Agnese Fabbri

Ph. Daniele Ferroni

Le cose imprecise

A me il mondo piace dove non è
preciso. Le rose io le amo ma
preferisco quasi sempre le ortiche.
Sul treno, specie in collina, se scorgo
buchi nelle staccionate, scendo.
Ci sono a volte i vetri rotti e sbircio
nelle case. Mi ritrovo a vagare
tra panni stesi e i vuoti enormi
delle sedie. Mi convincono
che abbracciandoli, noi, come quei luoghi,
possiamo dire che la luce, così
stretta, ci ha trovato un posto nuovo.

Le cose imprecise (Pulcino Elefante, Pulcino Lumaca, 2023)

Oscar Vladislas de Lubicz Milosz


La straniera

Non sai nulla del tuo passato. L’hai sognato
– Sì, certamente, l’hai sognato.
Vedo il tuo volto alla luce grigia della pioggia.
Novembre seppellisce il paesaggio e la mia vita.
Non so nulla, nulla voglio sapere del tuo passato.

I tuoi occhi mi parlano di brumose città lontane
Che mai vedrò
E mai dalla tua voce sentirò pronunciarne il nome.
Novembre è su tutta la mia anima, novembre è su tutta la pianura.
Ti vedo come una sconosciuta attraverso il Tempo che fu.

Sono cose morte ormai da anni,
– Irrimediabilmente morte –
Musiche soffocate, vizze lussurie.
Novembre, ne sono certo, è dietro la porta.
Nel tuo cuore vedo vivere quel che il tuo cuore dimentica.

La tua anima è lontana, lontanissima da qui. La tua anima straniera
È una notte di bruma,
Di bruma e pioggia sporca sui faubourg
Dove la vita ha il colore freddo della terra,
Dove uomini moriranno senza aver conosciuto l’amore.

Un tempo mi hai già incontrato, lo ricordi?
Sì, un tempo tristemente lontano,
Nel paese dei libri antichi e delle antiche musiche,
Nell’azzurro crepuscolo di una casa tranquilla
Dalle finestre letargiche.

Il fantasma delle parole che non ricordi
O che non hai pronunciato,
Dona uno strano senso alla tua presenza lontana.
Decifro nel libro del tuo silenzio
La tua storia morta per sempre, perfino per te.

La mia pallida ragione è un’illusione di chiarezza,
Un giorno di sole antico
Sulla strada dove la tua gioia incontrò il tuo dolore.
Tutto ciò forse non è mai stato
Ma se te lo rivelassi, moriresti di paura.

È triste come un giorno d’inverno in periferia
Dove incede la morte cittadina,
Come la malattia e il lutto in un lungo equivoco,
Come un rumore di passi in una casa sconosciuta
Come le parole «il tempo che fu» quando l’ombra è sul mare.

Non voglio saper nulla del tuo passato. Vedo
Spegnersi il giorno,
L’ultimo giorno sul tuo volto e sulle tue mani.
Lasciami il piacere d’ignorare le strade
Per le quali il caso ha saputo guidarti fino a me.

Ritrovo nei tuoi occhi la realtà dei sogni,
Sogni sognati ai vecchi tempi
E visioni sbocciate al sole della vita.
Nella penombra avvelenata dalla pioggia
Tutta un’eternità volge al termine.

Riconosco in te esseri misteriosi,
Viaggiatori dalle mete segrete
Incontrati un tempo nella bruma delle stazioni
Dove tutti i rumori hanno la cadenza degli addii.
A volte hai persino l’aria di una fiera

Con le sue luci in lacrime e i suoi fetori
Di muffa e vizio,
Con la sua miseria e la gioia malata delle sue musiche.
Ricordi di nostalgiche case da gioco
Si mescolano al caos del mio nervosismo.

Se me ne andassi, se chiudessi la porta, che faresti?
Sarebbe forse
Come se i tuoi occhi non m’avessero mai visto.
Il rumore dei miei passi morrebbe senza eco sulla strada
E solo notte io vedrei alle tue finestre.

È come se tu dovessi lasciarmi oggi
Subito e per sempre
Senza farmi sapere da dove vieni, dove vai.
Piove sui grandi giardini spogli, la tua anima ha freddo,
Novembre seppellisce il paesaggio e la mia vita.

Sinfonia di Novembre e altre poesie (Adelphi, 2008), trad. it. M. Rizzante

L’Étrangère

Tu ne sais rien de ton passé. Tu l’as rêvé,
– Oui, sûrement tu l’as rêvé.
Je vois ton visage dans la lumière grise de la pluie.
Novembre ensevelit le paysage et ma vie.
Je ne sais rien, je ne veux rien savoir de ton passé.

Tes yeux me parlent de brumeuses villes lointaines
Que ye ne verrai jamais
Et dont jamais je n’entendrai le nom dans ta voix.
Novembre est sur toute mon âme, novembre est sur toute la plaine.
Je te vois inconnue à travers Autrefois.

