Nanni Balestrini


Cuore

artificiale
operazione a
aperto
nobile generoso delicato
tenero puro
l’intimo il profondo l’abissso del
i moti la voce i palpiti del
amico donna del
abbondanza del
persona di buon
di buon
di
di tutto
con tutto il
col
in mano in
suo contro
avere un
di tigre
di ferro di pietra
di ghiaccio col pelo
sulle labbra
nello zucchero
libero
avere qualcuno una spina nel
avere a
qualcuno avere in
di fare qualcosa
dare donare il
rubare prendere il
a qualcuno dar nel essere nel
a qualcuno stare a
a qualcuno
sentire stringersi allargare il
sentirsi piangere ridere il
sentire un tuffo al
ridere di
struggersi il
mangiarsi rodersi il
mettersi il
in pace
mettersi porsi in
qualcuno
mettersi una mano sul
prendersi a
toccare il
arrivare al
leggere nel
aprire il proprio
spezzare trafiggere
strappare schiantare il
di poco
perdersi di
farsi
pigliar
non gli regge non gli basta il
l’atleta la squadra ha gareggiato col
un
semplice un nobile
di leone di coniglio
solitario
affari pene di
si strinse il figlio al
sopra l’altare c’è un
d’argento nel
città della notte
dell’estate del legno di lattuga
della foresta della pera
di mare di maria
occhio non vede
non duole
malattie del
muscolo del
cavità del
contrazione dilatazione del
esame del
trapianto del
finché il mio
batterà
asse di
del problema del dibattito
accettare acconsentire di buon
ascolta il tuo
mi batte il
in festa
viene dal
va dritto al
il segreto del suo
mi manca il
dal fondo del
parla al
parlare a
aperto
aprire il proprio
a pezzi
in alti i
ci andò di buon
dal fondo del suo
nel segreto del suo
mio!

Sfinimondo (Bibliopolis, 2003)

Iuri lombardi


Un lumino perpetuo sigilla
il silenzio del colombario a notte,
piange fumo sulla sagoma in foto.
Sulla tavola albeggia di luce spenta
un diospero scippato al ramo;
sulla via come per incanto i primi
lampi intimiditi blaterano di lampadine
– il tempo ti seduce una sola volta:
non mi sento che un anonimo passante.

Dizionario delle notti (Arcipelago Itaca, 2020)

Raymond Antrobus


Happy Birthday Moon

Dad reads aloud. I follow his finger across the page.
Sometimes his finger moves past words, tracing white space.
He makes the Moon say something new every night
to his deaf son who slurs his speech.

Sometimes his finger moves past words, tracing white space.
Tonight he gives the Moon my name, but I can’t say it,
his deaf son who slurs his speech.
Dad taps the page, says, try again.

Tonight he gives the Moon my name, but I can’t say it.
I say Rain-nan Akabok. He laughs .
Dad taps the page, says, try again,
but I like making him laugh. I say my mistake again.

I say Rain-nan Akabok. He laughs,
says, Raymond you’re something else.
I like making him laugh. I say my mistake again.
Rain-nan Akabok. What else will help us?

He says, Raymond you’re something else.
I’d like to be the Moon, the bear, even the rain.
Rain-nan Akabok, what else will help us
hear each other, really hear each other?

I’d like to be the Moon, the bear, even the rain.
Dad makes the Moon say something new every night
and we hear each other, really hear each other.
As Dad reads aloud, I follow his finger across the page.

 

*

 

Buon compleanno Luna

Papà legge ad alta voce. Io seguo il suo dito sulla pagina.
A volte il dito si muove oltre le parole, segna lo spazio bianco.
Ogni sera lui fa dire alla Luna qualcosa di diverso
al figlio sordo che biascica le parole.

A volte il dito si muove oltre le parole, segna lo spazio bianco.
Stasera lui dà alla Luna il mio nome, ma io non lo so dire,
il figlio sordo che biascica le parole.
Papà tocca la pagina, dice, riprova.

Stasera lui dà alla Luna il mio nome, ma io non lo so dire.
Dico Rain-nan Akabok. Lui ride.
Papà tocca la pagina, dice, riprova,
ma a me piace farlo ridere. Ripeto il mio errore.

