Franco Loi

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Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient

Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient,
forsi memoria sèm, un buff de l’aria,
umbría di òmm che passa, i noster gent,
forsi ‘l record d’una quaj vita spersa,
un tron che de luntan el ghe reciàma,
la furma che sarà d’un’altra gent…
Ma cume fèm pietâ, quanta cicoria,
e quanta vita se porta el vent!
Andèm sensa savè, cantand i gloria,
e a nüm de quèl che serum resta nient.

 

*

 

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente,
forse memoria siamo, un soffio d’aria,
ombra degli uomini che passano, i nostri parenti,
forse il ricordo d’una qualche vita perduta,
un tuono che da lontano ci richiama,
la forma che sarà di altra progenie…
Ma come facciamo pietà, quanto dolore,
e quanta vita se la porta il vento!
Andiamo senza sapere, cantando gli inni,
e a noi di ciò che eravamo non è rimasto niente.

 

Liber (Garzanti, 1988)

© Foto di Dino Ignani

 

Post originale del 21 gennaio
10poesia più letta del 2017

Mariangela Gualtieri


Sento il tuo disordine
e lo comparo al mio. C’è
somiglianza. C’è lo stesso slabbro
di ferite identiche. C’è tutta la voglia
di un passo largo in una terra
sgombra che non troviamo.
Sento il tuo respiro schiacciato
lo sento somigliante
ti sento piano morire
come me che non controllo
l’accensione del sangue.

Anch’io cerco una libertà che mi
sbandieri, una falcata
perfetta, uno stacco d’uccello
dal suo ramo, quando si butta
improvviso e poi plana.

 

Senza polvere senza peso (Einaudi, 2006)

Post originale del 5 dicembre 2014
Poesia italiana più letta

Emily Dickinson


My best Acquaintances are those
With Whom I spoke no Word —
The Stars that stated come to Town
Esteemed Me never rude
Although to their Celestial Call
I failed to make reply —
My constant — reverential Face
Sufficient Courtesy.

 

*

 

I miei migliori amici sono quelli
cui non rivolsi una sola parola –
Le stelle che puntuali giungono alla città
non mi hanno mai ritenuta scortese
sebbene al loro celestiale invito
io non dessi risposta –
Questo mio viso sempre riverente
cortesia sufficiente.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 1997), a cura di M. Bulgheroni

 

Post originale del 10 dicembre 2016
Poesia straniera più letta

Julio Cortázar

cortazar
Se devo vivere

Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell’architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
del pane che passa la sua mano bruna per la fessura.

Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.

 

Le ragioni della collera (Fahrenheit 451, 1995), trad. it. G. Toti

 

Post originale del 31 agosto 2016
Poesia più letta del 2016

Sylvia Plath

sylvia plath interno poesia
Lady Lazarus

I have done it again.
One year in every ten
I manage it——

A sort of walking miracle, my skin
Bright as a Nazi lampshade,
My right foot

A paperweight,
My face a featureless, fine
Jew linen.

Peel off the napkin
O my enemy.
Do I terrify?——

The nose, the eye pits, the full set of teeth?
The sour breath
Will vanish in a day.

Soon, soon the flesh
The grave cave ate will be
At home on me

And I a smiling woman.
I am only thirty.
And like the cat I have nine times to die.

This is Number Three.
What a trash
To annihilate each decade.

What a million filaments.
The peanut-crunching crowd
Shoves in to see

Them unwrap me hand and foot——
The big strip tease.
Gentlemen, ladies

These are my hands
My knees.
I may be skin and bone,

Nevertheless, I am the same, identical woman.
The first time it happened I was ten.
It was an accident.

The second time I meant
To last it out and not come back at all.
I rocked shut

As a seashell.
They had to call and call
And pick the worms off me like sticky pearls.

Dying
Is an art, like everything else.
I do it exceptionally well.

I do it so it feels like hell.
I do it so it feels real.
I guess you could say I’ve a call.

It’s easy enough to do it in a cell.
It’s easy enough to do it and stay put.
It’s the theatrical

Comeback in broad day
To the same place, the same face, the same brute
Amused shout:

‘A miracle!’
That knocks me out.
There is a charge

For the eyeing of my scars, there is a charge
For the hearing of my heart——
It really goes.

