Pier Paolo Pasolini


Sento tossire l’operaio che lavora qui sotto; – la sua tosse arriva attraverso le grate che dal pianterreno – danno nel mio giardino. Sicché essa pare risuonare tra le piante, – toccate dal sole dell’ultima mattina di bel tempo. Egli, -l’operaio, là sotto, intento al suo lavoro, tossisce ogni tanto, – certamente sicuro che nessuno lo senta. È un male di stagione – ma la sua tosse non è bella; è qualcosa di peggio che influenza. – Egli sopporta il male, e se lo cura, immagino, come noi – da ragazzi.

La vita per lui è rimasta decisamente scomoda; – non l’aspetta nessun riposo, a casa, dopo il lavoro, – come noi, appunto, ragazzi o poveri o quasi poveri. – Guarda, la vita ci pareva consistere tutta in quella povertà, – in cui non si ha diritto neanche, e con naturalezza, – all’uso tranquillo di una latrina o alla solitudine di un letto; – e quando viene il male, esso è accolto eroicamente: – un operaio ha sempre diciotto anni, anche se ha figli – più grandi di lui, nuovi agli eroismi. – Insomma, a quei colpi di tosse – mi si rivela il tragico senso di questo bel sole di ottobre.

La tosse dell’operaio, 8 novembre 1969, Tempo.

Derek Walcott


Sulla chiara strada per Roma, oltre Mantova,
c’erano steli di riso, e ho udito, nell’eccitazione del vento,
i bruni cani del latino ansimare accanto alla macchina,
le loro ombre sfrecciavano sul ciglio in traduzione scorrevole,
oltre campi cintati da pioppi, cascine in pietra,
sostantivi da un testo di scuola, Orazio, Virgilio;
frasi di Ovidio passavano in verdi sbavature,
dirette verso prospettive di busti senza nasi,
rovine a bocca aperta e corridoi senza tetto
di Cesari il cui secondo mantello è ora fatto di polvere,
e questa voce che fruscia tra le canne è la tua.
Per ogni verso c’è un tempo e una stagione.
Tu hai ravvivato forme e strofe; questi campi rasati sono
la tua barba incolta che mi graffia la guancia alla partenza,
iridi grigie, le stoppie di grano dei tuoi capelli in aria.
Dimmi che non sei svanito, che sei sempre in Italia.
Sì. Per sempre. Dio. Per sempre immobile e muto come i campi
lombardi, come i bianchi vuoti di quella prigione,
pagine cancellate da un regime. E anche se il suo paesaggio lenisce
l’esilio tuo e di Nasone, la poesia è sempre tradimento
perché è verità. I tuoi pioppi vorticano nel sole.

*

On the bright road to Rome, beyond Mantua,
there were reeds of rice, and I heard, in the wind’s elation,
the brown dogs of Latin panting alongside the car,
their shadows sliding on the verge in smooth translation,
past fields fenced by poplars, stone farms in character,
nouns from a schoolboy’s text, Vergilian, Horatian,
phrases from Ovid passing in a green blur,
heading towards perspectives of noseless busts,
open-mouthed ruins and roofless corridors
of Caesars whose second mantle is now the dust’s,
and this voice that rustles out of the reeds is yours.
To every line there is a time and a season.
You refreshed forms and stanzas; these cropped fields are
your stubble grating my cheeks with departure,
gray irises, your corn-wisps of hair blowing away.
Say you haven’t vanished, you’re still in Italy.
Yeah. Very still. God. Still as the turning fields
of Lombardy, still as the white wastes of that prison
like pages erased by a regime. Though his landscape heals
the exile you shared with Naso, poetry is still treason
because it is truth. Your poplars spin in the sun.

