Arkadij Dragomošcenko

Parlare di poesia significa parlare del nulla;
forse della delimitazione esterna
(nella quale la lingua divora se stessa),
che palesa/stabilisce il desiderio
di penetrare in questo niente, nella legge, nella pupilla,
per incontrare la propria presenza – è possibile.
La morte non si scambia con niente.
La sincerità è l’azione insaziabile
del passaggio, dell’oscillazione verso l’opposto.
Anzi: io-ti-amo-non-ti-amo-io-non
sbiadisce nella periferia della coscienza.

Per una dichiarazione non rimane tempo,
giacché essa è sequestrata dalla simultaneità.
Dove trovare una persona che danza come una candela?
Ascolta come già dal secondo millennio
l’acqua lecca la riva con le alghe.
Il polline secca le tue labbra impollinando le ginocchia,
le gambe aperte e le spalle.

Ricordo il tempo in cui in un freddo lilla
notturno una lampada a cherosene verdeggiava con il bordo.
La zona di luce a cherosene, una semisfera smeraldina,
richiamava le farfalline dal buio.
L’arco agostano dello zenit come una falce di stelle
indicava loro la via della rivelazione della sostanza che ha reciso le palpebre.

Lo schermo e le lettere sono la storia,
il nadir pulsante dell’archivio, nel quale come la bruciatura
delle farfalline compare la descrizione della notte.
Si infiammano le ciocche del giardino,
si rivelano i campi magnetici delle parole, che coprono il niente.
Che cosa devo dire ancora? Che proferire?
Scivolando in te, che apri te stessa in un interfluvio,
come un arco, la cui corda è troncata dal silenzio.

 

La nuova poesia russa (Crocetti, 2003), a cura di P. Galvagni

Maria Grazia Calandrone

Ma il mio amore non smette

Non toccarmi, non sono questa cenere
né la salvezza
della carne viva
non la rosa
ma il canto
di una cosa.

Non toccarmi, non sento più dolore
dell’oggetto composto in tutti i sensi
da superfici: strati
di bianco
fino nel buio della profondità, steli d’aria
dal cuore che è
statue in elevazione
uno stato di cose senza sguardo.

Non toccarmi, non ho più intelligenza
dell’albero che ciecamente frutta.
Ho sentito qualcosa che sovrastava.
Ho sentito che siamo incorruttibili.
Ecco allora i bambini
monumenti alla gioia
del corpo quando è forte
più del dolore, monumenti su coppe di silenzio
e un rumore di botole su lastre bianche.

Non toccarmi, sono la pietra bianca
e l’animale sotto la sua luce senza oggetto
e la parte profonda del cielo come una tunica di rovi
e il ruotare dei rovi.
Sotto il sasso c’è un rivolo di sangue, un insetto
senza speranza
e senza dolore
ma il suo canto si spegnerà per ultimo.

Non toccarmi, ho sognato che in cielo
ruotavano i pianeti e io tra quelli
portavo il cuore
esposto, perché la terra è piccola per il dolore
ma qualcosa perdeva sangue, ancora.

 

Il bene morale (Crocetti, 2017)

© Foto di Dino Ignani

Erika Burkart


La mattina quando comincia a nevicare

Questa notte, dal sogno,
ho preso una stella.

Ma dove nasconderla
quando si sfalda il sonno
e l’uccello del mattino
con becco d’acciaio
m’incide il volto?

Basso è il cielo,
cade neve sui campi,
si disfano
nelle zolle i fiocchi
come i nostri pensieri
in disperse parole.

Il silenzio è l’assenza
di ogni rumore. Resta
il battito del cuore
che oscilla
su sigillate fonti.

 

Cento anni di poesia nella Svizzera tedesca (Crocetti, 2013), trad. it Annarosa Zweifel Azzone

Konstantinos Kavafis


Sarà stata l’una di notte
o l’una e mezzo.

In un angolo della bettola,
dietro il separé di legno.
A parte noi, completamente vuoto il locale.
Una lampada a petrolio lo rischiarava appena.
Il cameriere, a lungo insonne, ora dormiva sulla porta.

