Antonio Porta


Telefoni dall’autostrada domenica mattina
per dirmi degli sprazzi di luce
la pioggia battente e passaggi rapidi
di nuvole cariche di blu poi ancora
sprazzi di luce e gli alberi s’infiammano
di nuovo scrosci di pioggia primoautunno
attraversano l’Italia Centrale
ma tu passi tra i bagliori dei temporali
e mi telefoni per dirlo: «non c’è
traffico, l’autostrada è quasi deserta,
sto arrivando non ci sono più ostacoli».
 

19.10.1986

 

Yellow (Mondadori, 2002)

 

Fabiano Alborghetti


Talvolta si alza e va allo stanzino
il passo malcerto a strisciar le ciabatte
le braccia allargate a far l’aeroplano
appoggiando la mano per reggersi al muro
perché vuol controllare
la fisarmonica:
se è sempre al suo posto
se è tutto a posto come lui lo ricorda
poi torna convinto ridacchiando un pochetto
poi ferma a metà con lo sguardo smarrito
non avendo capito che s’è alzato a fare
e resta così: grattandosi il capo e affondato nel nulla
le labbra socchiuse e quegli occhi vaganti:
ammainate bandiere che cercano un nome
un dito che punta
come a dir qualcosa che s’è appena scordato.
Non c’è neanche paura, cosa ha da temere?
È appena arrivato pur se qui da decenni
ma c’è qualcosa tra le pieghe dei gesti:
un corpo a corpo tra adesso e memoria
e nessun vincitore

nemmeno per te
che hai le parole in punta di lingua
e lo chiami per cena masticando il dolore
come ogni sera ripetendo la scena
e lui si siede e il gatto carezza
poi la certezza che dice a gran voce:
io da domani me ne torno ad Amelia.

 

Maiser (Marcos y Marcos, 2017)

Faraj Bayrakdar


Richiamo

Il tuo richiamo di colomba mi insegue la sera.
Inseguimi, allora.
E’ come il vino della poesia quando mi chiami
e io per causa tua
spingo i cavalli alle lacrime
piego le ali agli uccelli
sfioro il canto.
Il tuo richiamo è un’altalena
quando lo spazio si restringe
si restringe nell’assenza.
L’albero del cuore basta
se cade la nostra brezza
e noi cadiamo con lei?
E’ fatto del nostro sangue l’albero del cuore
o è solo illusione?
Una domanda che mi tormenta meteora dopo meteora
una rosa due rose
mi dormono sul braccio
e l’alba s’insinua azzurra
perché si bagni la rugiada
perché io la veda.
Per questa domanda gazzella
per quel che ci terrà imprigionati
nella rete della risposta
perché il cielo non si restringa.
Libererò uno stormo di giovani colombe
e aprirò le mie mura al loro domani.
Se mi annegheranno nel richiamo
annegherò
e se mi sveglieranno
lascerò aperta la finestra del sogno
e dormirò.

Sezione Palestina, 1987

 

Il luogo stretto (Nottetempo, 2016), a cura di Elena Chiti

Adonis


Oggi ho la mia lingua

Ho distrutto il mio regno
ho distrutto il mio trono, le mie piazze e i miei portici
e con la forza dei polmoni ho iniziato
a insegnare al mare le mie piogge, regalargli
il mio fuoco e le mie braci
a scrivere il tempo che verrà sulle mie labbra.

Oggi ho la mia lingua
ho le mie frontiere, la mia terra, il mio aspetto
ho popoli che mi nutrono con la loro incertezza
e si illuminano con le mie rovine e le mie ali.

 

I canti di Mihyar il Damasceno (Mondadori, 2017), trad. it. Fawzi Al Delmi

Francesca Serragnoli


Quando dai il cambio alle colline
al cielo esausto di febbraio, sconfitto
hai un chiaro delicato verde bottiglia
una dilagante profondità di fiume

quando vi date il cambio tu e il tramonto
a ritmi imprecisati
mi confondo e non so dove guardare

se dai il cambio al cielo
nel momento in cui si oscura
quando il blu mi lascia sola
l’infinito sceglie le tue mani

il vetro dell’eurostar trattiene
il prezioso peso di un’ombra
ferita da un riflesso
una divinità passeggera, tremante
che ha nei miei occhi
le sue candele.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Fabio Chiusi

Finché ho sperato, ho scritto: per innamorarmi
del ricordo, sostituirlo al corpo.
Quando ha ceduto, allora non ho potuto più scrivere
sarebbe stato come consegnarti a un’eternità
che giorno dopo giorno ti negava,
e consegnarti alla bugia e alla menzogna,
al male estremo, al non redento.
Ora sono capace di dimenticarti,
abbandonare le menzogne sul tuo male,
calamite attratte da opposti; tu nella purezza,
io sopraffatto dallo sforzo di impedire che la storia,
per qualche osceno motivo, ti ricordi
ti celebri, e cambi.

