Moniza Alvi


I WOULD LIKE TO BE A DOT IN A PAINTING BY MIRO

I would like to be a dot in a painting by Miro.

Barely distinguishable from other dots,
it’s true, but quite uniquely placed.
And from my dark centre

I’d survey the beauty of the linescape
and wonder — would it be worthwhile
to roll myself towards the lemon stripe,

Centrally poised, and push my curves
against its edge, to get myself
a little extra attention?

But it’s fine where I am.
I’ll never make out what’s going on
around me, and that’s the joy of it.

The fact that I’m not a perfect circle
makes me more interesting in this world.
People will stare forever —

Even the most unemotional get excited.
So here I am, on the edge of animation,
a dream, a dance, a fantastic construction,

A child’s adventure.
And nothing in this tawny sky
can get too close, or move too far away.

 

*

 

VORREI ESSERE UN PUNTO IN UN QUADRO DI MIRÓ

Vorrei essere un punto in un quadro di Miró

appena distinguibile da altri punti,
certo, ma disposto in modo del tutto unico.
E dal mio oscuro centro

contemplerei la bellezza dell’orizzonte
chiedendomi se valga la pena di
rotolare verso la striscia color limone,

posata centralmente, e di spingere le mie curve
contro il suo bordo, per attrarre su di me
un po’ d’attenzione.

Ma sto bene dove sono.
Non capirò mai del tutto quel che avviene
intorno a me, ma è proprio questo il bello.

Il fatto che non sono un cerchio perfetto
mi rende più interessante a questo mondo.
La gente mi guarderà per sempre

e anche i più insensibili si emozioneranno.
Eccomi qui, sul punto di animarmi,
un sogno, una danza, una costruzione fantastica,

l’avventura di un bimbo.
E niente in questo cielo fulvo
può avvicinarsi troppo, o andarsene troppo lontano.

 

L’India dell’anima (Le Lettere, 2006), trad. it. Andrea Sirotti

Arundhathi Subramaniam


When God Is a Traveller

wondering about Kartikeya/Muruga/Subramania, my namesake

Trust the god
back from his travels,

his voice wholegrain
(and chamomile),
his wisdom neem,
his peacock, sweaty-plumed,
drowsing in the shadows.

Trust him
who sits wordless on park benches
listening to the cries of children
fading into the dusk,
his gaze emptied of vagrancy,
his heart of ownership.

Trust him
who has seen enough–
revolutions, promises, the desperate light
of shopping malls, hospital rooms,
manifestos, theologies, the iron taste
of blood, the great craters in the middle
of love.

Trust him
who no longer begrudges
his brother his prize,
his parents their partisanship.

Trust him
whose race is run,
whose journey remains,

who stands fluid-stemmed
knowing he is the tree
that bears fruit, festive
with sun.

Trust him
who recognizes you –
auspicious, abundant, battle-scarred,
alive –
and knows from where you come.

Trust the god
ready to circle the world all over again
this time for no reason at all

other than to see it
through your eyes.

 

 

*

 

 

Quando Dio è un viaggiatore

riflettendo su Kartikeya/Muruga/Subramania, che si chiama come me

Confida nel dio
tornato dai viaggi,

nella sua voce di crusca
(e di camomilla),
nel suo neem, albero di saggezza,
nel suo pavone dalle piume sudate,
appisolato nell’ombra.

Confida in lui
che siede muto sulle panchine
ad ascoltare le grida dei bimbi
dissolversi all’imbrunire,
nello sguardo svuotato di erranza,
nel cuore privo di possesso.

Confida in lui
che ha visto abbastanza –
rivoluzioni, promesse, la luce disperata
dei centri commerciali, stanze d’ospedale,
manifesti, teologie, il gusto ferroso
del sangue, i grandi crateri nel mezzo
all’amore.

Confida in lui
che non rivendica più
il premio al fratello,
la partigianeria ai genitori.

Confida in lui
che ha corso la sua corsa,
ma ancora gli resta il viaggio,

in lui che svetta irrorato di linfa
sapendo di essere lui l’albero
che dà frutti, festoso
di sole.