Isole. Poesie scelte (Adelphi, 2009), trad. it. M. Compagnoli

Francesco Napoli

1. Verso i Sessanta

Valerio Magrelli, Roma, classe 1957 esordisce già nel 1980 per Feltrinelli con Ora serrata retinae, come appartenenza va posto nella generazione del “pubblico della poesia”, quella riduttivamente definita neo-orfica. A questo proposito lui stesso affermava: «non condividevo il sistematico rifiuto del senso della Neoavanguardia, né però potevo abbracciare quel totale abbandono al senso che pervadeva i suoi nemici più accaniti». Di contro ci sono alcuni suoi coevi, perfino di qualche anno maggiori, che invece di certo vanno considerati più coerenti con la generazione successiva, la Generazione Sessanta. E questo per formazione, e per esiti e risposte, oltre che per milieu storico-geografico, poiché condividono i medesimi passaggi formativi, le medesime condizioni ambientali affrontate e patite dai nati nel Sessanta. È il caso di Antonella Anedda (Roma 1955) che affronta la crisi identitaria della poesia post-neoavanguardia provando a dipanare uno dei grandi nodi, quello dell’io poetante, trovando una risposta alla sua presenza, quella che Riccardo Donati ha definito per lei «la problematica insituabilità e instabilità del soggetto poetante». Per Antonella Anedda appare centrale il ruolo dell’autos – riconosce quindi da subito la necessità di preservare l’autorevolezza – e considera un accanimento inutile quello contro di esso, contro l’ego. E l’avvertita necessità della prevalenza dell’autos, la sua indispensabile presenza nella poesia diventa forse uno dei punti comuni di questa Generazione, un punto per il quale si batteranno tra Maestri (autos riconosciuti) e un progressivo sbiadimento della loro presenza. L’autos è necessario a garantire una possibile risposta anche alla vexhata quaestio poesia e non poesia. Per Anedda è sempre possibile utilizzare qualsiasi pronome, e quindi anche l’io, ma quello che può marcare la differenza è il tono che vi si accompagna, da una connessione che tenga in equilibrio (precario forse) emozione e ragione regalando poi una inattesa prospettiva. Equilibrio, va da sé, estremamente difficile da raggiungere, affinché non ci si trovi di fronte soltanto al poetico, ma alla vera e propria poesia – nelle parole di Anedda «una forma molto particolare di conoscenza, non è sfogo, e non è neppure solo intelletto» confessa in un’intervista su “Atlante”, il magazine della Treccani […]

Poeti italiani nati negli anni ’60 (Interno Poesia Editore, 2024)

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Nina Cassian

nina cassian

 

Sereno

Sarà un tempo sereno, un tempo da inni.
Con un sol gesto l’aria fenderò,
pronuncerò solo parole immacolate.
Dirò “cielo”, “fonte”, dirò “sole”
e “lacrima” e “musica”, “immunità”.
Sarà il tempo in cui il mio ricordo
non sarà sfiorato da eco di massacri
ma da aliti soavi di poesia
ché a volte anche il sangue alita.
Di tutto quel che un tempo era promiscuo
conservo solo il sacro e mossa al perdono
loderò i contrasti perdonanti.
Dirò “cielo” e “sole” ma anche “musica”
e sarà “sole”, “musica” e “cielo”
intorno a me e intorno al mondo.
Le vocali assumeranno, naturali, la loro gloriosa aureola.
E verrà il tempo sonoro, scintillante,
un tempo solenne e puro, un tempo da inni
e verrà un giorno il tempo! Oh se verrà!

 

C’è modo e modo di sparire. Poesie 1945-2007 (Adelphi, 2013), trad. it. A. N. Bernacchia, O. Fatica

Attilio Bertolucci

Ph. Dino Ignani

Interno notte

Sto al buio ma c’è
luce nell’altra stanza
in cui ti muovi e crei
ombre sul muro beffardi
conigli giganti
sparvieri.

Non mi è più dato raggiungerti
in paesi in cui luce
e moto sono possibili
dove un frigorifero viene
aperto e chiuso
con un tonfo vitale
che non mi appartiene più.

Tu continua a mimare
la commedia serale
nella maniera dell’estraniamento
io dalla buia platea
lascerò che tu spenga
uscendo dalla comune.
Allora accenderò plaudendo
e piangendo. O ridendo.

Le poesie (Garzanti, 2014)

Giulia Martini

Ph. Stefano Pradel

Frammento di Re Enzo

Allegro cuore, batti pienamente
di tutta beninanza, lei verrà.

Da questo spiffero alla porta, magra
ci passa che è un piacere aprile e maggio.

Su con la gioia dunque, batti, batti,
preparati a fare fistinanza.

Tresor (Interno Poesia Editore, 2024)

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Ilaria Boffa

 

(coro)
Senti la marea!

