Claudio Damiani

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C’era un prato verde verde
con cielo azzurro e sole,
aria fredda e erba verde e grassa,
primi di aprile, mattina,
vento di tramontana
e un pastore con dietro
tutte le pecore, ferme
per attraversare. Passo con la macchina
e dietro di me attraversano le pecore.
Quando ritorno, dopo dieci minuti,
le pecore stavano riattraversando.
E tu, luna, stavi guardando,
tu che ti muovi con passo lento di danza,
grande sfera aerea innamorata della terra,
te che pure, un giorno, nascesti
partorita dalle stelle,
forse una costola della terra,
forse nascesti dall’unione
di tanti piccoli corpi,
crescesti come una bambina e diventasti
questa ballerina meravigliosa che si muove con grazia
ammirata da tutti, che balla tutta la notte.

 

© Inedito di Claudio Damiani

Foto di Dino Ignani

Claudio Damiani

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Per fare la mia armatura ci sono voluti secoli,
in mille hanno lavorato, artigiani, orafi
provenienti da tutti i paesi del mondo.
La mia armatura è immortale
e quando morirò passerà ad un altro
e anche se si dovesse perdere,
come quella di Achille in fondo al mare,
ci sarà sempre qualcuno che la ritroverà.
E’ talmente preziosa che qualche volta preferirei non metterla
perché ho paura di rovinarla
anche se so che niente la può rovinare.

 

© Inedito di Claudio Damiani

Foto di Dino Ignani

Claudio Damiani

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È una sera, anzi notte, del 2014
– mi senti? ti arriva la mia voce? –
19 marzo per la precisione
– ma, essendo da poco passata la mezzanotte,
è il 20, a esser precisi –
c’è nell’aria un odore di primavera
rattenuta, ancora è fredda l’aria
gli alberi hanno già fiorito
in una falsa primavera, stagione troppo precoce,
e, essendo tornato un po’ di inverno
l’aria è ferma, inodore,
e questa notte, ecco, è passata
ma te la volevo dire
e anche tu potresti dirmi la tua notte
che hai vissuto adesso, stai vivendo,
di una certa stagione, un giorno preciso di un mese
preciso, notte così presto dileguata,
anche tu potresti dirmela.

 

© Inedito di Claudio Damiani

Foto di Dino Ignani

Claudio Damiani

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E alla fine me ne sono andato da solo
lasciando tutti, camminavo su una stradina
che si faceva sempre più piccola
il cielo prima era grigio poi era diventato bianco
chiaro azzurro e il sole brillava nel cielo
l’aria era fresca e chiara, era una mattina di inverno
e io camminavo da solo.
Il sentiero non c’era più
e io continuavo a camminare
l’aria era fresca, cara
e io la respiravo tutta.
Il monte, il cielo, le nuvole
erano fuori di me e anche dentro
e non c’era altro che questi cespugli poveri
con i loro frutti radi, nell’aria trasparente.

 

© Inedito di Claudio Damiani

Foto di Dino Ignani

Claudio Damiani

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Ma vi volete sbrigare a conoscermi? Quanto ci avete messo, mamma mia, a capire che non posso star ferma, che ho dentro una quantità d’energia spaventosa, altro che il petrolio e i combustibili fossili che voi usate appestando l’aria! Ho un cuore di ferro sì ma talmente caldo che non vi potete immaginare. Io cerco di star ferma ma certe parti di me in superficie sottoposte a pressione, tira e stira, dai e dai, a un certo punto scraack! si rompono. Io sopporto fino a che posso, poi a un certo punto non ce la faccio più e sbotto. E’ solo ieri che avete cominciato a conoscermi, a capire il perché di terremoti e vulcani, ché prima non sapevate un cazzo. Forza sbrigatevi a conoscermi tutta punto per punto, metro per metro, misurate forze e tensioni, e come sono fatta in ogni parte, e sarete in grado di prevedere ogni mio moto. Voi non sapete quanto mi dispiace quando dovendo muovermi distruggo le vostre case e voi dentro. Ho un cuore di ferro sì, ma bollente, non sono fredda e spietata, o inerte, ma sono viva, e sento, e soffro, e tutto che vive in me è mio figlio e m’è caro, e non vorrei fargli male mai. Anzi proteggerlo, e nutrirlo. Allora voi sbrigatevi con la vostra scienza. A che servirebbe se no, ‘sta scienza? Sapendo tutto di me non avrete più sorprese, e io non dovrò soffrire e sentirmi in colpa. So anche che voi, con questa scienza, mi salverete, se qualche proiettile celeste volesse colpirmi, o qualche altro accidente, voi sarete grati a me come a una madre, e mi difenderete sempre.