Confida in lui
che ti riconosce –
augurante, abbondante, ferita in battaglia,
viva –
e che sa da dove vieni.

Confida nel dio
pronto a fare ancora il giro del mondo
senz’altra ragione

che vederlo, stavolta,
attraverso i tuoi occhi.

 

A una poesia non ancora nata (Interno Poesia, 2018), a cura di Andrea Sirotti

INFO E ORDINE LIBRO

Carol Ann Duffy


Valentine

Not a red rose or a satin heart.

I give you an onion.
It is a moon wrapped in brown paper.
It promises light
like the careful undressing of love.

Here.
It will blind you with tears
like a lover.
It will make your reflection
a wobbling photo of grief.

I am trying to be truthful.

Not a cute card or a kissogram.

I give you an onion.
Its fierce kiss will stay on your lips,
possessive and faithful
as we are,
for as long as we are.

Take it.
Its platinum loops shrink to a wedding-ring,
if you like.
Lethal.
Its scent will cling to your fingers,
cling to your knife.

 

*

 

A San Valentino

Non una rosa rossa o un cuore di raso.

Ti dò una cipolla.
È una luna avvolta in ruvida carta scura.
Promette luce
come il lento spogliarsi dell’amore.

Eccola.
Ti accecherà di lacrime
come un amante.
Renderà il tuo riflesso
un traballante ritratto di dolore.

Sto cercando di essere onesta.

Non un biglietto lezioso o baci per interposta persona.

Ti dò una cipolla.
Il suo bacio pungente resterà sulle tue labbra,
possessivo e fedele
come noi,
finché lo saremo noi.

Prendila.
I suoi cerchi di platino si riducono a un anello nuziale,
se vuoi.
Letale.
Il suo odore si appiccicherà alle tue dita,
al tuo coltello.

 

La donna sulla luna (Le Lettere, 2011), a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti

Suheir Hammad


exotic

don’t wanna be your exotic
some delicate fragile colorful bird
imprisoned caged
in a land foreign to the stretch of her wings

don’t wanna be your exotic
women everywhere are just like me
some taller darker nicer than me
but like me but just the same
women everywhere carry my nose on their faces
my name on their spirits

don’t wanna
don’t seduce yourself with
my otherness my hair
wasn’t put on top of my head to entice
you into some mysterious black vodou
the beat of my lashes against each other
ain’t some dark desert beat
it’s just a blink
get over it

don’t wanna be your exotic
your lovin of my beauty ain’t more than
funky fornication plain pink perversion
in fact nasty necrophilia
cause my beauty is dead to you
I am dead to you

not your
harem girl geisha doll banana picker
pom pom girl pum pum shorts coffee maker
town whore belly dancer private dancer
la malinche venus hottentot laundry girl
your immaculate vessel emasculating princess

don’t wanna be
your erotic
not your exotic

 

From: BORN PALESTINIAN, BORN BLACK (Harlem River Press,1996)

*

 

esotica

non sarò la tua esotica
una sorta di delicato fragile uccello multicolore
imprigionato nella gabbia
di una terra straniera all’ampiezza delle sue ali

non sarò la tua esotica
dovunque ci sono donne come me
alcune più alte più scure più belle
ma proprio come me proprio le stesse
donne dovunque portano in viso un naso come il mio
il mio nome nelle loro anime

non voglio,
non farti sedurre
dalla mia differenza i capelli
non mi furono messi in cima alla testa per ammaliarti
con qualche misterioso rito nero vudù
lo sbattere delle ciglia l’una con l’altra
non è lo scuro palpito del deserto
ma un semplice battito
lascialo perdere

non sarò la tua esotica
l’amore che porti alla mia bellezza non è altro
che una buffa libidinosa perversione rosata
nient’altro che cattiva necrofilia
perché la mia bellezza per te è morta
sono morta per te

né sarò la tua
concubina d’harem la bambola geisha la raccoglitrice di banane
la ragazza pon pon la coniglietta la barista in shorts
la puttana di città la danzatrice del ventre la ballerina personale
la malinconica venere ottentotta lavandaia
la principessa che castra il tuo vessillo immacolato

non sarò
la tua erotica
né l’esotica

 

 

© Traduzione in italiano di Andrea Sirotti

Tabish Khair


Immigrant
(Based on H. C. Andersen’s ‘The Little Mermaid’)

It hurts to walk on new legs:
The curse of consonants, the wobble of vowels.

