Edna St. Vincent Millay

millay

La notte è mia sorella, io nel profondo
dell’amore annegata, giaccio a riva,
acque ed alghe a fior d’onda mi lambiscono,
mi ferirà la draga, e c’è di più:
lei, solo braccio teso dalla sabbia,
unica voce il cui respiro sento
a sgelarmi le nari, ad aprirmi la mano,
lei potrebbe avvisarti, se tu udissi.
Ma di certo è impensabile che un uomo
in sí dura tempesta lasci il quieto
focolare e s’imbarchi al salvataggio
di un’annegata per portarla a casa,
sgocciolante conchiglie sul tappeto.
Buia è la notte, e per me piange al vento.

 

L’amore non è cieco (Crocetti, 2001), trad. it. S. Raffo

Sophia de Mello Breyner Andresen

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Cicladi
(Evocando Fernando Pessoa)

 
La chiarità frontale del luogo mi impone la tua presenza
Il tuo nome emerge come se qui
Il negativo che fosti di te stesso si sviluppasse

Vivesti nel rovescio
Viaggiatore incessante dell’inverso
Esente da te stesso
Vedovo di te stesso
A Lisbona scenografia della vita
Ed eri l’inquilino di una stanza affittata sopra una latteria
L’impiegato competente di una ditta commerciale
Il frequentatore ironico delicato e cortese dei caffè della Baixa
Il visionario discreto dei caffè voltati verso il Tago

(Dove ancora sul marmo dei tavolini
Cerchiamo l’impronta fredda delle tue mani
– L’impercettibile diteggiare delle tue mani) –

Squartato dalle furie del non-vissuto
A margine di te degli altri e della vita
Aggiornasti tutti i tuoi quaderni
Con meticolosa esattezza disegnasti le carte
Delle multiple navigazioni della tua assenza –

Quel che non fu né fosti è stato detto
Come isola sorta sottovento
Con scandagli sonde astrolabi bussole
Procedesti al rilevamento dell’esilio
Nascesti dopo
E qualcuno aveva consumato in sé tutta la verità
La via delle Indie era già stata scoperta
Degli dèi solo restava
L’incerto trapassare
Nel mormorio e nell’odore dei paesaggi
E avevi molti visi
Perché non essendo nessuno dicessi tutto
Viaggiavi nel rovescio nell’inverso dell’avverso

Eppure ostinata io invoco – o diviso –
L’istante che ti unisse
E celebro il tuo arrivo alle isole dove giammai venisti

Questi sono gli arcipelaghi alla deriva lungo il tuo viso
Questi sono i rapidi delfini della tua allegria
Che gli dèi non ti diedero né volesti

Questo è il paese dove la carne delle statue come pioppi trema
Attraversata dal respirare lieve della luce
Qui brilla l’azzurro-respirazione delle cose
Sulle spiagge dove c’è uno specchio voltato verso il mare

Qui l’enigma che mi interroga da sempre
È più nudo e veemente e per questo ti invoco:

“Perché furono spezzati i tuoi gesti
Chi ti cinse di muri e di abissi
Chi versò a terra i tuoi segreti”

Ti invoco come se arrivassi su questa nave
E posassi i tuoi piedi sulle isole
E la loro eccessiva prossimità ti invadesse
come un viso amato sporto su di te

Nella canicola di questo luogo chiamo te
Che mettesti in letargo la tua vita come l’animale nella stagione avversa
Che ti volesti distante come chi davanti al quadro per meglio vedere arretra
E volesti la distanza che subisti

Ti chiamo – riunisco le macerie le rovine i pezzi –
Perché il mondo è schioccato come una cava
E a terra rotolano capitelli e bracci
Colonne divise schegge
E dell’anfora resta lo spargimento di cocci
Di fronte ai quali gli dèi si fanno estranei

Però qui le dee color di grano
Ergono la lunga arpa delle loro dita
E incantano il sole azzurro dove ti invoco
Dove invoco la parola impersonale della tua assenza

Potesse l’istante della festa rompere il tuo lutto
O vedovo di te stesso
E che essere e stare coincidessero
Nell’uno delle nozze

Come se la tua nave ti aspettasse a Thassos
Come se Penelope
Nelle sue alte stanze
Fra i suoi capelli ti filasse

 

Come un grido puro (Crocetti, 2013), trad. it. F. Bertolazzi

Vera Pavlova

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Leggere il mio nome sulla busta
e ricordare chi sono
leggere il mio indirizzo sulla busta
e ricordare dove sono
leggere nome e indirizzo del mittente
e ricordare che c’è qualcun altro
strappare la busta e leggere la lettera
-Pavlova, fermo posta.
-No. Non c’è nulla.

