Antonio Ferrara


Sto portando il mio cuore
su un balcone fiorito,
e mi ricordo quando
mi stava dentro
e sapeva di mandarino sbucciato,
mio cuore secco
bruciacchiato avvilito,
avanzo di questo disordine
di foglie, petali, sorrisi,
che divampava come il vento
sul balcone tende la bandiera
asciuga la camicia
ride tra i fiori.
E mi ricordo quando
coi miei occhi appuntiti
nuovi di zecca
sul tavolo di legno
disegnavo cavalli
e andavo come loro,
come loro andavo sempre
trotterellando,
un animale non sa
che c’è la morte
e vive e basta
e corre e piega l’erba
come la pioggia fa col prato,
il grillo con la notte,
semplicemente.
Col mio cuore in mano
vado, lo porto sul balcone
e aspetto che ci cresca dentro
ancora la pazienza,
ché la vita coi suoi denti morde
e lascia segni nella carne a lungo,
semplicemente.

 

Fratture a legno verde (Interno Poesia, 2017)

© Foto di Marianna Cappelli

Goliarda Sapienza


Un’altra fiaba

I corpi disseccati dei defunti
s’aggirano intorno a noi. Nelle sere
ci camminano a fianco per la strada
si piegano su noi quando leggiamo
ci guardano da lontano se parliamo
con l’amica, sedute fuori dall’uscio.
Hai paura del loro
sguardo d’un tempo?
Anch’io ho paura ma temo
anche di respirare nel sonno
per non disperdere
all’aria la carta velina dei loro
visi intenti al nostro sostare
fra l’alba e il giorno di questa
ora carnale.

 

Ancestrale (La Vita Felice, 2013)

Bernard O’Donoghue

The Definition of Love

It’s strange, considering how many lines
Have been written on it, that no one’s said
Where love most holds sway; neither at sex
Nor in wishing someone else’s welfare,
But in spending the whole time over dinner
Apparently absorbed in conversation,
While really trying to make your hand take courage
To cross the invisible sword on the tablecloth
And touch a finger balanced on the linen.

A young curate of a parish in West Cork
Was told his mother was seriously ill
And he must come home to Boherbue
(In fact she was dead already; they had meant
To soften the blow). He drove recklessly
Through mid-Kerry and crashed to his death
In the beautiful valley of Glenflesk.
This was because he fantasised in vain
About touching her fingers one last time.

*

Definizione di amore

Strano, considerando quanto sull’amore
è stato scritto, che nessuno lo abbia detto
dove l’amore signoreggia: non nel sesso,
né nel volere il bene degli altri,
ma nell’occupare tutto il tempo a cena,
in apparenza assorti nel discorso,
a cercare invero di far prendere coraggio
alla mano affinché oltrepassi l’invisibile spada
sulla tovaglia e tocchi un dito in equilibrio sul tessuto.

A un giovane curato di una parrocchia di West Cork
fu detto che sua madre era gravemente ammalata
e che lui doveva venire a casa a Boherbue
(di fatto era già morta, ma l’intendimento era
di attenuare il colpo). Corse in auto mezzo Kerry
spericolatamente, per schiantarsi e lì morire
nella bella valle di Glenflesk.
Così avvenne, per quel suo fantasticare vano
di toccarle un’ultima volta le dita della mano.

 

© Rivista Poesia (N. 330, ottobre 2017), trad. it. Alessandro Gentile

Cristina Campo

Solo resiste al tempo
quel che si fa
col tempo.
E quello che si fa
con l’eternità?
La poesia viene
quando restiamo
nell’inesauribile
compagnia della solitudine.
Viene come un sùbito
taglio, dove si mischiano
con fredda febbre,
sangue con sangue,
due separati
mondi.

 

La tigre assenza (Adelphi, 1991)

© Poesia di Hector Murena, tradotta da Cristina Campo

Guido Mazzoni

Essere con gli altri

È una festa, sono persone che non vede da anni,
raccontano cose che non può comprendere, le parole
come segni e come feltri, la propria faccia fra i mobili degli altri.
Io sono soltanto questo aneddoto, anche voi vi schermate,
rincorrete i figli fra i tavoli
dentro i ricordi d’infanzia. I saluti nel parcheggio, le auto.

