Giorgio Manganelli

Scrivi, scrivi;
se soffri, adopera il tuo dolore:
prendilo in mano, toccalo,
maneggialo come un mattone,
un martello, un chiodo,
una corda, una lama;
un utensile, insomma.
Se sei pazzo, come certamente sei,
usa la tua pazzia: i fantasmi
che affollano la tua strada
usali come piume per farne materassi;
o come lenzuoli pregiati
per notti d’amore;
o come bandiere di sterminati
reggimenti di bersaglieri.

 

Poesie (Crocetti, 2006)

Adrienne Rich

Dediche

So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
con l’unico lampione giallo e una finestra che rabbuia
nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete
quando l’ora di punta è da molto passata. So che stai leggendo
questa poesia in piedi, in una libreria lontano dall’oceano
in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi sospinti
attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ora. So che stai leggendo questa poesia
mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull’intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto
di occhi incontrati che non si incontrano, di identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia sotto il neon
nella noia stanca dei giovani che sono esclusi,
che si escludono, troppo presto. So
che stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato e tuttavia continui a leggere
perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina,
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza,
per poi tornare ai compiti che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
lì dove sei approdata, nuda come sei.

 

Cartografie del silenzio (Crocetti Editore, 2000)

Yehuda Amichai

Cos’è esser donna?
Com’è sentire
il vuoto fra le gambe
e curiosità nella gonna, al vento estivo,
e impudenza nelle natiche.

Un uomo non può far altro che vivere
col suo strano fagotto fra le gambe. “Da che parte
preferisce che stia?”, mi domandava il sarto
misurandomi i calzoni senza un sorriso.

Com’è una voce integra, che non si spezza?
Com’è vestirsi e spogliarsi
fra languidi scivolii e carezze,
come vestendosi di olio di oliva,
spalmarsi il corpo di molle stoffe,
di qualcosa che è seta, brusio e un nulla di rosa o d’azzurro?
Un uomo si veste con rudi gesti
di strappo sempre più aspro,
angolosi ed ossuti, che staffilano l’aria.
E gli si impiglia il vento nelle ciglia.

Com’è sentirsi donna?
Quand’è il tuo corpo stesso a sognarti.
Le vestigia di donna sul mio corpo maschio
e le tracce dell’uomo sopra il tuo
ci annunciano l’inferno
che a noi si prepara
e la nostra reciproca morte.

 

Poesie (Crocetti, 2001), trad. it. A. Rathaus

Edna St. Vincent Millay

millay

La notte è mia sorella, io nel profondo
dell’amore annegata, giaccio a riva,
acque ed alghe a fior d’onda mi lambiscono,
mi ferirà la draga, e c’è di più:
lei, solo braccio teso dalla sabbia,
unica voce il cui respiro sento
a sgelarmi le nari, ad aprirmi la mano,
lei potrebbe avvisarti, se tu udissi.
Ma di certo è impensabile che un uomo
in sí dura tempesta lasci il quieto
focolare e s’imbarchi al salvataggio
di un’annegata per portarla a casa,
sgocciolante conchiglie sul tappeto.
Buia è la notte, e per me piange al vento.

 

L’amore non è cieco (Crocetti, 2001), trad. it. S. Raffo

Sophia de Mello Breyner Andresen

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Cicladi
(Evocando Fernando Pessoa)

 
La chiarità frontale del luogo mi impone la tua presenza
Il tuo nome emerge come se qui
Il negativo che fosti di te stesso si sviluppasse

Vivesti nel rovescio
Viaggiatore incessante dell’inverso
Esente da te stesso
Vedovo di te stesso
A Lisbona scenografia della vita
Ed eri l’inquilino di una stanza affittata sopra una latteria
L’impiegato competente di una ditta commerciale
Il frequentatore ironico delicato e cortese dei caffè della Baixa
Il visionario discreto dei caffè voltati verso il Tago

(Dove ancora sul marmo dei tavolini
Cerchiamo l’impronta fredda delle tue mani
– L’impercettibile diteggiare delle tue mani) –