And you for whom I gave up a kingdom
Can never love that thing I was.

When you look into my past
You see
Only
Weeds and scales.

Once I had a voice.
Now I have legs.

Sometimes I wonder
Was it fair trade?

 

*

 

Immigrata
(Basata su ‘La Sirenetta’ di H. C. Andersen)

Fa male camminare su gambe nuove:
cado sulle consonanti, vacillo sulle vocali.

E tu, per cui ho rinunciato a un regno,
non potrai mai amare quel che ero.

Se guardi nel mio passato
vedi
solo
alghe e squame.

Avevo voce un tempo.
Ora ho gambe.

A volte mi chiedo
è stato uno scambio equo?

 

Man of glass (HarperCollins, India 2010).

© Traduzione in italiano di Andrea Sirotti

Grace Nichols


Because she Has Come

Because she has come
with geometrical designs
upon her breasts.

Because she has borne five children
and her belly is criss-crossed
with little tongues of fire.

Because she has braided her hair
in the cornrow, twisting it upwards
to show her high inner status.

Because she has tucked
a bright wrap
about her Nubian brownness.

Because she has stained her toes
with the juice of the henna
to attract any number of arrant males.

Because she has the good sense
to wear a scarab
to protect her heart.

Because she has a pearl
in the middle
of her lower delta.

Give her honour
Give her honour, you fools
Give her honour.

 

*


Perché lei è venuta

Perché lei è venuta
con disegni geometrici
sui seni.

Perché lei ha partorito cinque figli
e il suo ventre è solcato
da piccole lingue di fuoco.

Perché si è fatta treccine
come spighe, girandole all’insù
a mostrare il suo alto status interiore.

Perché lei ha avvolto
un telo sgargiante
intorno al suo marrone nubiano.

Perché lei si è tinta gli alluci
col succo dell’henné
per attrarre un gran numero di veri maschi.

Perché lei ha il buonsenso
di portare uno scarabeo
a protezione del cuore.

Perché lei ha una perla
in mezzo
al suo basso delta.

Rendetele onore
Rendetele onore, imbecilli
Rendetele onore.

 

From: The Fat Black Woman Poems (Virago Press, 1984)

© Traduzione italiana di Andrea Sirotti

Jane Hirshfield

-Hirschfield
Rain in May

The blackened iron
of the stove
is ticking into coolness
when the first drops
start against the roof.
It is late: the night
has darkened into this
like a fruit –
a sudden
pear-aroma fills the room.

Just before dawn
it comes up harder again,
a white, steady drum of day-rain
caught in the moon’s deep pail.
A battered tin-light
overspills ocean and sky,
hill opens to facing hill,
and I wake to a simple longing,
all I want of this ordinary hour,
this ordinary earth
that was long ago married to time:
to hear as a sand crab hears the waves,
loud as a second heart;
to see as a green thing sees the sun,
with the undividing attention of blind love.

 

*

 

Pioggia a maggio

Il ferro annerito
della stufa
si raffredda ticchettando
alle prime gocce
che iniziano a incontrare il tetto.
È tardi: la notte
s’è fatta scura così
come un frutto –
un sùbito
aroma di pere riempie la stanza.

Giusto prima dell’alba
ritorna più forte,
un bianco, costante rullio di pioggia diurna
preso nel secchio profondo della luna.
Una luce di latta ammaccata
trabocca di oceano e cielo,
colle che s’apre sul colle davanti,
e mi sveglio a un semplice desiderio,
ciò che voglio da quest’ora comune,
da questa terra comune
che in passato fu sposa del tempo:
sentire come un granchio sente l’onda,
forte come un secondo cuore;
vedere come una cosa verde vede il sole,
con l’attenzione esclusiva dell’amore cieco.