Dico Rain-nan Akabok. Lui ride,
dice, Raymond tu sei qualcos’altro.
A me piace farlo ridere. Ripeto il mio errore.
Rain-nan Akabok. Cos’altro ci aiuterà?

Lui dice, Raymond tu sei qualcos’altro.
Io vorrei essere la Luna, l’orso, perfino la pioggia.
Rain-nan Akabok, cos’altro ci aiuterà
a sentirci l’un l’altro, davvero sentirci l’un l’altro?

Io vorrei essere la Luna, l’orso, perfino la pioggia.
Papà fa dire alla Luna qualcosa di diverso ogni sera
e ci sentiamo l’un l’altro, ci sentiamo davvero l’un l’altro.
Mentre Papà legge ad alta voce, io seguo il suo dito sulla pagina.

 

Da :
Raymond Antrobus, The Perseverance, cura e traduzione di Giorgia Sensi, prefazione di Kate Clanchy, postfazione di Anna Maria Farabbi. LietoColle Editore, 2020

Barbara Korun


Il cervo

mi sveglio con la calda lingua di un cervo tra le gambe.
attraverso la porta aperta penetra la piana luce della sera.
il cervo mi punzecchia lievemente i seni leccandoli. lascio
che con la ruvida lingua mi lambisca il sesso,
il petto e il viso, m’inebria il suo profumo,
profumo di terra, di muschio, di fradicio e di paura.
odore d’istinto.
poi mi si sdraia accanto, accanto al mio ventre, da poter
accarezzare i suoi peli setolosi, ha la testa vigile sollevata
e lo sguardo fisso lateralmente, nel bosco.

nell’oscurità risalta il suo nudo pene rosso.
quando il tempo si addensa e tendo il braccio nel buio, sfioro
un corpo maschile. la mia smania d’amore è cocente.
mi ama con naturalezza e da vicino.
nelle mani ha i venti del nord e del sud.
attraverso il suo corpo scorrono i fiumi e si muovono gli oceani.
la bocca è calda e piena come la pioggia estiva,
la stanza è colma di voci terrestri ed extraterrestri.
a volte qualche raggio smarrito della luna gli scopre il volto.
non mi guarda negli occhi come se volesse difendermi da se stesso.

talvolta mi ama con trasporto da non farmi sentire più la gravità.
talvolta la voluttà sgorga dal suo ombelico come una piccola
sorgente limpida, talvolta dal suo interno vomita la lava,
ma non mi ferisce mai.
sempre con immensa attenzione mi posa con il ventre sulla terra,
e quando mi morde il collo e fiuto il suo caldo alito, lo so
che verrò inevitabilmente risparmiata.

ai primi albori nei suoi capelli tasto due cornetti
le setole dalla testa si allargano sulla schiena, fino al coccige.
sul ventre gli spunta la soffice erba animale.
all’alba mi scruta una testa di cervo con occhi ormai appena umani,
con occhi di là del confine.
le sempre più coriacee mani mi accarezzano assenti.
gli cresce una corona.

nel capanno si fa strada la fragranza del mattino e il cervo si alza.
quando esco davanti alla porta, mi guarda in maniera
da spaccarmi in due pezzi sull’istante e bruciarmi.
e mentre ascolto frusciare l’eco dei suoi veloci passi animaleschi,
sento che dalle mie due riarse metà crescono fiori
selvatici.

 

 

Voglio parlare di te notte. Monologhi, a cura di Jolka Millič (Multimedia Edizioni, 2013)

Marilena Renda


Non avevo mai visto una casa,
quindi la trovai spaventosa.
Venivamo da una tana,
conoscevo solo tane.
Mia madre non aveva più lo sguardo del terremoto,
la gonna sgualcita e lo sguardo verso il basso
di quelli che provano a fare ordine nel terrore.
Le madri sono buone, buone come la terra
e la terra è buona anche quando non lo è affatto.
Il loro regno è potente e silenzioso
e nel sangue hanno la quiete della morte.