 

La nuova poesia russa (Crocetti, 2003), a cura di P. Galvagni

Louis Aragon

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Les mains d’Elsa

Donne-moi tes mains pour l’inquiétude
Donne-moi tes mains dont j’ai tant rêvé
Dont j’ai tant rêvé dans ma solitude
Donne-moi te mains que je sois sauvé

Lorsque je les prends à mon pauvre piège
De paume et de peur de hâte et d’émoi
Lorsque je les prends comme une eau de neige
Qui fond de partout dans mes main à moi

Sauras-tu jamais ce qui me traverse
Ce qui me bouleverse et qui m’envahit
Sauras-tu jamais ce qui me transperce
Ce que j’ai trahi quand j’ai tresailli

Ce que dit ainsi le profond langage
Ce parler muet de sens animaux
Sans bouche et sans yeux miroir sans image
Ce frémir d’aimer qui n’a pas de mots

Sauras-tu jamais ce que les doigts pensent
D’une proie entre eux un instant tenue
Sauras-tu jamais ce que leur silence
Un éclair aura connu d’inconnu

Donne-moi tes mains que mon coeur s’y forme
S’y taise le monde au moins un moment
Donne-moi tes mains que mon âme y dorme
Que mon âme y dorme éternellement.

 

*

 

Le mani di Elsa

Dammi le tue mani per l’inquietudine
Dammi le tue mani di cui tanto ho sognato
Di cui tanto ho sognato nella mia solitudine
Dammi le tue mani perch’io venga salvato

Quando le prendo nella mia povera stretta
Di palmo e di paura di turbamento e fretta
Quando le prendo come neve disfatta
Che mi sfugge dappertutto attraverso le dita

Potrai mai sapere ciò che mi trapassa
Ciò che mi sconvolge e che m’invade
Potrai mai sapere ciò che mi trafigge
E che ho tradito col mio trasalire

Ciò che in tal modo dice il linguaggio profondo
Questo muto parlare dei sensi animali
Senza bocca e senz’occhi specchio senza immagine
Questo fremito d’amore che non dice parole

Potrai mai sapere ciò che le dita pensano
D’una preda tra esse per un istante tenuta
Potrai mai sapere ciò che il loro silenzio
Un lampo avrà d’insaputo saputo

Dammi le tue mani ché il mio cuore vi si conformi
Taccia il mondo per un attimo almeno
Dammi le tue mani ché la mia anima vi s’addormenti
Ché la mia anima vi s’addormenti per l’eternità.

 

Poesie d’amore (Crocetti, 1984), trad. it. F. Bruno

Yehuda Amichai

Sguinzagliare ricordi

In questi giorni penso al vento fra i tuoi capelli,
agli anni che fui nel mondo prima di te
e all’eternità che prima di te andrò a incontrare,

ai proiettili che non mi uccisero in battaglia
ma uccisero i miei amici,
di me migliori perché
non vissero oltre come me,
penso a te nuda davanti al fornello d’estate,
sul libro curva per leggere meglio
nella luce morente del giorno.

Vedi, abbiam vissuto più di una vita,
ora dobbiamo pesare ogni cosa
sulla bilancia dei sogni e sguinzagliare
ricordi che divorino ciò che fu il presente.