Guardo le nuvole sopra di me, sono un’idea,
sono l’immagine di un intero che mi sovrasta,
vedo me stesso come qualcuno che coglie
l’immagine di un intero dentro le nuvole che lo sovrastano,
nell’aria volano animali impercettibili, scosse elettriche
nella calotta della mente, seguo le spie
illuminare l’abitacolo, la striscia continua, le strade esistere dopo di noi.

 

La pura superficie (Donzelli, 2017)

© Per gentile concessione di Donzelli Editore

© Foto di Dino Ignani

John Ashbery

Paradossi e ossimori

Questa poesia si occupa del linguaggio a un livello alquanto piano.
Guardala che ti parla. Guardi da una finestra
o affetti irrequietezza. La sai ma non la sai.
Ti manca, la manchi, le manchi, ti manca. Vi mancate a vicenda.

La poesia è triste perché vuole essere tua, e non può.
Cos’è un livello piano? È quella cosa e altre,
e ne mette in gioco un sistema. Gioco?
Beh, di fatto, sì, ma io ritengo che il gioco sia

una più profonda cosa esterna, un modello di ruolo sognato,
come nella ripartizione della grazia queste lunghe giornate agostane
senza dimostrazione. A finale aperto. E prima che te ne accorga
si perde nel vapore e nel cicaleccio della macchina da scrivere.

È stata giocata un’altra volta. Penso tu esista solo
per tormentarmi a farlo, al tuo livello, e poi tu non ci sei
o hai adottato un atteggiamento diverso. E la poesia
mi ha deposto dolcemente accanto a te. La poesia è te.

 

Un mondo che non può essere migliore (Luca Sossella, 2008) trad. it. D. Abeni, M. Egan

Carlos Marzal


Declaración de principios

Todo lo que ha empezado ya no importa,
lo que estrené dejó de interesarme,
regalos abiertos de nuestras ilusiones,
inocencia perdida a quién le importa cuándo.
El principio es el fin, y cualquier medio
para empezar de nuevo nos es lícito.
Lasa palabras se agotan al pensarlas,
qué cansancio insistir, nos han anticipado
cuál será el desenlace de la trama.
No hay posible sorpresa, y lo que nos aguarda
son unos aburridos minutos de basura.

 

*

 

Dichiarazione di principi

Tutto ciò che ho cominciato già non conta,
ciò che sfoggiai cessò d’interessarmi,
doni aperti delle nostre illusioni,
l’innocenza perduta a chi importa quando.
Il principio è la fine, e ogni mezzo
per cominciare di nuovo ci è lecito.
Le parole si sciolgono al pensarle,
i libri si finiscono nei titoli,
che stanchezza insistere, ci hanno anticipato
quale scioglimento della trama.
La sorpresa impossibile, e quello che ci aspetta
sono noiosi minuti di sporcizia.

 

Poesie scelte (Pagliai Polistampa, 2007), a cura di Francesco Luti

Andrea Cati


a M.

Ti ho perso nel traffico di Corso Buenos Aires
accanto alle vetrine il tuo sguardo si è mescolato
alla ferocia della notte, uomini in abiti eleganti
ti hanno portato via, eri la prova perfetta
una mano letale contro il mio sguardo
la perizia di una scossa, parabola
futura, luce che non attende
noi due, un vizio del caso, dadi
tirati a sorte. Tutti a guardare
cosa la vita promette
un equilibrio lungo un bacio
il nostro addio nella metro.

 

© Inedito di Andrea Cati

Renzo Paris


Come sarà il mattino di domani,
sarò ancora in piedi e la poesia
sarà pur sempre una cosa da ragazzi?

Lo chiedo a te, mia Sibilla,
accucciata sopra un platano frondoso
del Lungotevere, che come un fuso

volteggiavi in un capodanno di bicchieri,
lanciati nel cortile. La poesia
è tornata bambina, indossa la tua

vestaglietta blu, con il muso serrato,
in quel polverso ballo del Settantatre.
Sfoglia adesso, mi dici, le crude primavere

invernali, le schizofreniche estati autunnali,
dove termina ciò che non ha mai avuto fine.
Albeggia, il canto dell’allodola fuga

le ombre della notte. Vita mia, presto
volerò da te. Ma io perché indugio,
che cosa mi trattiene ancora?

 

Il mattino di domani (Elliot, 2017)

© Foto di Andrea Auletta