Fate morgane (L’arcolaio, 2020)

Luca Alvino


74. A sconto del silenzio

Io scrivo versi, ma non so parlare,
rimango zitto anche per giorni interi,
non amo del dialogo i sentieri,
con la voce non so comunicare.

Però scrivendo posso argomentare,
nella scrittura sono più leggeri
i miei ragionamenti e i miei pensieri,
e coi lettori riesco a conversare.

Le mie parole sono più sincere
se sono scritte, e se non son parlate,
sono inebrianti e dense come assenzio.

Chiedo perdono per il mio tacere,
vi prego, amici, non me ne vogliate.
Io scrivo versi a sconto del silenzio.

Cento sonetti indie (Interno Poesia Editore, 2021), prefazione di Paolo Di Paolo

Acquista ora

Daniela Pericone


Mio corpo
immerso nei segni
di mutamento, vólto
che strema la sua cera,
spargi la quiete
che fu ardore, asseconda
lo slancio e la caduta,
la mira è caparbia
tra una linea e un sussulto
a distrarre le correnti
e i precipizi acerbi
– pretesto di chi s’incorda
alla fatuità della lotta e finge
l’audacia di tirare la coda
al tempo.

La dimora insonne (Moretti & Vitali, 2020)

Jaroslav Seifert

Ho veduto solo una volta
un sole così insanguinato.
E poi mai più.
Scendeva funesto sull’orizzonte
e sembrava
che qualcuno avesse sfondato la porta dell’inferno.
Ho domandato alla spècola
e ora so il perché.

L’inferno lo conosciamo, è dappertutto
e cammina su due gambe.
Ma il paradiso?
Può darsi che il paradiso non sia null’altro
che un sorriso
atteso per lungo tempo,
e labbra
che bisbigliano il nostro nome.
E poi quel breve vertiginoso momento
quando ci è concesso di dimenticare velocemente
quell’inferno.

 

Vestita di luce (Einaudi, 1986), trad. it. S. Corduas

Sugita Hisajo


花衣 ぬぐやまつはる 紐いろいろ
(Hanagoromo/ nugu ya matsuwaru/ himo iroiro)
Nuda, dopo lo hanami:
sparsi a terra il kimono
e un intrico di lacci

*

椅子移す音 手荒さよ 夜半の秋
(Isu utsusu oto/ tearasa yo/ yowa no aki)
Rumore di sedie spostate
e mani violente –
mezzanotte d’autunno

*

かくらんや まぶた凹みて 寝入る母
(Kakuran ya/ mabuta kubomite/ neiru haha)
Colera –
mia madre si assopisce,
le palpebre infossate

*

風に落つ 楊貴妃櫻 房のまま
(Kaze ni otsu/ yōkihizakura/ fusa no mama)
Nel vento cadono
a grappoli
fiori di Yang Guifei

*

蝶追ふて 春山深く 迷ひけり
(Chō ōte/ haruyamabukaku/ mayoikeri)
Seguendo una farfalla
mi sono smarrita –
primavera di sottobosco

 

Traduzione di Dafne Borracci

Carlo Betocchi


Io un’alba guardai il cielo e vidi
uno spazioso aere sulla terra perduta;
negletta cosa stava tra i suoi lidi,
tra gli spenti smeraldi oscura e muta.

Innumerevoli angioli neri vidi
volanti insieme ad una plaga sconosciuta
recando seco trasparenti e vivi
diamanti d’ombra eternamente muta.

Andava questo furioso stuolo
estenuandosi verso il fil d’occidente
e lo seguia un intenerito volo
di cerulee colombe alte e lente.

E apparvero, con le puntute ali
di bianco fuoco vivo drizzate e ardenti
gli angeli dalle vallate orientali,
le estreme piume rosee e languenti.

In un immenso lago alto e candido
nascean singolari fronde meravigliose,
le rovesce vallate un lume madido
di rugiade correa, fonde e muschiose.

E dentro i nostri cuori era come
dentro valli ripiene di nebbie e di sonno
un lento ascendere dello splendore
che poscia illuminò i monti del mondo.

Realtà vince il sogno (San Marco dei Giustiniani, 2003)