Chiara Trombetta

Fame

Il fatto che lo definiscano
“disturbo”
mi ha sempre disturbata

Sentendo il mio corpo
morire
e io lo chiamavo “morte”

Ora sento il mio corpo
guarire
con la lentezza brutale
delle piante e dei fiori

E colgo infine
quanto disturbo mi sia data
in nome di una sola causa:
vanificare il dovere di esistere

Inedito

Giovanni Giudici

Mi chiedi cosa vuol dire

Mi chiedo cosa vuol dire
la parola alienazione:
da quando nasci è morire
per vivere in un padrone

che ti vende – è consegnare
ciò che porti – forza, amore,
odio intero – per trovare
sesso, vino, crepacuore.

Vuol dire fuori di te
già essere mentre credi
in te abitare perché
ti scalza il vento a cui cedi.

Puoi resistere, ma un giorno
è un secolo a consumarti:
ciò che dài non fa ritorno
al te stesso da cui parte.

È un’altra vita aspettare,
ma un altro tempo non c’è:
il tempo che sei scompare,
ciò che resta non sei te.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 2014)

Lêdo Ivo

ledo-ivo
Le necessità

Una porta chiusa non è sufficiente perché un uomo
nasconda il suo amore. Egli necessita anche di una porta aperta
per poter partire e perdersi nella folla quando questo amore esploderà
come un barile di polvere nell’arsenale raggiunto dal fulmine.
Un tetto non basta perché un uomo sia protetto
dal calore e dalla tempesta. Per sfuggire al lampo
egli necessita di un corpo steso nel letto
e a portata della sua mano ancora timorosa
di avanzare nel buio quando la pioggia cade nel silenzio del mondo aperto come un frutto
fra due tuoni.
Nella notte che declina, nel giorno che nasce,
l’uomo ha bisogno di tutto: dell’amore e del fulmine.

 

Illuminazioni (Multimedia, 2002) a cura di V. L. de Oliveira

Anna Achmatova


Lascio la casa bianca e il muto giardino.
Deserta e luminosa mi sarà la vita.
Nessuna donna saprà cullarti
come io ti celebro nei miei versi:
non scordare la tua cara amica
nell’Eden che hai creato per i suoi occhi,
per me che spaccio una merce rarissima
e vendo il tuo tenerissimo amore.

Stormo Bianco (San Paolo, 1995), trad. it. G. Immediato

Vincenzo Corraro

preghiera della sera

C’è nel bosco una ruga profonda
che si allarga segreta nell’ombra
nella giustapposizione dei solchi
scava appena, invisibile, spersa:
regge acque, alberi e foglie
dai suoi pori sfiata la notte.

C’è nel bosco una strada che sfianca
una curva che non ha mai fine
il disegno impreciso dell’uomo
lo scompiglio di essere solo.
La paura di doversi ascoltare
quando cessa ogni frastuono
e avvertire in ogni fessura
il respiro trattenuto del mondo.

Le età del bosco (Interno Libri Edizioni, 2024)

Scopri il libro

Alfredo Morganti

VI

È un triste evento, questo,
della physis che cede il passo
ai corpi edili, ai cantieri, ai laterizi,
ai vizi, ai manufatti, al vocio
scomposto, nulla a che vedere
con Roma Nord, questione
lombrosiana quasi, phisique
du role
, meravigliosa corrispondences
tra essere e apparire, viso
che non inganna, vesti che svelano
le anime invece di celarle.
Poggia su buche la non città,
crateri, cavità – panorama lunare,
quello che abiti, terra malferma,
traballante, collier di lacune, luccichio
e tremolio di esistenze – altro che
agorà, altro che sviluppo;
caparbia involuzione, piuttosto,
devoluzione anonima di anime.
La terra prodiga assorbe i vuoti,
colma nel tempo le lacune,
ma le case, e le persone, e la roba
son come assorti
nel silenzio, tacciono imperterriti
nel loro chiacchiericcio,
non sfuggono al destino scritto
da sempre, da subito, sul libro
mastro dell’esistenza.