 

© Inedito di Claudio Damiani

Foto di Dino Ignani

Claudio Damiani

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Che strana cosa è il giorno!
Ti corre avanti e devi muoverti abile
trovare la strada giusta, evitare gli ostacoli.
Oppure stai quieto e ti siedi
fai come se non ci fosse
ma lui si fa sentire lo stesso
come acqua che scava la terra,
lo senti che scorre e scava
e non si ferma un momento.
E fermati! gli dico io,
riposati un attimo, ma lui niente
continua cocciuto il suo corso
né si volge a guardarmi.
Poi m’accorgo che lui sta fermo
e sono io che mi muovo
vado forte, vado molto veloce
e devo stare attento agli ostacoli,
è come se sciassi lo slalom.
“Scusami se t’ho detto
di fermarti, non sapevo che ero io a muovermi”
ma mentre gli dico questo
m’accorgo d’avere una roccia
proprio davanti… schivata
per un pelo! fiuù! che brividi,
che avventura sono gli istanti!
Anche se non fai niente
anzi più non agisci e più rapidi
corrono e pericolosi!
La linea del fuoco del giorno
assomiglia alla prima linea,
corri e esplodono da ogni parte
colpi, proiettili, mine,
ai lati cadono i tuoi compagni
e tu vai avanti e vai avanti
ma per quanto tu vada avanti
com’è che la trincea dei nemici
stranamente non la raggiungi mai?
Dove sta quella linea di fiamma
riflettente come un miraggio,
quel bagliore dentro i tuoi occhi
mentre ti cedono le gambe?

 

© Inedito di Claudio Damiani

Foto di Dino Ignani

Claudio Damiani

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Quello che resta
canzone

Lascia che sia, lascia che sia
non lo contrastare,
alla fine è questo cielo della sera
quello che resta, i rumori delle cose lontane
e questo colore pallido e luminoso insieme
acceso e bruno nello stesso tempo.
Alla fine quello che resta sono i rumori
delle cose lontane, che si fanno dolci, che passano,
alla fine quello che resta è questo nostro passare,
essere passati e dover ancora passare,
questo rumore il fondo come il mormorio di un ruscello
o un chiacchiericcio sommesso, che ti concilia il sonno.

 

© Inedito di Claudio Damiani

Foto di Dino Ignani

Claudio Damiani

claudio_damiani

 

Quanto spreco di eroismo!
Quanto spreco di sangue!
Sopportare la mortalità, e da soli!
Quanto sacrificio, e perché?
Se sapessimo che siamo uniti, non soli,
attaccati come i fiammiferi,
come gli opliti della falange
allacciati tra di loro
come i fili del tappeto tibetano,
attaccati come gli amanti
che non si possono sciogliere.
Quanto spreco di sangue!
Quanto inutile eroismo!
Se sapessimo che siamo come l’idrogeno e l’ossigeno
– provati a scioglierli, se ci riesci!
Se sapessimo che siamo come tutti gli elementi
generati da un’unica stella,
se sapessimo che tutte le stelle
erano prima in un punto
tutte strette assiepate, fitte fitte
fino a contenersi tutte
nello spazio di un minuscolo punto!
Quanto spreco di sangue!
Quanto inutile eroismo!

 

© Inedito di Claudio Damiani

© Foto di Dino Ignani

Claudio Damiani

claudio_damiani

 

Che bello che questo tempo

Che bello che questo tempo
è come tutti gli altri tempi,
che io scrivo poesie
come sempre sono state scritte,
che questa gatta davanti a me si sta lavando
e scorre il suo tempo,
nonostante sia sola, quasi sempre sola nella casa,
pure fa tutte le cose e non dimentica niente
– ora si è sdraiata ad esempio e si guarda intorno –
e scorre il suo tempo.
Che bello che questo tempo, come ogni tempo, finirà,
che bello che non siamo eterni,
che non siamo diversi
da nessun altro che è vissuto e che è morto,
che è entrato nella morte calmo
come su un sentiero che sembrava difficile, erto
e poi, invece, era piano.

 

da La mia casa (Pegaso, 1994)

Foto di Dino Ignani