 

 

From: Jane Hirshfield Of Gravity & Angels, 1988
© traduzione di Loredana Foresta e Andrea Sirotti

Rachel Slade

Rachel Slade
Al nostro risveglio è l’animale, è la pianta, che pensa in noi.
Jean Cocteau

Veglia notturna

I.

Spinti nella notte minerale,
tornando a casa per i campi.
Durante la veglia notturna,
non chiedere mai all’animale se è un animale.
Ha i movimenti ampi e complessi di un’ape
e la bocca è un labirinto di corridoi e angoli ciechi.

Il lento ronzio della sua meccanica
è grato all’orecchio umano,
il cuore è una bomba che ti cerca.
Giocaci piano attorno, sii dolce e amichevole.
Offri dell’acqua piovana e vedi se ti viene incontro.
Si avvicina dalle strade secondarie,
come per sentirti meglio
per prendere nella bocca le tue vocali e consonanti
e restituirtele respirando.
Metti la tua bocca sulla sua, cerca di capire cosa c’è
se si può conoscere o misurare.
Te lo dico,
pesa più di quanto costa
e costa tutto quanto.

 

II.

L’animale parla come sapesse a memoria
tutte le cose di prima e di adesso, senza di te.
Indica le chiare e intense marcature tra gli oggetti
i motivi sepolti nella pelliccia,
pigmenti che lasciano tracce sanguigne in campi e ossa,
plasma che dà il proprio nome ad ogni madre.

L’intero corpo sembrava una freccia diretta a ovest
dritta nel vento che la sospinge
da punto a punto sulle valli.
Va’ laggiù, dice,
verso un punto fisso all’orizzonte.
Con palpebre chiuse, traslucide come un uccello
su un occhio tondo e scuro che esplora a distanza,
da un vicinanza che divora il respiro.

 

*

 

When we awake it is the animal, the plant, that thinks in us.
Jean Cocteau

Night Watch

I.

Pushed through the mineral night,
on the way home through the fields.
During the night watch,
never question the animal if it is an animal.
Its movements are as wide and complex as a bee’s
and its mouth a labyrinth of corridors and blind angles.

The slow hum of its machinery
is pleasing to the human ear,
its heart is a bomb that seeks you.
Play slow around it, play soft and friendly.
Offer some rainwater and see if it comes near.
It comes close on the back roads,
as if to hear you better
to take your vowels and consonants into its mouth
and breathe them back to you.
Put your mouth to its mouth, discern what is there
if it can be known and measured.
I’ll tell you,
it weighs more than it costs
and it costs everything.

 

II.

The animal speaks as though it knows by rote
all things prior and present, without you.
It points to the clear, poignant markings between objects
the patterns buried in fur,
pigments that leave sanguine traces in fields and bones,
plasm that names every mother after itself.

The entire body seemed an arrow, pointing west
straight into the wind that blows it
from point to point over the plains.
Go there, it says,
towards a fixed point on the horizon.
With lids closed, transparent like a bird’s
over a dark round eye that searches from a distance,
from a closeness that devours breath.

 

© Inedito di Rachel Slade

© traduzione dall’inglese di Andrea Sirotti

Gary Geddes

gary-geddes

What does a house want?

A house has no unreasonable expectations
of travel or imperialist ambitions;
a house wants to stay
where it is.

A house does not demonstrate
against partition or harbour
grievances;
a house is a safe
haven, anchorage, place
of rest.

Shut the door on excuses
greed, political expediency.

A house remembers
its original inhabitants, ventures
comparisons:
the woman
tossing her hair
on a doorstep, the man
bent over his tools and patch
of garden.

What does a house want?

Laughter, sounds
of love-making, to strengthen
the walls;
a house
wants people, a permit
to persevere.

A house has no stones
to spare; no house has ever been convicted
of a felony, unless privacy
be considered a crime in the new
dispensation.

What does a house want?

