
e come un dio in sogno
ti stringo nelle mie cento braccia.

 

Mi capirebbero le scimmie (Donzelli, 2009), a cura di E. Bruck

Ana Blandiana

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Per scelta mia

Ho cominciato con poco, senza una vera colpa,
un gesto mancato, un sorriso trattenuto,
e quale ecatombe di cari morti ora –
per scelta mia, per scelta mia, per scelta mia,
interdetto, punito, soppresso.
Da tempo è scomparsa ogni solidarietà fra me
e gli alberi
e il cenno della fonte che mi avvertiva
quando era avvelenata.
Me ne starò ferma, quando gli uccelli imparano a volare
per paura se mi avvicinano
che io li uccida?
Quando le serpi si nascondono in terra,
i vermi nelle mele,
e l’erba più non osa nei dintorni
accogliere le foglie che cadono?
Quando, atterrito, l’universo contempla in me
un senno che non mi aveva dato?

 

Un tempo gli alberi avevano occhi (Donzelli, 2004), trad. it. B. Frabotta, B. Mazzoni