(loro)
Sin dal principio
la marea, la successione ricorsiva
del tormento e l’ardore.
La laguna allaga e prosciuga
rivelando formazioni involontarie.
Le onde e la loro furia
in novembre. Inquieti e vigili
anfibi tra due mondi
come bricole* a sostenersi l’un l’altra.
Nell’acqua e nel fango
l’attacco di microorganismi.
Legno contro legno.

(lei)
Lascia la fune
fissata al pontile
molla gli ormeggi, ti tengo.

(loro)
La città e questa solitudine
architettura trovata delle cose
niente ombre nella luce del nord.
Gli abitanti scompaiono e allora
le strutture risiedono spoglie.
Controparti astratte
possediamo l’estetica di materiali
orientati all’utilità.
Alcuni luoghi rivelano profili causali
estendono la semantica.
La progettazione di ripari seppure
intrinsecamente sociale
si piega alla rilevanza morale.
Abbiamo scelto la Bellezza?
I nostri sguardi a volte
appaiono così distratti e violenti
così bisognosi di riqualificazione.
I nostri sguardi, spettatori
della propria posizione.
Appoggiamo le membra
sui madieri* e copriamo la muratura
con argilla resistente all’acqua
e intonaco di calce, spillando le ossa.
Ogni cosa si muove, ogni cosa fa male.

bricole*
due grossi pali in legno di rovere o quercia, legati tra loro e conficcati nel fondale della laguna di Venezia per indicare lo spazio acqueo navigabile
madieri*
travi di legno orizzontali su cui poggiano le fondamenta degli edifici veneziani

*

(chorus)
Hear the tide!

(they)
From the beginning
the tide, the recursive succession
of torment and ardour.
The lagoon floods and dries out
involuntary formations emerge.
The waves and their fury
in November. Unrest and vigilant
amphibians between two worlds
as bricole* they sustain each other.
Into water and mud
attacked by microorganisms.
Wood leaning against wood.

(she)
Loosen the rope
secured to the wharf.
Unmoor, I hold you.

(they)
The city and this solitude
found architecture of things
no shades in the northern light.
Inhabitants disappear so
structures reside naked.
Abstract counterparts
we possess the aesthetic
of utility-bearing composites.
Some places reveal causal profiles
they extend the semantics.
Designing shelters
though intrinsically social
yields to moral relevance.
Did we choose Beauty?
Our gazes at times
look so disengaged and violent
in such need of repurposing.
Our gazes, observers
of their own standpoint.
We accommodate our limbs
on the madieri*, covering
the masonry with waterproof clay
and lime plaster, stapling bones.
Everything moves, everything aches.

Beginnings & Other Tragedies/Inizi e Altre Tragedie (Valley Press, UK, 2023)

Louis Aragon

Toutes les paroles du monde quand à la fois je te les aurai données
Toutes les forêts d’Amérique et toutes les moissons nocturnes du ciel
Quand je t’aurai donné ce qui brille et ce que l’œil ne peut pas voir
Tout le feu de la terre avec une coupe de larmes
La semence mâle des espèces diluviennes
Et la main d’un petit enfant
Quand je t’aurai donné le caléidoscope des douleurs
Le cœur en croix les membres roués
L’immense tapisserie des hommes martyrisés
Les écorchés vivants à l’étal suppliciaire
Le cimetière éventré des amours inconnues
Tout ce que charrient les eaux souterraines et les voies lactées
La grande étoile du plaisir dans l’infirme le plus misérable
Quand j’aurai peint pour toi ce vague paysage
Où les couples se font photographier dans les foires
Pleuré pour toi les vents chanté que mes cordes en cassent
La messe noire de l’Adoration perpétuelle
Maudit mon corps avec mon âme
Blasphémé l’avenir et banni le passé
Fait de tous les sanglots une boîte à musique
Que tu oublieras dans l’armoire
Quand il n’y aura plus de rossignols dans les arbres à force de les jeter à tes pieds
Quand il n’y aura plus assez de métaphores dans une tête folle pour t’en faire un presse-papiers
Quand tu seras lassée à mourir du culte monstrueux que je te voue
Que je n’aurai plus ni voix ni ventre ni visage et les pieds et les mains sans place pour les clous
Quand les verbes humains auront tous dans mes doigts brisé leur verre
Et que ma langue et mon encre seront sèches comme une station expérimentale pour les fusées interplanétaires
Et les mers n’auront plus laissé derrière elles que la blancheur aveuglante du sel
Si bien que le soleil ait soif et la lumière sur ce parquet de trémies oscille
Le schiste éteint le firmament amorphe et l’être à jamais épuisé de métamorphoses

