Luigi Trucillo


I figli dei profughi

Come se fosse mai,
tornato da un lavoro usurante
di un’altra epoca
priva di accoglienza
mio padre camminava avanti e indietro
per il corridoio di casa
simile a un topo in gabbia,
forse perché tutte le case sono gabbie
se diventiamo le cavie dei bisogni.
Uno, due, tre passi
dentro l’amigdala
per dimostrarmi che il tempo
ha pareti liquide
per chi si allena all’arte della fuga.
Lo sento ancora scricchiolare sull’assito:
in quale tempestosa mattonella
comprendeva chi era e dove andava
prima di cominciare ad affondare?
Quello che non capiamo
ricomincia sempre
come una ripetizione sconosciuta,
e I passi tornano
nel cavo delle orme
sfangate dalla pioggia.
L’ignoto iberna.
Perciò, guardiamo bene le facce
ammassate nelle stive.
Se le guardiamo cercando
nello strappo
non sono più “profughi” in frana,
ridiventano persone.

 

Altre amorose (Quodlibet, 2017 )

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