Firm joints, things on the level, water
rising in pipes.

Put out the eyes, forbid
the drama of exits,
entrances. Somewhere
in the rubble a mechanism
leaks time,
no place
familiar for a fly
to land
on

Palestine, 1993

 

“From What Does A House Want? Selected Poems, Red Hen Press, 2014. La poesia what does a house want non è inclusa nel volume, di prossima pubblicazione in Italia (2017-2018), On Being Dead in Venice, antologia che raccoglie testi e traduzioni apparsi su varie riviste online italiane insieme a poesie ancora inedite in Italia. Si ringrazia la redazione di Interno Poesia per averci consentito di riproporla”.

*

 

Cosa vuole una casa?

Una casa non ha aspettative irragionevoli
di viaggi o ambizioni imperialiste;
una casa vuole starsene
dove è.

Una casa non manifesta
contro partizioni o proteste
portuali;
una casa è un’oasi
sicura, ancoraggio, luogo
di riposo.

Chiudi la porta a pretesti,
avidità, calcolo politico.

Una casa ricorda
i suoi abitanti primi, azzarda
paragoni:
la donna
che scuote la chioma
su una soglia, l’uomo
chino sugli arnesi e il suo pezzo
di giardino.

Cosa vuole una casa?

Risate, rumori
d’amore, per rinforzare
le mura;
una casa
vuole gente, un placet
a persistere.

Una casa non ha pietre
da dar via; nessuna casa mai è stata accusata
d’un reato, a meno che la privacy
non sia considerata un crimine nella nuova
normativa.

Cosa vuole una casa?

Salde commessure, cose a livello, acqua
che sale nei tubi.

Strappa via gli occhi, vieta
il dramma di uscite,
d’entrate. In qualche luogo
fra i detriti un meccanismo
cola il tempo,
nessun punto
familiare perché una mosca
possa planarci
sopra

Palestina 1993

 

Testo e traduzione pubblicati per la prima volta su El Ghibli (Anno 9, numero 39, marzo 2013), trad. it. di Angela D’Ambra

Rita Dove

Dove_Rita
Parsley

1. The Cane Fields

There is a parrot imitating spring
in the palace, its feathers parsley green.
Out of the swamp the cane appears

to haunt us, and we cut it down. El General
searches for a word; he is all the world
there is. Like a parrot imitating spring,

we lie down screaming as rain punches through
and we come up green. We cannot speak an R –
out of the swamp, the cane appears

and then the mountain we call in whispers Katalina.
The children gnaw their teeth to arrowheads.
There is a parrot imitating spring.

El General has found his word: perejil.
Who says it, lives. He laughs, teeth shining
out of the swamp. The cane appears

in our dreams, lashed by wind and streaming.
And we lie down. For every drop of blood
there is a parrot imitating spring.
Out of the swamp the cane appears.

 

*

 

2. The Palace

The word the general’s chosen is parsley.
It is fall, when thoughts turn
to love and death; the general thinks
of his mother, how she died in the fall
and he planted her walking cane at the grave
and it flowered, each spring stolidly forming
four-star blossoms. The general

pulls on his boots, he stomps to
her room in the palace, the one without
curtains, the one with a parrot
in a brass ring. As he paces he wonders
Who can I kill today. And for a moment
the little knot of screams
is still. The parrot, who has traveled

all the way from Australia in an ivory
cage, is, coy as a widow, practising
spring. Ever since the morning
his mother collapsed in the kitchen
while baking skull-shaped candies
for the Day of the Dead, the general
has hated sweets. He orders pastries
brought up for the bird; they arrive

dusted with sugar on a bed of lace.
The knot in his throat starts to twitch;
he sees his boots the first day in battle
splashed with mud and urine
as a soldier falls at his feet amazed –
how stupid he looked! – at the sound
of artillery. I never thought it would sing
the soldier said, and died. Now

the general sees the fields of sugar
cane, lashed by rain and streaming.
He sees his mother’s smile, the teeth
gnawed to arrowheads. He hears
the Haitians sing without R’s
as they swing the great machetes:
Katalina, they sing, Katalina,

mi madle, mi amol en muelte. God knows
his mother was no stupid woman; she
could roll an R like a queen. Even
a parrot can roll an R! In the bare room
the bright feathers arch in a parody
of greenery, as the last pale crumbs
disappear under the blackened tongue. Someone

calls out his name in a voice
so like his mother’s, a startled tear
splashes the tip of his right boot.
My mother, my love in death.
The general remembers the tiny green sprigs
men of his village wore in their capes
to honor the birth of a son. He will
order many, this time, to be killed

for a single, beautiful word.

