Andrea Cati

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I tuoi nei formano una stella, luce assoluta
che dagli angoli dirada, nutre silenziosa
queste labbra di terra e fiati, sillabe
cadute sui fossati dei nostri baci.

Ogni neo che in te si apre
è pietra lavica, breccia
che, inesorabile, in me
esplode.

 

© Inedito di Andrea Cati

Antonio Sarabia

Sarabia

 

Germe

Qualcosa spunta in me,
qualcosa cresce
qui nell’ambito oscuro
del corpo,
come una sorta d’ombra
fitta e dolce
che mi risale dentro
fino al cervello.
È forse un io
ancora ignoto
che dal mio centro viene
verso di me
come una mite bestia silenziosa?
O è invece una farfalla azzurra
che ha fatto il bozzolo
fra le alte impalcature
delle mie ossa
e anela a sbarazzarsi
del suo carcere
volando come vola
il pensiero…?

Poesie senza patria (Guanda, 2003), trad. it. B. Bertoni, R. Bovaia, I. Carmignani

Antonin Artaud

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Preghiera

Dacci crani di brace
crani bruciati dai fulmini del cielo
crani lucidi, crani reali
e attraversati dalla tua presenza

Facci nascere ai cieli del di dentro
crivellati da voragini in tempesta
e che una vertigine ci attraversi
con un’unghiata incandescente

Saziaci abbiamo fame
di commozioni inter-siderali
versa lava astrale
al posto del nostro sangue

Staccaci. Dividici
con le tue mani di braci taglienti
aprici quelle strade brucianti
in cui noi si muore più lontano della morte

Fa vacillare il nostro cervello
dentro la propria scienza
e strappaci l’intelligenza
con artigli di un tifone nuovo

 

Artaud le mômo, ci-gît e altre poesie (Einaudi, 2003), trad. it. A Tadini, E. Tadini

Rosario Murillo

Rosario Murillo

 

Nell’orologio d’acqua

Una donna scrive una poesia dai contorni dorati
sogna meraviglie nate dal petto
tutto le sembra possibile.
Il suo corpo è una moltitudine
possiede appena mani e piedi
e i suoi pori ci ricordano la trasparenza degli angeli
quando si siedono sulle nuvole a cacciare scintille per i loro bagliori.
Una donna si risveglia fatta di spiagge
fatta di sale, che è abbondanza di concerti,
che sono tutte le lingue del mondo
di nascite e di morti
che sono tutto l’ignoto del mondo e della vita.
Una donna si risveglia artefice dei suoi misteri
possiede il potere della sua voce
e scrive una poesia dai contorni dorati
sulla fragilità dei lampi e delle onde.

 

La poesia Nica (Campanotto, 2007), trad. it. Roberto Pasquali.

Samuel Beckett

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cosa farei mai senza questo mondo senza volto né domande
dove essere non dura che un istante in cui ciascun istante
si rovescia nel vuoto nell’oblio d’essere stato
senza quest’onda dove infine
sprofonderanno insieme corpo e ombra
cosa farei mai senza questo silenzio abisso di bisbigli
furiosamente anelante il soccorso l’amore
senza questo cielo che s’innalza
sulla polvere delle sue zavorre

cosa farei mai farei come ieri come oggi
guardando dal mio oblò se non sono solo
a vagare e girare lontano da ogni vita
in uno spazio di marionetta
senza voce fra le voci
conchiuse in me

 

Le poesie (Einaudi, 2006), trad. it. Gabriele Frasca

Andrea Cati

 

andrea cati

È un pomeriggio di fine estate.
La città è un termitaio abbandonato.
Noi, come sempre, siamo in casa tra libri ed aria condizionata.
Un sottofondo di musica scozzese culla le nostre solitudini.

Ti sfioro appena con la mano ed inizi a piangere.
Poi la commozione diventa piacere.
Il tuo corpo nudo è una tigre bianca
una poesia che insanguina la malinconia.

Luci spente. Sudore. Forse amore.
Tutta la casa, la nostra vita
risucchiata, inghiottita
testimone di questa furia
che spariglia e ci conquista.

 

© Inediti

Amelia Rosselli

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Attorno a questo mio corpo
stretto in mille schegge, io
corro vendemmiando, sibilando
come il vento d’estate, che
si nasconde; attorno a questo
vecchio corpo che si nasconde
stendo un velo di paludi sulle
coste dirupate, per scendere
poi, a patti.
Attorno a questo corpo dalle
mille paludi, attorno a questa
miniera irrequieta, attorno
a questo vaso di tenerezze
mal esaudite, mai vidi altro
che pesci ingrandire, divenire
altro che se stessi, altro
che una incontrollabile angoscia
di divenire, altro che se
stessi nell’arcadia di un
mondo letterario che si forniva
formaggi da sé; sentendosi
combattere, nelle vacue cene
da incontrollabili istinti
di predominio: logori fanciulli
che si stiravano altre membra
pulite come il sonno, in vacue
miniere.

 

da Serie Ospedaliera (Il Saggiatore, 1969)