Claudio Damiani


E questo canto, amore mio, di cicale
sotto il sole di luglio, in una campagna italiana,
cielo azzurro e poche nuvole, piccole,
odore forte di rosmarino e ginestre
e questo canto pazzo che non si ferma
nell’aria bianca bruciata
e noi, io e te, sotto questi pini
alziamo i calici e brindiamo, silenziosi,
tu vestita come una dea, con lunghe ciocche annodate
e perle tra i capelli,
là sulla collina il nostro capanno di legno
e giù lo scoglio dove passo tutte le notti
a piangere guardando il mare.

 

Cieli celesti (Fazi, 2016)

© Foto di Dino Ignani

Claudio Damiani


Stando in silenzio, ti sento
e una pace mi scende dentro,
t’ho cercato per quanto tempo
per quanti giorni ho camminato solo
senza sapere dove
ché ti avevo perso
cioè non mi ero accorto che ti avevo perso
non mi ero accorto neanche che ti avevo vicino
ti avevo vicino e non ti vedevo
tu mi parlavi e io non mi chiedevo
chi fosse quella voce.

 

© Inedito di Claudio Damiani

© Foto di Dino Ignani

Claudio Damiani

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Altri attraversano l’oceano in solitaria
su piccole barche, altri volano su parapendii
o si gettano con paracadute da altezze stratosferiche,
io sono contento dei boschi del Soratte
davanti casa, e del Lucretile amato
dove un lupo incontrò Orazio e evitò di assalirlo,
ciò che mi è caro è camminare fra gli alberi
e sentire le loro voci e esser visto da loro
e salutato, e non mi è caro dirlo
ai quattro venti, ma tenermelo per me,
quando, seduti a un tavolo, ognuno narra i suoi viaggi
in terre esotiche, m’è caro tacere
tuttalpiù riferire che io quasi
non mi sono mai allontanato dalla mia terra,
l’ho camminata in lungo e in largo
e ogni giorno m’è nuova
ogni giorno mi sembra di non conoscerla,
di non amarla abbastanza.

 

© Inedito di Claudio Damiani

© foto di Dino Ignani

Claudio Damiani

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Ci dica, come fa a fare queste scarpe così belle?

– Ci dica, come fa a fare queste scarpe così belle?
– Mah, io sono un artigiano, lavoro. Vede io lavoro, non faccio altro che lavorare. La mattina mi alzo, e giù a lavorare. Vado avanti come un treno. Se mi fermassi, sarei come un treno fermo nella campagna. Potrei stare fermo un poco, ma ogni momento che passa è sempre più imbarazzante…
– Ma lei, per fare queste scarpe così belle, ha sicuramente capito qualcosa del mondo, e chi siamo noi, e perché siamo qui. Ce lo dica, la prego, ce lo dica.
– Mah vede, io non ho capito un bel niente. Io semplicemente lavoro. Gliel’ho già detto: mi alzo la mattina, e lavoro. Se mi fermassi, gliel’ho detto, sarebbe imbarazzante…

 

Cieli celesti (Fazi, 2016)

Claudio Damiani

claudio-damiani
Sì, ho cercato

Sì, ho cercato
ma adesso vorrei vagare
solo vagare
senza cercare.
Si, qualcosa ho trovato
cioè non proprio trovato,
qualcosa m’è passato vicino,
girandomi ho visto la coda
ma non mi va di inseguirlo,
ecco, lasciamolo stare, lasciamolo correre
dove gli pare.
Adesso vorrei essere io
questa cosa che appare non vista,
vorrei essere io questa cosa che vaga
e che ti sfiora, ti passa accanto nel sonno
mentre dormi, mentre mangi, mentre leggi
ti passa accanto e ti accarezza
o ti dà un bacio veloce
tu non fai a tempo a accorgertene
che già non mi vedi più.

