Francesca Serragnoli

Ph. Daniele Ferroni

Camera 9

Si sono accorti della mia disperazione
loro lo sguardo
cioè niente

lo sguardo di ognuno
che non sa chi è l’altro

quella bifora gelata

quel portone fermato
dal legnetto delle tue mani

l’arcata viva della tua schiena
i fiori di plastica
davanti a Sant’Antonio

loro che non sanno chi è l’altro
che accendono una candela
sfregandosi i capelli

loro l’ospedale dei guardati
gli intubati di Dio

in quel viso sgangherato
legato a una cordicella
qualcuno getta
un pugno di semi
e li chiama con un fischio.

Non è mai notte non è mai giorno (Interno Poesia Editore, 2023)

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Marina Dora Martino

Ph. Pietro Vettore

dopo il crollo della casa
ti ho alzato il vestito
ho visto l’aurora

che le tue gonnelle di spine
mi siano d’ispirazione

spina punta dal dito
mai in pace col piacere
mai un letto dove riporre
cappio e ombra

nei rovi la mia unica chiesa
ho lasciato tutti gli averi
che i tuoi chiodi mi facciano sposa

sotto la bocca sporca
l’abside di albaspina
sotto, la rovina

Inedito

Ezra Pound


The Song

Love thou thy dream
All base love scorning,
Love thou the wind
And here take warning
That dreams alone can truly be,
For ’tis in dream I come to thee.

 

*

 

Canzone

Ama il tuo sogno
ogni inferiore amore disprezzando,
ama il vento
ed accorgiti qui
che solo i sogni possono esistere veramente,
perciò in sogno a raggiungerti m’avvio.

 

Iconografia italiana di Ezra Pound (All’Insegna del Pesce d’Oro, 1955)

Innokentij Fëdorovič Annenskij


Io sono al fondo, sono un triste frantume,
sopra di me l’acqua verdeggia.
Ma non vi sono strade per uscire
dalle pesanti tenebre di vetro.

Rammento il cielo, i zigzag del volo,
il bianco marmo con la sua vasca,
rammento il fumo degli zampilli,
tempestato di azzurro fuoco…

Se debbo credere ai bisbigli di delirio
che angosciano la mia detestabile quiete,
lassú per me si strugge Andromeda
dal bianco braccio mutilato.

Poesia russa del Novecento (Guanda, 1954), trad. it. A. M. Ripellino

Carlo Crosato

Al di qua del graffio che
definisce e distingue i nostri corpi
ho allargato le braccia il più possibile
perché mi sorprendessi
non in atteggiamento di resa
ma del tutto disarmato
inerme e indifeso
come è chi sa di non doversi difendere
come chi vuole avvolgerti in un abbraccio
senza con questo catturarti
e ti stringa consapevole del rischio
dell’esplosione delle tue reazioni acuminate.
Privo di difesa perché tu possa
colpire senza temere vendetta
perché tu possa far vibrare l’aria
con grida da mito antico
senza subire l’eco riflessa
dalla mia scarsa estensione corporea.

Strategie di salvezza (Interno Libri Edizioni, 2023)

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Guido Cupani

Introduzione al pollaio

Le vostre ali ricordano
di quando sapevano volare?

Hai sbagliato domanda.
Io comincio da questa penna
e finisco in quest’altra.
Le mie compagne mica le conosco.

Dalle nostre parti è forte
l’urgenza a comunicare.

E sia, non posso escludere
che l’universo abbia forma d’uovo
e proprio al centro
una promessa di tuorlo
perfettamente tonda

Una risposta degna
di chi tiene il becco fisso
lasciando che il corpo si muova attorno

Credete che non abbiamo anche noi
un nostro Einstein
un nostro Spinoza?
Li conoscereste se sapeste
leggere lo zampettio nel guano

Vuol dire che abbiamo cercato
forme di vita intelligente
nel luogo sbagliato?

La mia crestina sfiora
il tetto di lamiera
Non conosco altro vertice
della creazione e non so come
come
come

co co co
guarda un po’ che cos’ho trovato qui

Inedito

Arundhathi Subramaniam


La Verna

It was a day riddled with signs
for each of us –

Italian agnostic,
American Unitarian Buddhist,
Hindu seeker.

We went because our friend –
gay, Catholic, Tuscan –
recommended it. ‘Jesus is God
and God is One,’ he said,
‘and that should leave out San Francesco,
but I love him still,
and I love him even more
when I go to La Verna.’

