Francesca Serragnoli

serragnoli

Ieri notte a Bologna
la pioggia fine di ottobre
ha continuato a cadere
in ginocchio rifaccio
il gesto del cielo
quando scende rosa
sulle tue spalle, l’ombra
è un calice bevuto lentamente
rimane il fondo, un bisbiglio
un rubino che sfugge all’oblio

quanto cielo fra noi
due milioni, forse cento
la distanza che patiscono le stelle
è un sorriso spaccato in due
orizzonti lacerati dallo spazio
il cielo è niente, arrossisce
come prima di un bacio.

a E.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Anna Toscano

toscano

Amo Bologna

Amo Bologna
vicoli stretti
melograni prosciutti
tortellini spazzole da scarpe.
Ci vedo camminare
Raimondi, Eco, Dalla, Bernardi,
li scorgo che prendono
il giornale, il caffè
ricordando come era allora
«mica era così, ma no».
Amo Bologna,
ci avevo una nonna
ci avevo una zia
a cui crollarono i vetri nell’attentato
e imprecava
i cani randagi della sorella.
Amo Bologna
e l’energia centrifuga
che esce dal Compianto
di cose belle,
come allora.

 

Una telefonata di mattina (La Vita Felice, 2016)

© Foto di Dino Ignani

Roberto Roversi

150912 - Roberto Roversi poeta nel 1998 (Pendragon) Foto Nucci_Benvenuti poesia Palmaverde

XXIV

È l’anno ’68? l’anno ’77? l’anno 2006?
A Bologna
(Italia numero ventiquattro sconquassata da mille mani e colori)
l’estate scoppia sempre con lunghi singhiozzi
con ululi di sirena sperduta nel mare in notti profonde.
Contro la porta di una chiesa giovani appena
nati stanno distesi. E aspettano.
Il cielo soffia sulla loro pelle che stride
perché non riescono a dimenticarsi di vivere.
C’è ancora un vecchio che ascolta esplodere la canzone delle pietre.
Un’ondata travolge la piazza.
Le torri sono tronchi di un legno molto duro.
I giovani hanno capelli di ferro e gli occhi di creta.
Si muove il vecchio con uno sputo che è un mare.
Tutti lasciano i buchi dove si va per confondersi
per visitare un amico o per piangere in solitudine.
Galoppa per la pianura il dolore incontro a un altro dolore.
È vero che all’alba
la vita è un’oliva verde appassita strizzata
e molti sembrano sulla riva in procella di
un fiume distesi.
Il giorno si mette a gridare a chiamare chiamare
le formiche pazienti
che alzano un muro con le seguenti parole:
Noi non dimentichiamo mai i morti.
Noi siamo uomini e anche noi piangiamo.
Ci guardiamo le mani che stretti i fucili
ma non odiamo.
Sulla piazza di giovani barbe sbatte il respiro
da primo giorno del mondo.
È lì che ciascuno ha vicino una mano. Una mano.
E non si lascia incantare.

 

Trenta miserie d’Italia (Sigismundus, 2011)

Andrea Cati

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Decollano aerei sopra il chiasso delle nostre ultime parole.
Non c’è altro da dire ti dico mentre ordiniamo vino rosso e brasato.
La tua mano cerca la mia, poi si ritira, affonda tra le lacrime che baciano il tuo volto.
Siamo qui seduti, impressi in una foto che ci ritrae goffi, incapaci di dirci addio.
Vorrei raccontarti cosa ne è stato di me da quando ho capito che tutto volgeva verso la nostra fine.
Invece, ti ascolto, bevo in silenzio e taglio questa carne con la stessa forza con cui non ti ho trattenuta a me.
In qualche ristorante di Bologna, Pescara, Milano, siamo ancora seduti agli stessi tavoli a ridere e a litigare.
A toccarci sotto le tovaglie, tra gli abissi del nostro amore.

 

© Inedito di Andrea Cati

Chiara De Luca

chiara de luca

 

Credevo di trovarli tutti ad aspettarmi
schierati sul binario alla stazione

coi volti contratti dalle notti
bruciate a fiutarmi per le strade di Bologna

oppure accovacciati sul muretto dove ho atteso
dieci anni ogni volta di andarmene per poco

dalle prove generali del per sempre

credevo di cadere in quelle orbite vuote
leggendo il labiale delle bocche deformate

di stringere le mani nelle tasche per sottrarle
alla stretta delle mani degli spettri verso il vuoto

ma i versi hanno drenato il sangue dei ricordi
il tempo bendato lo sfregio dei ritorni

e non piove che sole sull’alveare
della piazza all’uscita dalla stazione.

 

Bologna, 28 marzo 2015

© Inedito di Chiara De Luca

Francesca Serragnoli

Francesca_Serragnoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci vorrebbe proprio tutto
il tempo di cucire un bottone.
Quel fermarsi
in quel punto della camicia
su e giù con l’ago
e il filo lungo che va in alto e scende.
Quel andare al di là e tornare, basterà?

Il viaggio di una madre
il puntino luminoso della sua mano
che dal cielo scende
e sale un filo che fra le dita
sembra attraversare niente.

Io ti avevo stretto la mano
nella panca della chiesa dei Servi
sentivo che piangevi
non sapevo come ricucire
il fiore sdraiato del tuo respiro
con tutte quelle radici al vento.

Non mi lasciare nel traffico
nel buio sordo di un attimo
quando non ti volti più
e caschi fra i rami
come un tramonto colpito
nel petto da uno sparo
non lasciarmi andare sotto i portici
che non hanno braccia
non farmi credere che la piazza
sia più bella dei tuoi occhi
che i gradini siano le tue ginocchia.

 

da Il rubino del martedì (Raffaelli, 2010)

Foto di Daniele Ferroni