Ce sont des choses depuis longtemps mortes,
– Mortes irrémédiablement –
Des musiques étouffées, des luxures flétries.
Je suis sûr que novembre est derrière la porte.
Je vois vire en ton cœur ce que ton cœur oublie.

Ton âme est loin, bien loin d’ici. Ton âme étrangère
Est une nuit de brume,
De brume et de bruine sale sur des faubourgs
Où la vie a la couleur froide de la terre,
Où des hommes mourront, sans avoir connu l’amour.

Tu m’as déjà rencontré jadis, t’en souvient-il,
Oui, jadis, tristement jadis,
Au pays des vieux livres et des vieilles musiques,
Dans íe crépuscule bleu d’une maison tranquille
Aux fenêtres léthargiques.

Le fantôme des paroles dont tu ne te souviens pas
Ou que tu ne prononças pas,
Donne un seni si bizarre à ta lointaine présence.
Je déchiffre dans le livre de ton silence
Ton histoire morte à jamais, même pour toi.

Ma raison plâe est une illusion de clarté,
Un jour de soleil ancien
Sur la route où ta joie rencontra ta douleur.
Tout cela n’a peut-être jamais été
Mais si je te le disais, tu mourrais de peur.

C’est triste comme un jour d’hiver sur les banlieues
Où chemine la mort de la ville.
Comme la maladie et le deuil dans un mauvais lieu,
Comme un bruit de pas dans une maison étrangère
Comme le mot jadis quand l’ombre est sur la mer.

Je ne veux rien savoir de ton passé. Je vois
S’éteindre le jour,
Le dernier jour sur ton visage et sur tes mains.
Laisse-moi la douceur d’ignorer les chemins
Où le hasard a su te guider jusqu’à moi.

Je retrouve en tes yeux des réalités de rêves,
De rêves rêvés dans le vieux temps
Et des visions écloses au soleil de la vie.
Dans le demi-jour empoisonné de la pluie
On dirait que toute une éternité s’achève.

Je reconnais en toi des êtres mystérieux,
Des voyageurs au but secret
Rencontrés autrefois dans la brume des gares
Où tous les bruits ont des inflexions d’adieux.
Parfois aussi tu m’es une atmosphère de foire

Avec ses lumières en pleurs et ses relents
De moisissure et de vice,
Avec sa misère et lajoie malade de ses musiques.
Des souvenirs de maisons de jeu nostalgiques
Se mêlent au chaos de mon énervement.

Si je sortais, si je fermais la porte, que ferais-tu?
Ce serait peut-être
Comme si tes yeux ne m’avaient jamais connu.
Le bruit de mes pas mourrait sans écho dans la rue
Et je ne verrais que la nuit à tes fenêtres.

C’est comme si tu devais me quitter aujourd’hui
Tout de suite et pour toujours
Sans songer à me dire d’où tu viens, où tu vas.
Il pleut sur les grands jardins nus, tonâme a froid,
Novembre ensevelit le paysage et ma vie.

Alessandro Franci


Sono in attesa che finisca tutto
che i nomi siano scordati nel lutto dei loro addii.
L’oggi ha il suo vagito
nell’alba d’aria pura
con l’indaco sui tetti
tra scheletri di antenne
e sembrano scordati nel tumulto di amnesie
le insonnie sfinite le parole dette
sopra la città stupita ancora crettata di fari.

Debutto nell’oblio (Interno Libri Edizioni, 2024)

Scopri il libro

Bei Dao


Linguaggi

Molti linguaggi
volano su questo mondo
si scontrano, generano scintille
a volte è odio
a volte è amore

il palazzo della ragione
precipita nel silenzio
pensieri leggeri come strisce di bambù
intrecciano cesti
colmi di ciechi funghi velenosi

animali in movimento dipinti sulla roccia
corrono calpestando fiori
un dente di leone cresce
nel segreto di un angolo
il vento ha portato via i suoi semi

molti linguaggi
volano nel mondo
ma la nascita di una lingua
non può accrescere né diminuire
il muto dolore dell’umanità

 

La rosa del tempo. Poesie scelte 1972-2008 (Elliot, 2018), a cura di R. Lombardi

Franco Fortini


La partenza

Ti riconosco, antico morso, ritornerai
tante volte e poi l’ultima.

Ho raccolto il mio fascio di fogli,
preparata la cartella con gli appunti,
ricordato chi non sono, chi sono,
lo schema del lavoro che non farò.
Ho salutato mia moglie che ora respira
nel sonno sempre la vita passata,
il dolore che appena le ho assopito
con imperfetta, di sé pietosa, atterrita tenerezza.
Ho scritto alcune lettere ad amici
che non mi perdonano e che non perdono.
E ora sul punto di dormire
un dolore terribile mi morde
come mille anni fa quando ero bambino
e lo chiamavo Iddio, e Iddio è questo
ago del mondo in me.