 

Era la guerra (Interno Poesia, 2017)

Carol Aymar Armstrong

Gifts & Bequests

on the occasion of
the welcoming of a new child

FOR
F. A. W.
and for all others newly
arrived

 

I give you
rain, the puddle-and-rainbow maker
the thirst –quencher
the mother of snow.

I give you
the sunset song of sky
echoed on the evening lake
the syncopated water-music
of the rock-tumbled brook,
the yearning downdrift of a modulation,
the dawn song of the first stirring bird,
the huge glad sound of father-laughter
and mother-singing.

I give you
the beguiling shapes of Jack-in-the-Pulpit
and Lady’s Slipper
and the secret places they grow,
the mottled cow’s slow grazing
and windrows of August hay.

I give you
the quick chipmunk, the slow turtle,
the preposterous presence of
puffin, pelican, and penguin,
delirious dolphin-play
and the songs and satisfactions
of great gray whales.

I give you
ships and steam shovels
cogs and wheels, ratchets and cams
levers and fulcrums
by which, given a place to stand,
you can move the world.
Archimedes said so.

I give you
things about which to be curious:
mirrors and magnets, cockroaches’ biological clocks,
the tunneling of the mind, the drift of continents,
the usages of words and
the creative imaginings of genius.

Of course, I give you
the still-mysterious moon
and showers of far stars,
fair nights of hushed winds
and hard nights split by lightning-storm.

And I wish you
the taste of another language on your tongue,
of sushi, pizza, and curry,
of a hundred ways to say “thank you”
and “I’m sorry”.

I also leave you
rocky hills to climb
and injustices to battle,
blues to sing
and wild catastrophes to bear,
disadvantages to overcome
and worthy things to attempt,
risks to take,
anger to tame and
prejudice to pry loose.

And I wish for you
the courage of vulnerability,
the healing of comfort,
the chance for forgiveness and
the touch of a loved hand.

In short, I give you this various earth
for your plaything,
for your life’s working, and
for your loving.

I doubt there’s a better place for it.

 

From: Gifts & Bequests. Wells, Maine: The Tatnic Press, 2004 (1996)

*

Lasciti e doni

in occasione
dell’arrivo di un nuovo bimbo

PER
F.A.W.
e tutti gli altri nuovi
arrivati

 

Ti dono
la pioggia, che crea pozzanghere e arcobaleni
placa la sete,
è mamma della neve.

Ti dono
la canzone del cielo al tramonto
il lago che la echeggia di sera,
l’acqua-musica sincopata
del ruscello rotolato dai sassi,
l’ardente cadenza di una modulazione,
il canto mattutino del primo uccello che si riscuote dal sonno,
il suono enorme contento di padre-risata
e madre-canto.

Ti dono
le accattivanti forme di piante carnivore
e le orchidee
e i luoghi segreti in cui crescono,
il lento ruminare delle vacche pezzate
e il fieno mietuto d’agosto.

Ti dono
il veloce scoiattolo, la lenta tartaruga,
l’assurda presenza di
pulcinelle di mare, pellicani e pinguini,
il delirante gioco dei delfini,
i canti e i giochi
delle grandi balene grigie.

Ti dono
navi e ruspe
ruote e ingranaggi, camme e cricchetti,
leve e fulcri
con cui, dal tuo posto,
potrai muovere il mondo.
Quantomeno, secondo Archimede.

Ti dono
cose da esplorare:
specchi e magneti, l’orologio biologico degli scarafaggi,
i cunicoli della mente, la deriva dei continenti,
l’uso delle parole e
l’immaginazione creativa del genio.

Ovviamente ti dono
La sempre misteriosa luna
e piogge di stelle lontane,
notti serene di venti silenziosi
e notti tempestose spaccate dal tuono-fulmine.

E ti auguro
in bocca il sapore di lingue straniere,
di sushi di pizza di curry,
di centomila modi per dire ‘grazie’
e ‘scusa’.

Ti lascio inoltre
colline rocciose da scalare
e ingiustizie da combattere,
blues da cantare
e incredibili catastrofi da sopportare,
svantaggi da superare
e imprese degne da tentare,
rischi da prendere,
rabbia da domare e
pregiudizi da superare.

E mi auguro per te
il coraggio della vulnerabilità,
la guarigione del conforto,
la possibilità del perdono e
il tocco di una mano amata.

In breve, ti dono questa terra varia
come tuo giocattolo,
come tuo lavoro di una vita e
come cosa da amare.

Non credo ci sia posto migliore per lei.

 

© Traduzione in italiano di Anna Aresi

Ingeborg Bachmann


Sotto altre spoglie andavamo un tempo,
tu in volpe, io in abito da puzzola;
fummo ancor prima di fiori di marmo,
nevosi in una gola tibetana.

