Arundhathi Subramaniam


When God Is a Traveller

wondering about Kartikeya/Muruga/Subramania, my namesake

Trust the god
back from his travels,

his voice wholegrain
(and chamomile),
his wisdom neem,
his peacock, sweaty-plumed,
drowsing in the shadows.

Trust him
who sits wordless on park benches
listening to the cries of children
fading into the dusk,
his gaze emptied of vagrancy,
his heart of ownership.

Trust him
who has seen enough–
revolutions, promises, the desperate light
of shopping malls, hospital rooms,
manifestos, theologies, the iron taste
of blood, the great craters in the middle
of love.

Trust him
who no longer begrudges
his brother his prize,
his parents their partisanship.

Trust him
whose race is run,
whose journey remains,

who stands fluid-stemmed
knowing he is the tree
that bears fruit, festive
with sun.

Trust him
who recognizes you –
auspicious, abundant, battle-scarred,
alive –
and knows from where you come.

Trust the god
ready to circle the world all over again
this time for no reason at all

other than to see it
through your eyes.

 

 

*

 

 

Quando Dio è un viaggiatore

riflettendo su Kartikeya/Muruga/Subramania, che si chiama come me

Confida nel dio
tornato dai viaggi,

nella sua voce di crusca
(e di camomilla),
nel suo neem, albero di saggezza,
nel suo pavone dalle piume sudate,
appisolato nell’ombra.

Confida in lui
che siede muto sulle panchine
ad ascoltare le grida dei bimbi
dissolversi all’imbrunire,
nello sguardo svuotato di erranza,
nel cuore privo di possesso.

Confida in lui
che ha visto abbastanza –
rivoluzioni, promesse, la luce disperata
dei centri commerciali, stanze d’ospedale,
manifesti, teologie, il gusto ferroso
del sangue, i grandi crateri nel mezzo
all’amore.

Confida in lui
che non rivendica più
il premio al fratello,
la partigianeria ai genitori.

Confida in lui
che ha corso la sua corsa,
ma ancora gli resta il viaggio,

in lui che svetta irrorato di linfa
sapendo di essere lui l’albero
che dà frutti, festoso
di sole.

Confida in lui
che ti riconosce –
augurante, abbondante, ferita in battaglia,
viva –
e che sa da dove vieni.

Confida nel dio
pronto a fare ancora il giro del mondo
senz’altra ragione

che vederlo, stavolta,
attraverso i tuoi occhi.

 

A una poesia non ancora nata (Interno Poesia, 2018), a cura di Andrea Sirotti

INFO E ORDINE LIBRO

Arundhathi Subramaniam

Arundhathi Subramaniam
For a poem, still unborn

Over tea we wonder why we write poetry.
Ten people read it, anyway.
Three are committed in advance
to disliking it.
Three feel a vague pang
but have leaking taps and traffic jams
to think about.
Two like it
and wouldn’t mind telling you so,
but don’t know how.
Another is busy preparing questions
about pat ironies
and identity politics.
The tenth is wondering
whether you wear contact lenses.

And we,
as soiled as anyone else
in a world addicted
to carbohydrates
and words,

still groping
among sunsets and line lengths and
slivers of hope

for a moment
unstained
by the wild contagion
of habit.

 

*

 

A una poesia non ancora nata

Davanti a un tè ci domandiamo perché scriviamo poesie.
Dieci persone le leggono, in ogni caso.
A tre non piacciono
per partito preso.
Tre provano un vago struggimento
ma devono pensare ai rubinetti che perdono
e al traffico cittadino.
A due piacciono
e non avrebbero problemi a dirtelo,
ma non sanno come.
Un’altra è tutta presa a preparare domande
sulle facili ironie
e sulla politica dell’identità.
La decima si chiede
se porti le lenti a contatto.

E noi
corrotti come chiunque altro
da un mondo assuefatto
ai carboidrati
e alle parole,

brancoliamo ancora
fra tramonti, metrica e
schegge di speranza

per un istante
liberi
dal terribile contagio
dell’abitudine.

 

L’India dell’anima – Antologia di poesia femminile indiana contemporanea in lingua inglese (Le Lettere, 2006), trad. it. Andrea Sirotti