Federica Guerra


Come faccio a portare via tutto
portarmi via il nome
di una strada – via Sammartina
così facile a dirsi eppure
scritto male da tutti
Il pilastrino della madonnina
sola ora che le sue pie
non le portano più le rose
la Serafina col suo secchio del Dash
pieno di uova da 20 centesimi l’una
il fosso davanti casa
e la sua acqua sempre a scorrere
e l’acqua del lago più simile a me
sempre a rimanere

io che per tutta la vita ho sognato
di viverci dentro, e ora mi chiedo
come portarlo via.

 

© Inedito di Federica Guerra

Roberto Bolaño


Per avvicinarsi alla sconosciuta è necessario smettere di essere l’uomo invisibile. Lei dice, con ogni suo atto, che l’unico mistero è la confidenza futura. La bocca dell’uomo invisibile si avvicina allo specchio?
Tirami fuori da questo testo, vorrò dirle, mostrami le cose chiare e semplici, le grida chiare e semplici, la paura, la morte, il suo istante Atlantide durante la cena in famiglia.

 

Tre (SUR, 2017)

Anne Stevenson


Anaesthesia

They slip away and never say goodbye,
My vintage friends so long depended on
To warm the levels of my memory.
And if I grieve for them, grief has to learn
How to care sparingly and not to cry.
Age is an exercise in unconcern,
An anaesthetic, lest the misery
Of fresh departures make the final one
Unwelcome. There’s a white indemnity
That with the first frost tamps the garden down.
There’s nothing we can do but let it be.
And now this ‘you’ and now that ‘she’ is gone,
There’s less and less of me that needs to die.
Nor do those vacant spaces terrify.

 

*

 

Anestesia

Scivolano via senza mai dire addio,
I vecchi amici su cui tanto contavo
Per dare tepore alle pieghe della memoria.
E se per loro avevo dell’affetto, l’affetto deve imparare
A soffrire in economia e non piangere.
L’età è un esercitarsi nella noncuranza,
Un anestetico, ché la tristezza
Delle nuove dipartite non renda male accetta
Quella finale. C’è un bianco risarcimento
Nel primo gelo che opprime il giardino.
Non possiamo farci nulla se non lasciare che sia.
E ora questo ‘tu’ e ora quella ‘lei’ sono andati,
C’è sempre meno parte di me che dovrà morire.
E non fanno paura quegli spazi vuoti.

 

Le vie delle parole (Interno Poesia Editore, 2018), a cura di Carla Buranello

Andrea De Alberti


Dall’interno della specie

Eppure nel frammento di ogni memoria,
nella natura di un sorriso che supera a volte il nostro sguardo
accarezziamo la vertigine con una mano
nello scandalo innaturale che ci trattiene,
eppure, dall’interno della specie,
ognuno tenta di lenire il proprio male con una scheggia,
con le prove concepite fuori da ogni possibile
orizzonte di stupore.

 

Dall’interno della specie (Einaudi, 2017)

© Foto di Dino Ignani

Giovanni Pascoli


A maggio non basta un fiore.
Ho visto una primula: è poco.
Vuoi nel prato le prataiole:
è poco: vuole nel bosco il croco.
È poco: vuole le viole; le bocche
di leone vuole e le stelline dell’odore.
Non basta il melo, il pesco, il pero.
Se manca uno, non c’è nessuno.
È quando è in fiore il muro nero
è quando è in fiore lo stagno bruno,
è quando fa le rose il pruno,
è maggio quando tutto è in fiore.

 

Tutte le poesie (Newton Compton, 2009)

Michele Brancale


Il villaggio anonimo e il crollo del fascismo

Anonimo il villaggio, periferia
del mondo conosciuto, mangiatoia
di rivolte e frustrazioni infedeli,
Maria porta la grazia dell’inizio
e non si corrompe in lei l’affidarsi
senz’aggredire, la riconoscenza
nonostante il turbamento, l’esito,
inedito, per cui Dio si fa figlio
di una giovane ragazza di Giudea
nel popolo che sempre resta eletto.

Gli eletti furono traditi in casa,
dai loro vicini, da Mussolini,
che in questo giorno lascia il piedistallo
e un Paese in frantumi. Da Cassibile
si sente la voce irresponsabile
che abbandonata la gente a se stessa
si è rifugiata nella retorica
della radio, quella che non arriva
nei lager, dove i tuoi fratelli, Maria,
e le tue sorelle sono reclusi,
avendo alle spalle un’Italia matrigna.

 
Rosa dei tempi (Passigli, 2014)

Rafael Alberti


Ritorni dell’amore come era

A quel tempo eri bionda e grande,
solida spuma ardente ed elevata.
Parevi un corpo staccatosi
dai centri del sole, lasciato
da un colpo di mare sulla sabbia.