Cristalli senza luce e senza tempo
ci liquefammo nella prima ora,
ci avvolse il brivido della vita intera,
fiorimmo nel polline del primo senso.

Viandanti nel miracolo lasciammo
i vecchi panni per indossarne nuovi.
Succhiammo forza da ogni nuovo suolo
e mai più il nostro respiro s’arrestava.

Leggeri uccelli fummo e gravi alberi,
delfini audaci e mute uova d’uccello.
Morti e poi vivi, un essere eravamo,
e poi una cosa. (Mai saremo liberi!)

Mi amavi. Io amavo i veli tuoi,
le lievi stoffe che la stoffa librano,
e discreta la notte ti stringevano.
(Se solo ami! Vederti non pretendo!)

Giungemmo nel paese delle fonti.
Trovammo gli atti. Il paese intero,
così amato, sconfinato, ora era nostro.
Trovava posto nella tua mano a conca.

 
Invocazione all’orsa maggiore (Se, 2011), trad. it. M. T. Mandalari

Ocean Vuong


Someday I’ll Love Ocean Vuong

Ocean, don’t be afraid.
The end of the road is so far ahead
it is already behind us.
Don’t worry. Your father is only your father
until one of you forgets. Like how the spine
won’t remember its wings
no matter how many times our knees
kiss the pavement. Ocean,
are you listening? The most beautiful part
of your body is wherever
your mother’s shadow falls.
Here’s the house with childhood
whittled down to a single red trip wire.
Don’t worry. Just call it horizon
& you’ll never reach it.
Here’s today. Jump. I promise it’s not
a lifeboat. Here’s the man
whose arms are wide enough to gather
your leaving. & here the moment,
just after the lights go out, when you can still see
the faint torch between his legs.
How you use it again & again
to find your own hands.
You asked for a second chance
& are given a mouth to empty out of.
Don’t be afraid, the gun re
is only the sound of people
trying to live a little longer
& failing. Ocean. Ocean—
get up. The most beautiful part of your body
is where it’s headed. & remember,
loneliness is still time spent
with the world. Here’s
the room with everyone in it.
Your dead friends passing
through you like wind
through a wind chime. Here’s a desk
with the gimp leg & a brick
to make it last. Yes, here’s a room
so warm & blood-close,
I swear, you will wake—
& mistake these walls
for skin.

*

Un giorno amerò Ocean Vuong

Ocean, non avere paura.
La fine della strada è tanto distante
che è già alle nostre spalle.
Niente paura. Tuo padre è tuo padre soltanto
finché uno di voi non se ne dimentica. Come le vertebre
non si ricorderanno le proprie ali
a dispetto di tutte le volte che le tue ginocchia
baceranno il lastrico. Ocean,
mi ascolti? La parte più bella
del tuo corpo è ovunque
si proietta l’ombra di tua madre.
Ecco la casa con l’infanzia
ridotta a un unico cavetto rosso, innesco di mina.
Niente paura. Basta che lo chiami orizzonte
& non lo raggiungerai mai.
Ecco l’oggi. Salta. Ti garantisco non è
una scialuppa di salvataggio. Ecco l’uomo
dalle braccia ampie abbastanza da accogliere
il tuo andartene. & ecco l’attimo
subito dopo spente le luci, in cui ancora scorgi
la flebile fiaccola tra le sue gambe.
E come la usi, ripetutamente,
per ritrovare le tue mani.
Hai chiesto un’altra chance
& ti viene concessa una bocca da cui svuotarti.
Non avere paura, gli spari
sono solo il rumore di gente
che cerca di vivere un po’ più a lungo
& non ce la fa. Ocean. Ocean –
alzati. La parte più bella del tuo corpo
è il luogo verso cui si dirige. & ricorda,
la solitudine è comunque tempo trascorso
insieme al mondo. Ecco
la stanza in cui ci sono tutti.
Gli amici morti che ti
attraversano come il vento
che soffia a tra i sonagli a vento. Ecco una scrivania
con la gamba zoppa & un mattone
per farla durare. Sì, ecco una stanza
così calda & vicina al sangue
che giuro, ti sveglierai –
& crederai che questi muri
siano pelle.

 

Cielo notturno con fori d’uscita (La nave di Teseo, 2017), trad. it. Damiano Abeni, Moira Egan

Claudio Damiani


Stando in silenzio, ti sento
e una pace mi scende dentro,
t’ho cercato per quanto tempo
per quanti giorni ho camminato solo
senza sapere dove
ché ti avevo perso
cioè non mi ero accorto che ti avevo perso
non mi ero accorto neanche che ti avevo vicino
ti avevo vicino e non ti vedevo
tu mi parlavi e io non mi chiedevo
chi fosse quella voce.

 

© Inedito di Claudio Damiani

© Foto di Dino Ignani