Non ci avrebbe visti nessuno.
Ma eravamo tanto eccitati già
da abbandonare ogni cautela.

Si schiusero i vestiti – che non erano molti,
essendo un luglio splendido e cocente.

Godimento carnale
tra gli abiti dischiusi;
rapido denudarsi della carne – la cui visione
ventisei anni ha traversato, e viene
a rimanere in questi versi.

 

Poesie erotiche (Crocetti, 2011), trad. it. Nicola Crocetti

Maria Grazia Calandrone


come sono operose le creature,
con che attenzione passano i pennelli
sulle assi di legno

eppure sanno di dover morire

ma ora
fanno
e facendo
dimenticano

e sono dèi davvero, veramente immortali, in questa svolta di sole sulla prima verdissima erba di aprile
questi quattro ragazzi col pennello e l’odore di fresco e di vernice,
la birra nella tasca dei calzoni, il berretto a sghimbescio e il sorriso che dice io sono vivo, io in questo momento

sono vivo per sempre

 

Roma, 4 aprile 2016

 

© Inedito da Il bene morale (in uscita per Crocetti)

© Foto di Dino Ignani

Giorgio Manganelli

Scrivi, scrivi;
se soffri, adopera il tuo dolore:
prendilo in mano, toccalo,
maneggialo come un mattone,
un martello, un chiodo,
una corda, una lama;
un utensile, insomma.
Se sei pazzo, come certamente sei,
usa la tua pazzia: i fantasmi
che affollano la tua strada
usali come piume per farne materassi;
o come lenzuoli pregiati
per notti d’amore;
o come bandiere di sterminati
reggimenti di bersaglieri.

 

Poesie (Crocetti, 2006)

Adrienne Rich

Dediche

So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
con l’unico lampione giallo e una finestra che rabbuia
nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete
quando l’ora di punta è da molto passata. So che stai leggendo
questa poesia in piedi, in una libreria lontano dall’oceano
in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi sospinti
attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ora. So che stai leggendo questa poesia
mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull’intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto
di occhi incontrati che non si incontrano, di identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia sotto il neon
nella noia stanca dei giovani che sono esclusi,
che si escludono, troppo presto. So
che stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato e tuttavia continui a leggere
perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina,
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza,
per poi tornare ai compiti che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
lì dove sei approdata, nuda come sei.

 

Cartografie del silenzio (Crocetti Editore, 2000)

Yehuda Amichai

Cos’è esser donna?
Com’è sentire
il vuoto fra le gambe
e curiosità nella gonna, al vento estivo,
e impudenza nelle natiche.

Un uomo non può far altro che vivere
col suo strano fagotto fra le gambe. “Da che parte
preferisce che stia?”, mi domandava il sarto
misurandomi i calzoni senza un sorriso.

Com’è una voce integra, che non si spezza?
Com’è vestirsi e spogliarsi
fra languidi scivolii e carezze,
come vestendosi di olio di oliva,
spalmarsi il corpo di molle stoffe,
di qualcosa che è seta, brusio e un nulla di rosa o d’azzurro?
Un uomo si veste con rudi gesti
di strappo sempre più aspro,
angolosi ed ossuti, che staffilano l’aria.
E gli si impiglia il vento nelle ciglia.

Com’è sentirsi donna?
Quand’è il tuo corpo stesso a sognarti.
Le vestigia di donna sul mio corpo maschio
e le tracce dell’uomo sopra il tuo
ci annunciano l’inferno
che a noi si prepara
e la nostra reciproca morte.

 

Poesie (Crocetti, 2001), trad. it. A. Rathaus

Edna St. Vincent Millay

millay

La notte è mia sorella, io nel profondo
dell’amore annegata, giaccio a riva,
acque ed alghe a fior d’onda mi lambiscono,
mi ferirà la draga, e c’è di più:
lei, solo braccio teso dalla sabbia,
unica voce il cui respiro sento
a sgelarmi le nari, ad aprirmi la mano,
lei potrebbe avvisarti, se tu udissi.
Ma di certo è impensabile che un uomo
in sí dura tempesta lasci il quieto
focolare e s’imbarchi al salvataggio
di un’annegata per portarla a casa,
sgocciolante conchiglie sul tappeto.
Buia è la notte, e per me piange al vento.