Fra poco, quando dai cortili l’aria
fuma ancora di notte e sulla città
la brezza capovolge i platani, scenderò per la via
verso la stazione dove escono gli operai.
Contro il loro fiume triste, di petti vivo,
attraverso la mobile speranza
che si ignora e resiste,
andrò verso il mio treno.

Tutte le poesie (Mondadori, 2021)

Clery Celeste


Nelle sere di disagio
ti sento che hai nel fiato
quell’odore di bestia
che bracca la volpe.
L’acchiappi da dietro, un volo secco
da cane che sa
che la stagione delle piogge
si allontana, che deve fare scorta
perché l’amore fa troppo male
ci rende deboli
portatori di semi.

Salvare il necessario (Pietre Vive, 2023)

Heinz Kahlau


Se non ci sei

Se non ci sei,
ho sempre
quel che hai detto
e ho il tuo volto.

Delle tue parole
conservo più a lungo
quelle sommesse.
Quasi soltanto il loro suono,
il loro carezzare.
Poi ci sono quelle
che fanno male,
– difficili da dimenticare.

Dei colloqui rimarrà
solo quanto era nuovo per noi.
Dove i pensieri si incontravano.
Lì il tono della tua voce è
poco femminino,
molto umano.

Non si può dimenticare il tuo volto.
A volte è la vicinanza a farci dimenticare
la bellezza.

Rivista Poesia n. 326 (Maggio 2017), trad. Gio Batta Bucciol

Franco Arminio


Per Rocco Scotellaro

Gramsci e il fischio del muratore,
Gobetti e la creta dove la rondine
pescava gli insetti,
Rosselli, Pisacane e i dirupi
dove il circo delle capre
si esibiva assieme ai suoi pastori.
Carlo Levi e Manlio Rossi Doria
nel pagliaio dell’umanesimo
che presto prese fuoco,
bruciato dal progresso
che seccò le radici greche
e mise una conca di plastica
dove era piantato il mito.
Ora non c’è niente nei fossi
dove seppellivano la neve,
forse un pipistrello graffia
la sua solitudine
dove De Martino e Scotellaro
temevano che la modernità
diventasse l’imperatrice
che svuota i vicoli,
che tira fuori l’asina dalla cantina.
Subito dopo la sua morte
i braccianti del Sud volarono via
dalle ossa di Rocco e diventarono operai.
Ora nell’aria c’è una sorpresa
per chi la sa vedere:
quel mondo abbandonato
è tornato necessario
a se stesso e agli altri.
Ora c’è bisogno di contadini
più che di commercianti,
non serve chi mette in giro il troppo,
ma chi sa usare il poco, il raro.
Ora più che mai sono freschissime
le parole di Rocco Scotellaro.

Canti della gratitudine (Bompiani, 2024)

Fernando Pessoa


L’amore è una compagnia.
Non so più andare solo per le strade,
perché non posso più andar solo.
Un pensiero visibile mi fa camminare più svelto
e veder meno, e nello stesso tempo mi dà piacere di camminare e vedere tutto.

Anche la sua assenza è una cosa che sta con me.
E l’amo tanto che non so come desiderarla.
Se non la vedo, la immagino e sono forte come gli alberi alti.
Ma se la vedo tremo, non so che ne è di ciò che sento nella sua assenza.

In tutto me stesso ogni forza mi abbandona.
Tutta la realtà mi guarda come un girasole con il suo viso nel mezzo.

*

O amor é uma companhia.
Já não sei andar só pelos caminhos,
Porque já não posso andar só.
Um pensamento visível faz-me andar mais de pressa
E ver menos, e ao mesmo tempo gostar bem de ir vendo tudo.
Mesmo a ausência dela é uma coisa que está comigo.
E eu gosto tanto dela que não sei como a desejar.

Se a não vejo, imagino-a e sou forte como as árvores altas.
Mas se a vejo tremo, não sei o que é feito do que sinto na ausência dela.
Todo eu sou qualquer força que me abandona.
Toda a realidade olha para mim como um girassol com a cara dela no meio.

Poemi di Alberto Caeiro (La Vita Felice, 1999), trad. it. P. Raule

Sandro Penna


Mio padre è morto.
Non era vecchio ma già
s’incamminava.
Era il mio vecchio
amico sì, da quando
io giovinetto,
scoprivo in lui un compagno
la sera, il lavoro finito.

Adesso, all’ombra bassa
fra gli alberi, sotto le stelle
sento la vita farsi
più lenta e malinconica.
Eppure è qui la stessa
delle mie sere accese.
È la stessa che corre
e torna in bei fanciulli.

Poesie (Mondadori, 2019)