 

© Inedito da Endimione

© Foto di Roberto Vignoli

Claudio Damiani

damiani ignani

E mettiamo invece che abbiano ragione quelli che dicono che dopo la morte, per chi muore, non c’è niente. Visto che la morte non è qualcosa di casuale piovutoci da un cielo distratto, ma è necessaria all’evoluzione, anzi tutt’uno con essa, poiché per evolvere ci vogliono sempre nuovi individui, e devono morire i vecchi, allora è indubitabile anche questo: che in quanto preciso, unico elemento della macchina evolutiva, in quanto attore dell’evoluzione, l’individuo viene a essere come un organo di un organismo, come l’elemento di un composto, e dunque a partecipare con la sua piccola vita, della grande vita. Ecco allora che dire “dopo la morte non c’è niente” viene a essere qualcosa di insufficiente, e un po’ in malafede anche. L’individuo che nasce e muore, è come se avesse incisa, in una sua medaglietta, una particolare entità matematica, che significa una identità identica solo a sé, come un certo preciso numero, quello e non altro, e proprio per questo, cioè essere un preciso numero, dà a lui l’appartenenza a tutta la realtà dei numeri, l’essere lui anello di una grande catena, significa che se non ci fosse, la catena si spezzerebbe, e sprofonderebbe nell’abisso.

 

Cieli celesti (Fazi, 2016)

© Foto di Dino Ignani

Claudio Damiani

claudio-damiani

Era da poco morta mia madre che vidi un ragnetto sul vetro di una finestra, camminava piano tutto solo e tranquillo e ho pensato che anche lui avrebbe avuto la sua morte come mia madre, e che ognuno ha una sua specifica e speciale morte, come la nascita e come tutta la vita. E poi ho pensato (ma devi partire dal fatto che esistono numeri molto piccoli, tu non mi chiedere ora quanto piccoli, ma così come riesci a pensare a un numero che per scriverlo ti serve uno spazio da qui alla luna, così puoi pensare a un numero talmente piccolo che abbisogni dello stesso spazio per scrivere tanti zeri)… e così insomma riprendendo il discorso ho pensato che niente è niente, ma tutti che sono stati non sono stati invano, tutti, per quanto piccoli, hanno messo qualcosa, anche se l’universo fosse infinito, lo stesso ognuno metterebbe una goccia che fa traboccare il vaso (infatti se tu all’oceano aggiungi una goccia, l’oceano non è più lo stesso). Ora tu dirai: com’è che alcuni mettono tantissimo? Non è una sproporzione?
No, perché quelli che mettono tanto mettono qualcosa che c’è già, non inventano, scoprono. La Passione secondo Matteo di Bach e E=mc2 sono già in natura. Se un extraterrestre potesse ascoltare Bach, sarebbe per lui un miracolo di bellezza. Starebbe anche lui camminando tutto solo su un vetro, e gli apparirebbe questa musica.

 

© Inedito di Claudio Damiani

© Foto di Dino Ignani

Claudio Damiani

damiani ignani

Camminavamo per questa strada
in mezzo ai fiori
e ogni tanto ci baciavamo,
tu eri molto contenta dei fiori
e delle siepi, e accarezzavi le api
e eri sorpresa delle lucertole,
l’aria era bianca e fina, e tu la respiravi
io la respiravo nella tua bocca
e la espiravo, e il sole in alto brillava
e diffondeva la sua luce su tutto.
Più bianchi erano i tuoi piedi
dei colombi che si posavano
sui rami alti dei pini.

 

 