Tutto era fuoco a quel tempo. Bruciava
intorno a te la spiaggia. A rutilanti
vetri di luce erano ridotte
le alghe, i molluschi, le pietre
che le ondate spingevano contro di te.

Tutto era fuoco, fulmine palpito
d’onda calda in te. Se era una mano
che osava o le labbra, cieche braci
volando fischiavano nell’aria.
Tempo incendiato, sogno consumato.

Io mi rotolai nella tua spuma a quel tempo.

 

 

Rivista Poesia (n. 134, dicembre 1999), traduzione di Vittorio Bodini

Beatrice Cristalli


Lei chiama Michele

Lei chiama Michele
E Michele non arriverà
Perché è troppo facile
Rispondere ed esistere
Insieme
Allora pensi che frugare
Tra la stoffa che è solo cartone
Sia l’ultima prova
Per dimostrarci
Che di Michele tu
Ne sai

Ma poi riparti
Con nello zaino il peso
Del polistirolo – però!
Tu non lo togli
Tu chiami Michele
E Michele non esiste;
Allora ti ascolto
E mi siedo un secondo perché
Devo sostenere le parole che
Non posso ricevere
Ma non è colpa mia
Se chiamo anche io Michele
E Michele non esiste

Lo chiami ancora nella piazza
E tutti mi stanno guardando:
Ma cosa c’è di male a scrivere
In chiesa e sui gradini di
Questa città
Che odio – per tutto;
Chiamo Michele a voce grossa
Perché non mi interessa
Nessuno risponde mai
C’è solo una chiavetta
C’è solo lei che resta
E condivido questo anche io
Anche se non so
Come mi dovrei comportare
Tra le parole che ripeto
A me:
Non leggerai nulla di così diretto.
Tanto non ci riesco

Perché ne sono cosciente
Michele non arriverà
Ma si incastra negli spazi
Senza alcuna mia subordinazione
Vola da solo – vicino ai miei sogni

Quando la gente ti guarda
Un po’ si vergogna
Ti muovi goffa
Chiami Michele di nuovo
La direzione l’hai presa.
Vorrei essere quel polistirolo
Che finge di essere vero peso
Il mio l’ho dimenticato
In ogni giornata
Negli occhi – tu cercalo di sera

 

Tre di uno (Interno Poesia Editore, 2018)

© Foto di Samantha Faini

Roberto Sanesi


Lo vedi, è la lingua

E così ora ti senti
piovigginoso, malato, pieno di avverbi autunnali,
di sostantivi distratti, di oggetti ritrovati
e subito perduti, sgretolati, di annotazioni che scorrono
per troppe pagine al piede della vita, e non sai
come funziona il gioco del rimando. La sola
ipotesi possibile ti sembra
l’invidia dello sguardo, la sua pena. Ma quando
ti soffermi alla soglia delle voci, al momento
che l’acqua si confonde
col pettirosso, con l’albero, con la collina,
è allora che le muffe
ti fioriscono attorno agli orecchi, e con delicatezza
tremenda assopiscono i suoni. Ti credi in ascolto
dell’imminenza, ma non era questo
che ti aspettavi, non questa dispersione del dolore
per tutto il corpo. O meglio: non ancora.
Ti sarebbe piaciuto osservare con le dita,
e invece ti passano accanto i ritratti,
il ritaglio di un occhio, il profilo solenne o ridicolo
di qualche testa dai pensieri assorti.
Lo vedi, è la lingua
così cortese, ossequiante, precisa, ma in fondo
sempre più imbarazzante a pretendere tutta l’attenzione
di cui non sei capace,
e ti ritrovi impigliato in un frammento,
disperso dappertutto, un movimento estremo
quasi raccolto insieme dal no comment
che riprende ogni volta il suo racconto.

 

Poesie 1957-2000 (Mondadori, 2010)

Francesca Perlini


Fosse comuni

Non si stacca la carne
dalle ossa degli scomparsi.
Per sparizione i denti ricomposti
sono morsi che nemmeno tre metri di terra
lasciano la presa. I bacini portano piaghe di letti
con soffitti d’orizzonte dove i femori sinistri
si attaccano per articolazione ai polsi stretti
tra le sbarre, dove i piedi spaiati stanno come
capelli senza vento.
Dietro un portone, immobile
l’aria guarda al prato e trattiene il respiro
nei petti in cui i cuori versano lo stesso rosso vivo.
Vivo abbastanza che non bastano tre metri di terra,
dove scomposti gli scomparsi
risalgono a prendere corpo nella voce,
in quella luce di primule a marzo
che non dice, ricorda
le leggi dell’eternità e non del tempo.

 

© Inedito di Francesca Perlini

© Foto di Carola Catenacci