 

L’amore non è cieco (Crocetti, 2001), trad. it. S. Raffo

Sophia de Mello Breyner Andresen

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Cicladi
(Evocando Fernando Pessoa)

 
La chiarità frontale del luogo mi impone la tua presenza
Il tuo nome emerge come se qui
Il negativo che fosti di te stesso si sviluppasse

Vivesti nel rovescio
Viaggiatore incessante dell’inverso
Esente da te stesso
Vedovo di te stesso
A Lisbona scenografia della vita
Ed eri l’inquilino di una stanza affittata sopra una latteria
L’impiegato competente di una ditta commerciale
Il frequentatore ironico delicato e cortese dei caffè della Baixa
Il visionario discreto dei caffè voltati verso il Tago

(Dove ancora sul marmo dei tavolini
Cerchiamo l’impronta fredda delle tue mani
– L’impercettibile diteggiare delle tue mani) –

Squartato dalle furie del non-vissuto
A margine di te degli altri e della vita
Aggiornasti tutti i tuoi quaderni
Con meticolosa esattezza disegnasti le carte
Delle multiple navigazioni della tua assenza –

Quel che non fu né fosti è stato detto
Come isola sorta sottovento
Con scandagli sonde astrolabi bussole
Procedesti al rilevamento dell’esilio
Nascesti dopo
E qualcuno aveva consumato in sé tutta la verità
La via delle Indie era già stata scoperta
Degli dèi solo restava
L’incerto trapassare
Nel mormorio e nell’odore dei paesaggi
E avevi molti visi
Perché non essendo nessuno dicessi tutto
Viaggiavi nel rovescio nell’inverso dell’avverso

Eppure ostinata io invoco – o diviso –
L’istante che ti unisse
E celebro il tuo arrivo alle isole dove giammai venisti

Questi sono gli arcipelaghi alla deriva lungo il tuo viso
Questi sono i rapidi delfini della tua allegria
Che gli dèi non ti diedero né volesti

Questo è il paese dove la carne delle statue come pioppi trema
Attraversata dal respirare lieve della luce
Qui brilla l’azzurro-respirazione delle cose
Sulle spiagge dove c’è uno specchio voltato verso il mare

Qui l’enigma che mi interroga da sempre
È più nudo e veemente e per questo ti invoco:

“Perché furono spezzati i tuoi gesti
Chi ti cinse di muri e di abissi
Chi versò a terra i tuoi segreti”

Ti invoco come se arrivassi su questa nave
E posassi i tuoi piedi sulle isole
E la loro eccessiva prossimità ti invadesse
come un viso amato sporto su di te

Nella canicola di questo luogo chiamo te
Che mettesti in letargo la tua vita come l’animale nella stagione avversa
Che ti volesti distante come chi davanti al quadro per meglio vedere arretra
E volesti la distanza che subisti

Ti chiamo – riunisco le macerie le rovine i pezzi –
Perché il mondo è schioccato come una cava
E a terra rotolano capitelli e bracci
Colonne divise schegge
E dell’anfora resta lo spargimento di cocci
Di fronte ai quali gli dèi si fanno estranei

Però qui le dee color di grano
Ergono la lunga arpa delle loro dita
E incantano il sole azzurro dove ti invoco
Dove invoco la parola impersonale della tua assenza

Potesse l’istante della festa rompere il tuo lutto
O vedovo di te stesso
E che essere e stare coincidessero
Nell’uno delle nozze

Come se la tua nave ti aspettasse a Thassos
Come se Penelope
Nelle sue alte stanze
Fra i suoi capelli ti filasse

 

Come un grido puro (Crocetti, 2013), trad. it. F. Bertolazzi