Squartato dalle furie del non-vissuto
A margine di te degli altri e della vita
Aggiornasti tutti i tuoi quaderni
Con meticolosa esattezza disegnasti le carte
Delle multiple navigazioni della tua assenza –

Quel che non fu né fosti è stato detto
Come isola sorta sottovento
Con scandagli sonde astrolabi bussole
Procedesti al rilevamento dell’esilio
Nascesti dopo
E qualcuno aveva consumato in sé tutta la verità
La via delle Indie era già stata scoperta
Degli dèi solo restava
L’incerto trapassare
Nel mormorio e nell’odore dei paesaggi
E avevi molti visi
Perché non essendo nessuno dicessi tutto
Viaggiavi nel rovescio nell’inverso dell’avverso

Eppure ostinata io invoco – o diviso –
L’istante che ti unisse
E celebro il tuo arrivo alle isole dove giammai venisti

Questi sono gli arcipelaghi alla deriva lungo il tuo viso
Questi sono i rapidi delfini della tua allegria
Che gli dèi non ti diedero né volesti

Questo è il paese dove la carne delle statue come pioppi trema
Attraversata dal respirare lieve della luce
Qui brilla l’azzurro-respirazione delle cose
Sulle spiagge dove c’è uno specchio voltato verso il mare

Qui l’enigma che mi interroga da sempre
È più nudo e veemente e per questo ti invoco:

“Perché furono spezzati i tuoi gesti
Chi ti cinse di muri e di abissi
Chi versò a terra i tuoi segreti”

Ti invoco come se arrivassi su questa nave
E posassi i tuoi piedi sulle isole
E la loro eccessiva prossimità ti invadesse
come un viso amato sporto su di te

Nella canicola di questo luogo chiamo te
Che mettesti in letargo la tua vita come l’animale nella stagione avversa
Che ti volesti distante come chi davanti al quadro per meglio vedere arretra
E volesti la distanza che subisti

Ti chiamo – riunisco le macerie le rovine i pezzi –
Perché il mondo è schioccato come una cava
E a terra rotolano capitelli e bracci
Colonne divise schegge
E dell’anfora resta lo spargimento di cocci
Di fronte ai quali gli dèi si fanno estranei

Però qui le dee color di grano
Ergono la lunga arpa delle loro dita
E incantano il sole azzurro dove ti invoco
Dove invoco la parola impersonale della tua assenza

Potesse l’istante della festa rompere il tuo lutto
O vedovo di te stesso
E che essere e stare coincidessero
Nell’uno delle nozze

Come se la tua nave ti aspettasse a Thassos
Come se Penelope
Nelle sue alte stanze
Fra i suoi capelli ti filasse

 

Come un grido puro (Crocetti, 2013), trad. it. F. Bertolazzi

Vera Pavlova

vera-pavlova

Leggere il mio nome sulla busta
e ricordare chi sono
leggere il mio indirizzo sulla busta
e ricordare dove sono
leggere nome e indirizzo del mittente
e ricordare che c’è qualcun altro
strappare la busta e leggere la lettera
-Pavlova, fermo posta.
-No. Non c’è nulla.

 

La nuova poesia russa (Crocetti, 2003), a cura di P. Galvagni

Louis Aragon

louis-aragon

Les mains d’Elsa

Donne-moi tes mains pour l’inquiétude
Donne-moi tes mains dont j’ai tant rêvé
Dont j’ai tant rêvé dans ma solitude
Donne-moi te mains que je sois sauvé

Lorsque je les prends à mon pauvre piège
De paume et de peur de hâte et d’émoi
Lorsque je les prends comme une eau de neige
Qui fond de partout dans mes main à moi

Sauras-tu jamais ce qui me traverse
Ce qui me bouleverse et qui m’envahit
Sauras-tu jamais ce qui me transperce
Ce que j’ai trahi quand j’ai tresailli

Ce que dit ainsi le profond langage
Ce parler muet de sens animaux
Sans bouche et sans yeux miroir sans image
Ce frémir d’aimer qui n’a pas de mots

Sauras-tu jamais ce que les doigts pensent
D’une proie entre eux un instant tenue
Sauras-tu jamais ce que leur silence
Un éclair aura connu d’inconnu

Donne-moi tes mains que mon coeur s’y forme
S’y taise le monde au moins un moment
Donne-moi tes mains que mon âme y dorme
Que mon âme y dorme éternellement.