(tratto da Non Roma, undici poesie inedite)

Czesław Miłosz


Accadde in una metropoli, non importa il paese, la lingua.
Molto tempo fa (sia benedetto il dono
di trarre racconti da una sciocchezza
per strada, in auto – annoto perché non si perda).
Ma forse non fu una sciocchezza, era un affollato caffè notturno,
in cui si esibiva ogni sera una nota cantante.
Sedevo con altri nel fumo, nel tintinnìo dei bicchieri.
Cravatte, divise di ufficiali, scollature femminili,
la musica selvaggia di quel folclore montano.
E quel canto, la sua gola, uno stelo pulsante,
indimenticata per tutti questi anni,
il moto della danza, il bianco della pelle ed i capelli neri,
e immaginare come odorava il suo profumo.
Cos’ho imparato, che cosa ho conosciuto?
Stati, costumi, esistenze, è passato.
Nessuna traccia di lei, di quel caffè.
Con me soltanto la sua ombra, la fragilità
e la bellezza, sempre.

La fodera del mondo (Fondazione Piazzolla, 1966), trad. it. V. Rosselli

Federico García Lorca

lorca
Madrigale appassionato

Vorrei stare sulle tua labbra
per spegnermi nella neve
dei tuoi denti.
Vorrei stare sul tuo petto
per disfarmi nel sangue.
Vorrei sognare per sempre
nella tua chioma d’oro.
Che il tuo cuore si facesse
tomba del mio dolente.
Che la tua carne fosse la mia carne
che la tua fronte fosse la mia fronte.
Vorrei che tutta la mia anima
entrasse nel tuo piccolo corpo
ed essere io il tuo pensiero
ed essere io la tua bianca veste.
Per far sì che t’innamori di me
con una passione così forte
da consumarti cercandomi
senza mai incontrarmi.
Perché tu vada gridando
il mio nome fino a ponente,
chiedendo di me all’acqua,
bevendo triste le amarezze
che prima il mio cuore
nel desiderarti lasciò sul sentiero.
E intanto io entrerò
nel tuo corpo dolce e debole,
io sarò donna, sarò te stessa,
restando in te per sempre,
mentre tu invano mi cerchi
da Oriente ad Occidente,
finché fine ci brucerà
la fiamma grigia della morte.

 

Tutte le poesie (Newton Compton, 2007), a cura di C. Rendina

Victoria Chang

Casa: morta ad un certo punto intorno al 1960 quando mia madre lasciò Taiwan. Morì ancora il 3 agosto 2015. I suoi polpastrelli tagliati via ogni volta. Nuovi mozziconi presero coscienza, diventarono capi di stato, più bassi e grassi. Casa era, adesso, lo specchio del Rose Hills Memorial Park. Quanto ha viaggiato da Pechino a Taiwan a New York alla Pennsylvania al Michigan alla California al Rose Hills. Quando uno scrittore bianco chiama un personaggio una troia con gli occhi a mandorla, cerco mia madre. La chiamo per nome ma non ricordo la sua voce. Penso sia strabica. Mi avrebbe detto: Non ascoltare il lao mei, finiamo tutti nello stesso posto. Ma dov’è questo posto? Ci sono delle porte? Gattaiole? Ora ha dei fili spinati in gola, le parole sono morte. Tutte le nuove lapidi piatte dalla mia ultima visita, piccole barelle sul prato. Mi sdraio accanto alla sua lapide, chiudo gli occhi. Ora so molte cose. Anche con gli occhi chiusi, so che un uccello passa sopra di me. Nel gioco dell’impiccato, il corpo si forma mentre viene appeso. Come dire, crediamo mentre stiamo morendo.

*

Home—died sometime around 1960 when my mother left Taiwan. Home died again on August 3, 2015. Home’s fingertips trimmed off each time. New stubs became conscious, became heads of state, just shorter and fatter. Now home is a looking glass called Rose Hills Memorial Park. How far she has traveled from Beijing to Taiwan to New York to Pennsylvania to Michigan to California to Rose Hills. When a white writer has a character call another a squinty-eyed cunt, I search for my mother. I call her name but I can’t remember her voice. I think it is squinty. She would have said, Don’t listen to lao mei, we all end up in the same place. But where is that place? Are there doors there? Cattails? Now there are barbed wires in her throat, her words are stillbirth. All the new flat tombstones since my last visit, little stretchers on the lawn. I lie down next to her stone, close my eyes. I know many things now. Even with my eyes closed, I know a bird passes over me. In hangman, the body forms while it is being hung. As in, we grow as we are dying.

OBIT. Poesie per la fine (Interno Poesia Editore, 2024), cura e traduzione di Adele Bardazzi

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