Edmond Jabès

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’albero volante

Nei boschi ci sono alberi:
è una cosa naturale.
Sugli alberi ci sono foglie:
è una cosa evidente.
Ma se le foglie sono ali,
ecco, questa è una cosa
per lo meno sorprendente.
Volate volate, verdi alberi belli.
Per voi si apre il cielo.
Ma attenti all’autunno,
stagione fatale, quando a migliaia
le vostre ali
tornate ad esser foglie
cadranno.

 

Poesie per i giorni di pioggia e di sole e altri scritti (Manni, 2002), trad. it. C. Agostini

Attilio Bertolucci

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L’Oltretorrente

Sarà stato, una sera d’ottobre,
l’umore malinconico dei trentotto
anni a riportarmi, città,
per i tuoi borghi solitari in cerca
d’oblìo nell’addensarsi delle ore
ultime, quando l’ansia della mente
s’appaga di taverne sperse, oscure
fuori che per il lume tenero
di questi vini deboli del piano,
rari uomini e donne stanno intorno,
i bui volti stanchi, delirando
una farfalla nell’aspro silenzio.
Non lontano da qui, dove consuma
una carne febbrile la tua gente,
al declinare d’un altro anno, fiochi,
nella bruma che si solleva azzurra
dalla terra, ti salutano i morti.
O città chiusa dell’autunno, lascia
che sul fiato nebbioso dell’aria
addolcita di mosti risponda
in corsa la ragazza attardata
gridando, volta in su di fiamma
la faccia, gli occhi viola d’ombra.

 

Le poesie (Garzanti, 1998)

Dmitrij Bannikov

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Evidentemente, da qualche parte è autunno
E i campi sono devastati,
Ma non qui, dove gli alberi di pino
Sono serenamente verdi.

Nello stato dei diritti, uguali,
Solitari e scarni,
Nel mondo dei pini telegrafici,
Non vi sono cattive notizie.

Questo è il latifoglio, preoccupazione,
Allarme, vampa e incendio:
Là, in basso, dove Dio è meno presente,
frusciano, tremando.

Ma in alto, dove Dio è più presente,
Non vi sono fiamme né gelate,
Solo il suonatore di corno e di oboe,
Il vento, mette insieme tutti gli accordi.

Fruscia il pino e queste note
Le porta con sé
Nel cielo della luce di quella banconota
Che è agitata dal destino.

Accanto a loro, giusto nel mezzo,
Dio ha lasciato la sua tenebra.
Il sole li ha risarciti
Con un fogliamo modesto,

Gli aghi pungono la grigia indiana
E trapassano il firmamento,
E hanno la fotosintesi
Lungo tutto l’anno gelato.

Le foglie insanguinate
Cadono a terra e muoiono,
Mentre gli aghi li passano col pennello,
Rinfrescando il loro verde smeraldo,

E disperati, tristi,
Come marinai in partenza,
Neri si intirizziscono i gabbiani
Presso il fiume biancheggiante…

 
La nuovissima poesia russa (Einaudi, 2005), trad. it. V. Ferraro e M. Martini

Robert Lowell

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Il ritiro

Solo oggi e giusto per questo minuto,
quando la luce obliqua del sole trova la vera angolazione;
si possono vedere foglie gialle e rosate che costellano
il nostro gentile albero lanuginoso –
d’improvviso la verde estate è momentanea…
l’autunno è la mia stagione favorita –
perché cambia vestiti e si ritira?

Questa settimana la casa è stata messa in vendita –
d’improvviso mi sveglio tra estranei;
quando entro in una stanza, si sposta,
imbarazzata, e ne raggiunge un’altra.

Non ho bisogno di conversazione, ma di te per ridere insieme –
tu e una stanza e un fuoco,
fredda luce di stelle che soffia da una finestra aperta –
dove?

 

Giorno per giorno (Mondadori, 2001), trad. it. Francesco Rognoni

Andrea Cati

nebbia

 

È un dato certo dirti ti amo
questo vortice che mi accompagna
tra i capannoni e la nebbia che ci schiaccia
l’odore di plastica bruciata, l’inesorabile
franare delle foglie nell’aria affilata di ottobre.

Questa solitudine che ci sostiene
è una malattia che prende forma
detrito di luce, dettaglio minimale
che taglia le finestre, arreda
i nostri pensieri a colazione:
ci protegge. In qualche luogo
immaginario siamo ancora io e te
gli unici artefici delle nostre sconfitte.

 

© Inediti

Gabriele D’Annunzio

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I Pastori

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natia
rimanga né cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
La greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

 

Alcyone (Garzanti, 2006)