 

*

 

Le mani di Elsa

Dammi le tue mani per l’inquietudine
Dammi le tue mani di cui tanto ho sognato
Di cui tanto ho sognato nella mia solitudine
Dammi le tue mani perch’io venga salvato

Quando le prendo nella mia povera stretta
Di palmo e di paura di turbamento e fretta
Quando le prendo come neve disfatta
Che mi sfugge dappertutto attraverso le dita

Potrai mai sapere ciò che mi trapassa
Ciò che mi sconvolge e che m’invade
Potrai mai sapere ciò che mi trafigge
E che ho tradito col mio trasalire

Ciò che in tal modo dice il linguaggio profondo
Questo muto parlare dei sensi animali
Senza bocca e senz’occhi specchio senza immagine
Questo fremito d’amore che non dice parole

Potrai mai sapere ciò che le dita pensano
D’una preda tra esse per un istante tenuta
Potrai mai sapere ciò che il loro silenzio
Un lampo avrà d’insaputo saputo

Dammi le tue mani ché il mio cuore vi si conformi
Taccia il mondo per un attimo almeno
Dammi le tue mani ché la mia anima vi s’addormenti
Ché la mia anima vi s’addormenti per l’eternità.

 

Poesie d’amore (Crocetti, 1984), trad. it. F. Bruno

Yehuda Amichai

Sguinzagliare ricordi

In questi giorni penso al vento fra i tuoi capelli,
agli anni che fui nel mondo prima di te
e all’eternità che prima di te andrò a incontrare,

ai proiettili che non mi uccisero in battaglia
ma uccisero i miei amici,
di me migliori perché
non vissero oltre come me,
penso a te nuda davanti al fornello d’estate,
sul libro curva per leggere meglio
nella luce morente del giorno.

Vedi, abbiam vissuto più di una vita,
ora dobbiamo pesare ogni cosa
sulla bilancia dei sogni e sguinzagliare
ricordi che divorino ciò che fu il presente.

Poesie (Crocetti, 2001), trad. it. A. Rathaus

Gennadij Ajgi

genna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di questo

molto o poco
ma il dono dell’amore
poi si trasformerà
in un vuoto tale che occorrerà riempirlo
con un grande dolore: forse tu non vedrai –

(vedranno gli altri) –

come per la pienezza, da te compiuta,
essa turbinerà! – l’unità
dell’antico dono di un amico silente
e della triste memoria:

un astro umano semplice e modesto
(quasi una chiazza a occhi chiusi) –

per il mondo (forse – solo per il cielo e l’aria)

La nuova poesia russa (Crocetti, 2003), a cura di P. Galvagni

Olav H. Hauge

Hauge, Olav H_None

La terra azzurra

Qui sono al sicuro, qui ci sono querce intorno ai muri,
qui scintilla lo stretto tra monti corrosi dal mare.
Se me ne sto in piedi alla finestra
le querce immense hanno
una profonda tonalità oleosa
come un dipinto antico,
sul cielo di smalto azzurro
nubi ritardatarie
si rincorrono dal mare.

Querce nel sole d’autunno!
Terra azzurra, terra di monti, terra di mare
ed ere alle mie spalle
in una festa di colori
e ardore.

Oggi ci sono freddo e fiocchi di neve nell’aria,
i rami nudi si protendono come artigli
verso il caldo e l’ultimo ozono.
Mi inoltro nella terra azzurra
sotto le foglie che cadono.
E un giorno sarà spoglio Yggdrasil.

 

La terra azzurra (Crocetti, 2008), trad. it. F. Ferrari