Ron Smith


The Birth of Modern Poetry

Chucked out of the Academy,
he sails straight
to a pastry shop
where the darkness laps
the gossip in his head,
the whispers. That line
lashed to that gondola:
how it goes slack, goes taut.
“Suffering
exists in order
to make people think,”
he will tell the daughter
he can’t yet imagine and certainly
does not want. Does he know
what he wants? A good pasta and something
potable. Liquid darkness and sputtering tapers–
flickers–but, sometimes
hard as gems . . .
You can spend an evening
in the mask shop
filling in
those empty eyes. Who really cares
if he sinks or swims? Homer
and Isabel. Hilda and Bill. He eats, when he eats,
too fast. The knife’s silver edge: the grinding: that Yeats
he reads and reads: he’ll get
to goddamn London and change the world.
Which way to change it? How do you know?
You make it new, make it up as you go,
and you keep on moving.

 

 

[This poem is dedicated to Mary de Rachewiltz. “The Birth of Modern Poetry” first appeared in Terminus 11, December 2014. It has been reprinted]

From The Humility of the Brutes, Louisiana State University Press, 2017.

 

*

 

La nascita della poesia moderna

Sbattuto fuori dall’Accademia,
veleggia dritto
a una pasticceria
dove la tenebra lambisce
le dicerie nella sua testa,
i mormorii. Quella gomena
legata a quella gondola:
come va lasca, va tesa.
“La sofferenza
esiste perché
la gente pensi,”
lo dirà a sua figlia
ancora non riesce a figurarselo e di sicuro
non vuole. Ma lo sa
ciò che vuole? Una buona pasta e qualcosa
di bevibile. Tenebra liquida e stoppini sfrigolanti –
sfavillii – eppure, a volte
duri come gemme. . .
Puoi passare una serata
nel negozio di maschere
a colmare
quegli occhi vuoti. Davvero, chi se ne frega
se lui affonda o sta a galla? Homer
e Isabel. Hilda e Bill. Lui mangia, quando mangia,
troppo in fretta. Il filo d’argento del coltello: l’affilatoio: lo Yeats
che legge e rilegge: arriverà
alla dannata Londra e cambierà il mondo.
In che modo cambiarlo? Come lo sai?
Lo rinnovi, te lo inventi nell’andare,
e continui a camminare.

 

[Questa poesia è dedicata a Maria de Rachewiltz. “The Birth of Modern Poetry” è apparsa la prima volta in Terminus, 11 dicembre 2014. È stata ristampata]

 

Traduzione in italiano di Angela D’Ambra

Gary Geddes

gary-geddes

What does a house want?

A house has no unreasonable expectations
of travel or imperialist ambitions;
a house wants to stay
where it is.

A house does not demonstrate
against partition or harbour
grievances;
a house is a safe
haven, anchorage, place
of rest.

Shut the door on excuses
greed, political expediency.

A house remembers
its original inhabitants, ventures
comparisons:
the woman
tossing her hair
on a doorstep, the man
bent over his tools and patch
of garden.

What does a house want?

Laughter, sounds
of love-making, to strengthen
the walls;
a house
wants people, a permit
to persevere.

A house has no stones
to spare; no house has ever been convicted
of a felony, unless privacy
be considered a crime in the new
dispensation.

What does a house want?

Firm joints, things on the level, water
rising in pipes.

Put out the eyes, forbid
the drama of exits,
entrances. Somewhere
in the rubble a mechanism
leaks time,
no place
familiar for a fly
to land
on

Palestine, 1993

 

“From What Does A House Want? Selected Poems, Red Hen Press, 2014. La poesia what does a house want non è inclusa nel volume, di prossima pubblicazione in Italia (2017-2018), On Being Dead in Venice, antologia che raccoglie testi e traduzioni apparsi su varie riviste online italiane insieme a poesie ancora inedite in Italia. Si ringrazia la redazione di Interno Poesia per averci consentito di riproporla”.

*

 

Cosa vuole una casa?

Una casa non ha aspettative irragionevoli
di viaggi o ambizioni imperialiste;
una casa vuole starsene
dove è.

Una casa non manifesta
contro partizioni o proteste
portuali;
una casa è un’oasi
sicura, ancoraggio, luogo
di riposo.

Chiudi la porta a pretesti,
avidità, calcolo politico.

Una casa ricorda
i suoi abitanti primi, azzarda
paragoni:
la donna
che scuote la chioma
su una soglia, l’uomo
chino sugli arnesi e il suo pezzo
di giardino.

Cosa vuole una casa?

Risate, rumori
d’amore, per rinforzare
le mura;
una casa
vuole gente, un placet
a persistere.

Una casa non ha pietre
da dar via; nessuna casa mai è stata accusata
d’un reato, a meno che la privacy
non sia considerata un crimine nella nuova
normativa.

Cosa vuole una casa?

Salde commessure, cose a livello, acqua
che sale nei tubi.

Strappa via gli occhi, vieta
il dramma di uscite,
d’entrate. In qualche luogo
fra i detriti un meccanismo
cola il tempo,
nessun punto
familiare perché una mosca
possa planarci
sopra

Palestina 1993

 

Testo e traduzione pubblicati per la prima volta su El Ghibli (Anno 9, numero 39, marzo 2013), trad. it. di Angela D’Ambra