© Inedito da Endimione

© Foto di Dino Ignani

Claudio Damiani

claudio damiani
Questa notte ho sognato il mio gatto
che m’è scappato, da un po’ di tempo
e non è più tornato.
M’è comparso nel sogno e gli ho detto subito:
“Sai che vicino al centro estivo di Antonio
ti ho visto due volte
ma non eri tu, credo,
gli assomigliavi
ma eri più magro, il colore del pelo identico,
quello degli occhi anche, ma l’espressione non era la tua
ma gli assomigliavi. Ci siamo guardati a lungo
e lui forse anche si chiedeva chi ero
lui forse anche cercava di capire
come io cercavo di capire,
ma aveva anche il pelo un poco più corto
– così mi sembrava – e l’espressione un po’ diversa
troppo diversa”. “Ma non mi chiedi che cosa
è successo di me?”, dice il gatto,
“Sì, te lo chiedo”, dico io, e lui:
“Ebbene, non lo so”.
A questo punto io volevo prendere il gatto
e baciarlo, ma lui è salito su un muro più alto
“Scendi – gli ho detto io – lascia che ti tenga un po’ in braccio
e ti accarezzi come ti piace
lascia che, un poco, ti baci”.
Ma il gatto mi guardava sgranando gli occhi,
espressione sua tipica, come se non capisse
o capisse qualcos’altro che io stesso non capivo.
“Ascolta, mi manchi molto – ho ripreso a dire –
mi facevi così tanta compagnia
mi piaceva tanto guardare le tue prodezze
quando giocavi a calcio, o quando afferravi una mosca,
mi piaceva tanto guardare le tue espressioni
poi prenderti e accarezzarti e tenerti un po’
sulla mia pancia”.
“Sì, anche a me piaceva, ma le cose passano, le cose passano,
e anche noi passiamo”.
“Sì, anche noi passiamo – ho detto io –
ma dove andiamo?”.
“Andiamo verso qualcosa che è sempre qualcosa
non esiste la fine, perché, vedi,
siamo tutti collegati”.
“Spiegati meglio, perché non capisco bene”.
“Voglio dire quello che ho detto, che non c’è una fine,
e non c’è una fine perché siamo tutti collegati”.
“Dimmi se ho capito – ho detto io – :
il fatto che siamo tutti collegati…
forse vuoi dire che non esistiamo individualmente,
e che il cambiare, il passare delle cose, come tu dici, il tempo
quello stesso è il collegamento
cioè l’essenza stessa temporale
del nostro esistere è alla base
del nostro essere collegati”.
“Sì – mi hai risposto tu nel sogno –
è più o meno così, credo,
hai presente le catene?
è come se ci dessimo tutti la mano
e questa mano, non ce la stacchiamo mai,
nessuno ce la può staccare,
è questo il punto, capisci?”.
“Cioè tu vuoi forse dire – ho detto io al gatto –
che non è che noi siamo venuti alla vita casualmente
in quel preciso tempo e punto,
ci siamo venuti perché ci eravamo “attaccati”
mi sembra di capire, e non potevamo che essere noi
in quel preciso punto dell’essere”.
“Avendoci chiamato quelli che erano prima
attaccati a noi, e chiamando noi
quelli dopo di noi, attaccati a noi.
Vedi – ha continuato il gatto –
immagina una grande sfera che gira
davanti a una luce, come la terra davanti al sole,
tu sei in quella sfera infinita,
come un punto di lei, quando la luce ti illumina
sei nella vita, ma quando non più o non ancora
tu sei sempre in quella grande sfera lo stesso”.
Il gatto stava sempre in cima al muro, e io gli ho detto:
“Vieni, scendi un attimo che ti do un bacio”
lui è sceso a terra e io l’ho preso in braccio,
l’ho accarezzato sulla testa e l’ho baciato sulla nuca,
poi gli ho accarezzato il dorso e la coda
e lui ha miagolato e ha fatto le fusa
poi gli ho preso la testa con la mia mano destra
e gliel’ho stretta, e lui è stato zitto
e io l’ho baciato ancora un po’, e lui ha fatto le fusa ancora
e poi mi sono svegliato.

 

© Inedito di Claudio Damiani

© Foto di Dino Ignani

Claudio Damiani

claudio damiani 2

 

Da Endimione

C’è stato un tempo, ricordi,
che vagavamo insieme
e ci baciavamo a ogni angolo
ogni portone era il nostro
tu a volte piangevi
di felicità
e ti asciugavi gli occhi
io allora ti stringevo a me
e ti baciavo,
alcune volte mangiavamo un gelato
o semplicemente passeggiavamo
poi veniva sera e tu eri più bruna
si faceva più scuro il tuo viso,
gradatamente, passo dopo passo,
il giorno era finito,
ma sentivo il tuo respiro, il tuo cuore che batteva,
appoggiavo l’orecchio al margine del tuo seno
sulla riva della tua bocca,
stavo sull’orlo in bilico
e ti sentivo,
come un filo lunghissimo cui tu tenevi un capo
e dall’altra parte, dopo infiniti chilometri,
la mia piccola mano.

 

© Inedito da Endimione