 

*

 

Prezzemolo

1. I campi di canna

C’è un pappagallo che imita la primavera
nel palazzo, le penne verde prezzemolo.
Dalla palude spunta la canna

a tormentarci, e noi la tagliamo. El General
cerca una parola; lui è tutto il mondo
che c’è. Come un pappagallo che imita la primavera,

ci sdraiamo a terra urlando trafitti dalla pioggia
e ne usciamo verdi. Non sappiamo dire la R –
dalla palude spunta la canna

e la montagna diventa Katalina nei sussurri.
Son punte di freccia i denti corrosi dei bambini.
C’è un pappagallo che imita la primavera.

El General ha trovato la parola: perejil.
Chi la dice, vivrà. Ride, scintillio di denti
dalla palude. Spunta la canna

nei nostri sogni sferzati dal vento e grondanti.
E ci sdraiamo. Per ogni goccia di sangue
c’è un pappagallo che imita la primavera.
Dalla palude spunta la canna.

 

*

 


2. Il palazzo

La parola che il generale ha scelto è prezzemolo.
È autunno, quando i pensieri volgono
all’amore e alla morte; il generale pensa
a sua madre, che è morta in autunno
e lui piantò presso la tomba il suo bastone
che fioriva imperterrito a primavera formando
fiorellini a quattro stelle. Il generale

s’infila gli stivali, marcia deciso
nella stanza di lei, quella senza
tende, quella col pappagallo
sull’anello d’ottone. E camminando si chiede:
chi posso uccidere oggi. E per un momento
il piccolo nodo d’urla
s’acquieta. Il pappagallo, venuto

fin dall’Australia in una gabbia d’avorio,
ritroso come una vedova, s’allena
alla primavera. Da quel mattino
in cui sua madre cadde in cucina
preparando biscotti a forma di teschio
per il giorno dei morti, il generale
odia i dolci. Ne ordina solo
per il pappagallo; i pasticcini arrivano

cosparsi di zucchero su un letto di pizzo.
Il nodo alla gola diventa uno spasmo;
vede i suoi stivali il primo giorno della battaglia
inzaccherati di fango e di urina
mentre un soldato gli cade ai piedi sbalordito –
che aria stupida aveva! – al suono
dell’artiglieria. Non credevo che cantasse
disse il soldato e morì. Ora

il generale vede i campi di canna
da zucchero, sferzati dalla pioggia e grondanti.
Vede il sorriso di sua madre, i denti
corrosi in punte di freccia. E sente
quelli di Haiti cantare senza le R
roteando i grandi machete:
Katalina, cantano, Katalina,

mi madle, mi amol en muelte. Dio sa
che sua madre non era stupida; sapeva dire
la R come una regina. Persino
un pappagallo sa dire la R! Nella stanza spoglia
le penne lucenti s’inarcano in una parodia
di fronde, mentre le ultime briciole bianche
spariscono sotto la lingua annerita. Qualcuno

chiama il suo nome con voce
così simile a sua madre, una lacrima sbigottita
bagna la punta dello stivale destro.
Madre mia, amore mio nella morte.
Ricorda il generale i minuscoli tralci verdi
nei mantelli degli uomini del villaggio
che celebravano la nascita di un maschio. Stavolta
ordinerà che tanti ne siano uccisi.

per una sola, bellissima parola.

 

La biblioteca di Repubblica. Poesia straniera n. 15 (Gruppo editoriale L’Espresso, 2004), trad. it. Andrea Sirotti