*

Quando tutte insieme le parole del mondo ti avrò dato
Tutte le foreste d’America e tutte le messi notturne del cielo
Quando ti avrò dato ciò che brilla e ciò che l’occhio non può vedere
Tutto il fuoco della terra come una coppa di lacrime
Il seme maschile delle specie diluviane
E la mano di un bambino
Quando ti avrò dato il caleidoscopio dei dolori
Il cuore in croce le membra spezzate
L’arazzo immenso delle genti torturate
Gli scorticati vivi sul palco del supplizio
Il cimitero sventrato degli amori sconosciuti
Tutto ciò che trasportano le acque sotterranee e le vie lattee
La grande stella del piacere nell’infermo più miserabile
Quando ti avrò dipinto questo vago paesaggio
In cui le coppie si fanno fotografare alle fiere
Pianto i venti per te cantano fino a spezzarmi le corde
La messa nera dell’Adorazione perpetua
Maledetto il mio corpo e maledetta la mia anima
Bestemmiato l’avvenire e bandito il passato
Fatto di tutti i singhiozzi un carillon
Che dimenticherai nell’armadio
Quando non vi saranno più usignoli negli alberi a furia di lanciarli ai tuoi piedi
Quando non vi saranno più metafore in una mente folle per fartene un fermacarte
Quando sarai sfinita dal culto mostruoso che ti tributo
Quando non avrò più voce né ventre né volto e piedi e mani non avran più spazio per i chiodi
Quando tutti i verbi umani avranno infranto nelle mie dita il loro vetro
E la mia lingua e il mio inchiostro saranno inariditi come una stazione sperimentale per razzi interplanetari
E i mari non si saranno lasciati dietro che il candore accecante del sale
Così che il sole abbia sete e la luce oscilli su quel pavimento di cristallo
Lo scisto spento il firmamento amorfo e l’essere per sempre spossato dalle mutazioni

Io inventerò per te la rosa

Poesie d’amore (Crocetti Editore, 1984), trad. it. F. Bruno

Christopher Whyte

‘Nach bochd nach eil thu sgrìobhadh anns a’ Bheurla!
An uairsin, bhitheadh d’ oidhirpean a’ cosnadh
cliù is aithneachaidh, ’s do leabhraichean
a’ gabhail ’n àite air an sgeilp ri taobh

Dickens, Thackeray is Tennyson.
B’ urrainn dhut brosnachadh is sùgh a tharraing
à dualchas aig nach eil seis anns an t-saoghal
leis cho beartmhor, iol-chruthach ’s a tha e.”

Ach nuair a thòisich mi a’ sgrìobhadh, rinn mi
mar nuair a roghnaich mi a’ chèil’ a th’ agam,
cha b’ ann airson a beairteis no a h-inbhe
ach a chionn ’s gu robh i taitneadh rium

is mise rithe, chionn ’s gum b’ urrainn dhomh
a sàsachadh ’s a dèanamh torrach, chionn
’s nach robh mi ’g iarraidh tachairt ris a’ bhàs
le làimh eile ’nam làimh seach a làmh fhèin.

 

*

 

‘Che peccato che non scrivi in inglese!
Se lo facessi, le tue opere riceverebbero
fama e riconoscimento, e i tuoi libri
prenderebbero posto sugli scaffali

con quelli di Dickens, Thackeray e Tennyson.
Potresti attingere linfa e sostentamento
da una tradizione che non ha pari in tutto il mondo,
essendo così ricca e multiforme.’

Però quando iniziai a scrivere, feci
come quando scelsi la mia compagna,
non per la sua ricchezza o il suo prestigio
ma perché mi piaceva, com’anch’io

a lei, perché ero capace di appagarla
e di renderla gravida, e perchè
non volevo affrontare la morte
con altra mano nella mia che la sua.

Inedito