And there is a charge, a very large charge
For a word or a touch
Or a bit of blood

Or a piece of my hair or my clothes.
So, so, Herr Doktor.
So, Herr Enemy.

I am your opus,
I am your valuable,
The pure gold baby

That melts to a shriek.
I turn and burn.
Do not think I underestimate your great concern.

Ash, ash—
You poke and stir.
Flesh, bone, there is nothing there——

A cake of soap,
A wedding ring,
A gold filling.

Herr God, Herr Lucifer
Beware
Beware.

Out of the ash
I rise with my red hair
And I eat men like air.

 
*

 

Lady Lazarus

L’ho rifatto.
Un anno ogni dieci
Ci riesco –

Una specie di miracolo ambulante, la mia pelle
Splendente come un paralume nazi,
Un fermacarte il mio

Piede destro,
La mia faccia un anonimo, perfetto
Lino ebraico

Via il drappo
O mio nemico!
Faccio forse paura?

Il naso, le occhiaie, la chiostra dei denti?
Il fiato puzzolente
In un giorno svanirà.

Presto, ben presto la carne
Che il sepolcro ha mangiato si sarà
Abituata a me

E io sarò una donna che sorride.
Non ho che trent’anni.
E come il gatto ho nove vite da morire.

Questa è la Numero Tre.
Quale ciarpame
Da far fuori a ogni decennio.

Che miriade di filamenti.
La folla sgranocchiante noccioline
Si accalca per vedere

Che mi sbendano mano e piede –
Il grande spogliarello.
Signori e Signore, ecco qui

Le mie mani,
I miei ginocchi,
Sarò anche pelle e ossa.

Ma pure sono la stessa, identica donna.
La prima volta successe che avevo dieci anni.
Fu un incidente.

Ma la seconda volta ero decisa
A insistere, a non eccedere assolutamente.
Mi dondolavo chiusa

Come conchiglia.
Dovettero chiamare e chiamare
E staccarmi via i vermi come perle appiccicose.

Morire
È un’arte, come ogni altra cosa.
Io lo faccio in modo eccezionale.

Io lo faccio che sembra come inferno.
Io lo faccio che sembra reale.
Ammetterete che ho la vocazione.

È facile abbastanza da farlo in una cella.
È facile abbastanza da farlo e starsene lì.
È il teatrale

Ritorno in pieno giorno
A un posto uguale, uguale viso, uguale
Urlo divertito e animale:

“Miracolo!”
È questo che mi ammazza,
C’è un prezzo da pagare

Per spiare
Le mie cicatrici, per auscultare
Il mio cuore. Eh sì, batte.

E c’è un prezzo, un prezzo molto caro,
Per una toccatina, una parola,
O un po’ del mio sangue

O di capelli o un filo dei miei vestiti.
Eh sì, Herr Doktor
Eh sì, Herr Nemico.

Sono il vostro opus magnum.
Sono il vostro gioiello,
Creatura d’oro puro

Che a uno strillo si liquefà.
Io mi rigiro e brucio.
Non crediate che io sottovaluti le vostre ansietà.

Cenere, cenere –
Voi attizzate e frugate.
Carne, ossa, non ne trovate –

Un pezzo di sapone,
Una fede nuziale,
Una protesi dentale.

Herr Dio, Herr Lucifero,
Attento,
Attento.

Dalla cenere io rinvengo
Con le mie rosse chiome
E mangio uomini come aria di vento.

 

Lady Lazarus e altre poesie (Mondadori, 1998), trad. it. G. Giudici

 

 

Post originale del 22 aprile 2015
Poesia più letta del 2015

Wisława Szymborska


Disattenzione

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domanda,
senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.

Inspirazione, espirazione, un passo dopo l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.

Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.

Nessun come e perché –
e da dove è saltato fuori uno così –
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.

Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro
(e qui un paragone che mi è mancato).

Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter d’occhio.

Su un tavolo più giovane da una mano d’un giorno più giovane
il pane di ieri era tagliato diversamente.

Le nuvole erano come non mai e la pioggia era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.

La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.

È durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.

Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.