Poesie (Crocetti, 2001), trad. it. A. Rathaus

Gennadij Ajgi

genna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di questo

molto o poco
ma il dono dell’amore
poi si trasformerà
in un vuoto tale che occorrerà riempirlo
con un grande dolore: forse tu non vedrai –

(vedranno gli altri) –

come per la pienezza, da te compiuta,
essa turbinerà! – l’unità
dell’antico dono di un amico silente
e della triste memoria:

un astro umano semplice e modesto
(quasi una chiazza a occhi chiusi) –

per il mondo (forse – solo per il cielo e l’aria)

La nuova poesia russa (Crocetti, 2003), a cura di P. Galvagni

Olav H. Hauge

Hauge, Olav H_None

La terra azzurra

Qui sono al sicuro, qui ci sono querce intorno ai muri,
qui scintilla lo stretto tra monti corrosi dal mare.
Se me ne sto in piedi alla finestra
le querce immense hanno
una profonda tonalità oleosa
come un dipinto antico,
sul cielo di smalto azzurro
nubi ritardatarie
si rincorrono dal mare.

Querce nel sole d’autunno!
Terra azzurra, terra di monti, terra di mare
ed ere alle mie spalle
in una festa di colori
e ardore.

Oggi ci sono freddo e fiocchi di neve nell’aria,
i rami nudi si protendono come artigli
verso il caldo e l’ultimo ozono.
Mi inoltro nella terra azzurra
sotto le foglie che cadono.
E un giorno sarà spoglio Yggdrasil.

 

La terra azzurra (Crocetti, 2008), trad. it. F. Ferrari

Thomas Bernhard

Thomas Bernhard

 

La terra
battezza i miei figli.
Ombre precipitano
da notte appassita.
Stilla il sangue dei re
nelle valli del pane caldo.

Le stelle hanno
la lingua delle palpebre
che sognano
di occhi umani,
di colline
che sono tagliate in pezzi
dalle lame della fatica.

Sia maledetto
questo tormento dell’inverno
che il fumo sospinge
in boschi senza patria
attraverso le lattee stalle del mondo
che il sonno infedele strangola
sulle rive di sogni spietati.

 

Sotto il ferro della luna (Crocetti, 2015), trad. it. S. Thabet

Juana Castro

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Calice

E ora sono
così uguale a te, madre,
che non mi riconosco dentro il vetro
di quel ritratto tuo così presente.
Se sapessi che tutto
quel che ho odiato di te e maledicevo
adesso in me lo scopro
così esatto e recente come il cerchio
d’una pietra nell’acqua, ripetuta.
Vengo ancora a vederti.
Taccami, e le mie dita
metti qui sopra le tue piaghe, ed aprimi
questa rosa di spine nel costato.
Son così tua che il mare la tua voce
per il suo canto copia dalla mia.
E mi sveglio e al momento stesso vivo
quella tua immensa sete, che per sempre
nelle tue ossa vuote
ardeva irrimediabile.
Non sono il tuo fantasma,
voglio, risuscitata, ora crearti
nel filo di chi il mio essere t’ha dato.
Da morta e morta dimmi:
Chi sta allattando chi, serpente mio?

 

Io sempre a te ritorno – Poesie per la madre (Crocetti, 2001), a cura M. G. Maioli Loperfido

Jacques Werup

Jacques Werup

 

Il lavoro

Ci piace quel presagio
di morte che ci coglie
nel viaggio verso casa dal lavoro.

Il volto allora muta: questo si vede
dal mio volto ugualmente cambiato
che d’un tratto se ne sta più comodo

quando penso: anch’io, fra poco.
Una volta in una grande città ne parlai
con uno che visse per poco ancora.

Attraversammo una grande piazza,
fra resti di penne di piccioni
i nostri dolori lasciarono dei segni

sul terreno umido
alla fine del quale le case
sembravano scogliere di pioggia.

Nel separarci ci sembrò di essere molti
che tornavano a casa, ognuno alla sua,
dopo un lungo discorso. Il tribuno incomprensibile.

Il treno mi prese. Nel tempo sprofondò la città.
E ora quando dormo dopo il lavoro
vedo quella piazza.

E quando non so più chi vede la piazza
so che sto dormendo.
Forse è così morire, o forse è più come il lavoro.

 

da Antologia della poesia svedese contemporanea (Crocetti, 1996), a cura di H. Sanson