And so, we went
one afternoon in March,

plunged into a delirium
of boulder, rain and spinning
sky, suspended between the Tiber
and the Arno, between wild geology
and keeling light, where the wind
is falcon flight and gravity aerial,

where the sombre white owl
has seen it all –
rock melting into forest,
wolf into lamb,
sky into mineral,
gnarled root into cosmos,

where faith is a gaunt wooden crucifix
against an ache of valley,
and prayer
the cry of kestrels entangled
in ancient beechwood
and the spillage of light
through wind-shirred cloud.

And there was the bright-eyed Russian
we met outside the chapel
of St Mary of the Angels
who told me her spiritual guide
was Indian

and we grew silent
to find we carried in our bags
the picture of the same fakir
with quizzical gaze and dirty robe.

It felt like there was something that day
for each of us.

It could have been
the gasp of precipice scarred
by ravine.

It could have been
that gentle saint of the valley scarred
by love.

We never knew
and were none the wiser afterwards

about whether there was one
or many

or none at all.

But high above the valley of Casentino
there was a day in March –
we’d agree,
the three of us –

that couldn’t be tamed
by arithmetic.

Love without a Story (Bloodaxe 2020)

*

La Verna

Fu un giorno costellato di segni
per ognuno di noi –

Un italiano agnostico,
un’americana buddista unitaria,
una seeker induista.

Ci andammo perché il nostro amico –
gay, cattolico, toscano –
ce lo aveva consigliato. «Gesù è Dio
e Dio è Uno», aveva detto,
«e questo dovrebbe escludere San Francesco,
ma io lo amo comunque,
e lo amo ancora di più
quando vado alla Verna».

E così ci andammo
un pomeriggio di marzo,

immersi in un delirio
di massi, pioggia e mulinelli
di cielo, sospesi tra il Tevere
e l’Arno, tra geologia selvaggia
e luce fioca, dove il vento
è volo di falco e aerea gravità,

dove il cupo gufo bianco
ha visto tutto –
la roccia che si disfa in foresta,
il lupo in agnello,
il cielo in minerale,
la radice nodosa nel cosmo,

dove la fede è uno scarno crocifisso di legno
contro un dolore di valle,
e la preghiera
il grido dei gheppi impigliati
tra gli antichi faggi
e la luce che spilla
tra le nubi straziate dal vento.

E ci fu la russa dagli occhi brillanti
che incontrammo davanti alla cappella
di Santa Maria degli Angeli
che mi disse che la sua guida spirituale
era indiana

e rimanemmo in silenzio
per scoprire che portavamo in borsa
l’immagine dello stesso fachiro
con lo sguardo perplesso e la veste sporca.

Era come se quel giorno ci fosse qualcosa
per ognuno di noi.

Sia stato
il sussulto del precipizio sfregiato
dalle forre.

Sia stato
quel santo gentile della valle sfregiata
dall’amore.

Non lo sapemmo mai
e non ne avemmo miglior contezza in seguito

se ce ne fosse stato uno
o molti

oppure nessuno.

Ma lassù, sopra la valle del Casentino
ci fu un giorno di marzo –
e saremmo stati d’accordo,
tutti e tre –

impossibile da addomesticare
con l’aritmetica.

Inedito tradotto da Andrea Sirotti

Giovanna Cristina Vivinetto

Autoscatto

I papiri curvano la luce del pomeriggio,
fanno come un muro all’orizzonte.
Un albero pare buchi l’acqua
salendo dalle profondità sommerse.
A lato una rana è colta nell’atto
di saltare in uno spazio ignoto – più in là
una biscia si confonde nel giuncheto.

Non si vedono ma riempiono l’aria
le cicale, i grilli – questa generazione
invisibile spuntata dalla corteccia.
Poco a destra, un lembo di terra nera
trasuda ancora un fumo vegetale.
E poi riflessi moltiplicati, nuvole cresciute
dentro l’acqua – un silenzio sparpagliato
sull’erba come dopo una fuga.

Eppure la fotografia non rende
giustizia. Nulla dice di me in quel momento
sprofondata nello stagno, smarrita
dentro la prospettiva – per essere
andata in cerca di una me scivolata
nel fondale – una me attonita, conchiglia.

Io già anfibia, frammista
alle rocce, ai verdognoli girini,
alla sera minerale addensata sulla nuca.
Io così incastrata nel paesaggio
da apparire indistinguibile – annidata
nel respiro delle creature marine,
nel gesto di una gioia incompiuta

– io afferrata dalle caviglie, io di nuovo umana
quel giorno a me stessa
a me solo sopravvissuta.

Inedito