 

Due punti (Adelphi, 2006), trad. it. Pietro Marchesani

 

Post originale del 6 novembre 2014
Poesia più letta del 2014

Camillo Sbarbaro


Padre, se anche tu non fossi il mio

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

 

Pianissimo (Marsilio, 2001)

Giulia Martini


Il deserto è questo lungometraggio
tra le tue iridi e il microasiatico
sintetico foulard, dove lenteggia
la memoria come natura morta

in preda a faraoni iconoclasti.
Là stilli ancora poche le tue resine,
tra il lungosenna e questo anniversario
passato a leggere I tre moschettieri.

Più spesso ti riversano leggende
metropolitane – Cloto, Lachesi
ti litaniano in nuove dinastie:

ittiti, galli, garamanti, dauni,
messeni, medi, lapponi, mirmidoni,
etei etei etei, tirreni danai.

 

© Inedito di Giulia Martini

Gilbert Lely

 

Interno

Poiché l’ora è notturna e dicembre e si muore;
poiché fuori fa freddo e in casa c’è calore;
poiché il fuoco sonoro, chiaro, canta il suo canto
delle foglie e del vento al rumor somigliante,
e la neve sorniona e morbida attutisce
il tumulto inquieto che per la via fluisce;
poiché le tende grevi e nell’ombra assopite
ricadon con languore sui soffici tappeti
teneri come il sonno e la sabbia dei greti;
poiché come due sogni sono le nostre vite,
questa sera, due sogni che, dall’alba fugati,
fuggendo si sarebbero con delizia intrecciati,
e i nostri corpi tra l’ombra e la solitudine
si dissolvono in una squisita lassitudine, –
Cara, svestiti tutta: oh! la tua nudità
d’un regale splendore il buio illuminerà,
e noi scivoleremo, muti, nel nostro letto,
bocca su bocca, i tuoi seni contro il mio petto.
Ma casto scorderò tutti i cattivi ardori:
sì, io m’inebrierò soltanto dei tepori
della tua carne. E mentre la Notte con amore
poserà su di noi dell’ala sua il candore,
in un abbraccio immobile noi due ci stringeremo
e il gioco dolce e triste dei morti giocheremo.

 
Poesie scelte (Bibliopolis, 2002), trad. it. M. Bàino,V. Barba, E. D’Ambrosio

Don Paterson


Rain

I love all films that start with rain:
rain, braiding a windowpane
or darkening a hung-out dress
or streaming down her upturned face;

one long thundering downpour
right through the empty script and score
before the act, before the blame,
before the lens pulls through the frame

to where the woman sits alone
beside a silent telephone
or the dress lies ruined on the grass
or the girl walks off the overpass,

and all things flow out from that source
along their fatal watercourse.
However bad or overlong
such a film can do no wrong,

so when his native twang shows through
or when the boom dips into view
or when her speech starts to betray
its adaptation from the play,

I think to when we opened cold
on a starlit gutter, running gold
with the neon of a drugstore sign,
and I’d read into its blazing line:

forget the ink, the milk, the blood—
all was washed clean with the flood
we rose up from the falling waters
the fallen rain’s own sons and daughters

and none of this, none of this matters.

 

From: Rain (Faber and Faber, 2009)

 

*

 

Pioggia

Adoro quei film che iniziano con la pioggia:
pioggia che alla vetrata s’intreccia
o che imbrunisce un vestito appeso fuori
o che cola la sua faccia rovescia;

un grande scrosciante nubifragio
giù sul copione vuoto e lo spartito
prima dell’atto, prima della censura,
prima che la lente spinga l’inquadratura

dove la donna siede sola
affianco alla cornetta muta
o al vestito fradicio sul prato
o alla ragazza sulla soprelevata,

tutte le cose zampillano da quella vena
lungo la loro fatale piena.
Per quanto brutto o interminabile
un film simile non può essere male,

così quando la voce nasale di lui traspare
o quando il microfono s’affaccia appena
o quando i discorsi di lei iniziano a tradire
il loro adattamento alla scena,

penso a quando abbiamo esordito
su una fogna stellata, al correre dorato
insieme ai neon della farmacia
e ho letto nella sua ardente scia:

dimentica l’inchiostro, il latte, il sangue –
tutto è stato pulito via dal temporale
ci rialzammo dall’acqua cadente
i figli e le figlie della pioggia scrosciante

e nessuno conta niente, niente conta.

 

© Traduzione in italiano di Riccardo Frolloni

Photo credit: SIMON PRICE/ALAMY