Michele Mari


Ti ho amata sempre nel silenzio
contando sull’ingombro
di quell’amore
e di quel silenzio
ed anche quando poi ci siamo scritti
la profilassi guidava la mia mano
perché ogni senso
fosse soltanto negli spazi bianchi
e nondimeno mi sentivo osceno
come se la più ermetica allusione
grondasse la bava del questuante.

Mai in ogni caso dubitai
che tu sapessi
finché scoprimmo insieme
di esser vissuti vent’anni nell’errore
tu ignorando
io presumendo
e allora in un punto è stato chiaro
che solo al muto
il battito del cuore
è rimbombante

 

Cento poesie d’amore a Ladyhawke (Einaudi, 2007)

Carlo Tosetti


La nona

L’annaspare agostano,
verso la nona,
è uno sbracciarsi
nel vacuo intorno,
per traversare
la piazza acciottolata,
vuotata dall’aria,
dalle carrozze e dai vivi,
dove la fontana tace smòrza.
Ci si traduce,
perché il groppo gonfia,
sotto i freschi colonnati
o verso il centro abbandonato
e si rifugge dai tigli,
a guardia dell’alveo
scheletrito del fiume.

 

Wunderkammer (Pietre Vive, 2016)

Alessandro Niero


Ascendo per passeggio quotidiano
dentro uno spazio brullo
che l’assenza di neve ha sconciato oltremodo lasciando
la carne viva, la molesta nudità.
Per poco, sul monte che imbruna,
come stecco ambulante risalto provvisto
di pallida luce vestiaria
che mi sagoma appena nel grigio dell’enorme androne.
Il buio intanto
innesca un tu per tu con ogni asprezza,
stringe d’assedio,
stinge e s’insedia,
inietta il liquido di cui è fatto,
confonde il mondo dei colori:
ocra calante e verde tumefatto
smarriscono gli estremi lineamenti. E io con loro.
Potrei accendere una pila,
raggranellare un quadretto di luce a tempo,
ovviare all’incantesimo che monta…
Ma si gonfia il silenzio.
E il monte si stonda lassù invitando a un pendio.
Il pendio prospetta
qualcosa che ignoro, ma c’è.
E mi aspetta.

 

© Inedito da Alessandro Niero

Matteo Fantuzzi


Aspetto davanti alla stazione di Bologna
un mio amico residente nel bresciano
e che non vedo ormai da tempo.
Non tutti i viaggiatori sanno che lì
c’è un orologio rotto: alcuni modificano
il proprio, mentre altri si rivolgono
agli addetti chiedendo spiegazioni,
lamentando il disservizio.

E per certuni quella lapide è patetica,
porta tristezza alla mattina presto a questi
che si recano al lavoro. Gradirebbero piuttosto
un cartellone che la sostituisca,
qualcosa d’esplosivo, una pubblicità di sconti
eccezionali, di prezzi bomba, qualcosa
d’inimmaginabile, che colpisca le coscienze,
che sui passanti abbia un effetto devastante.

 

Kobarid (Raffaelli, 2008)

Gaia Giovagnoli


Stige

Ho sentito mia madre piangere sola
in una camera di nodi slacciati
in una coscienza svegliata

Un lamento di fiato sottile
a salire livido come caffè nella moka

Il salotto è un palmo vuoto
le scarpe a terra ciò che resta dei passi

è una domenica ghiacciata
anche se il sole è sul tavolo insieme al giornale
niente televisione
il cerchio delle forchette è un ringhiare di incisivi

Il dolore è uno specchio sfondato
una lupa che non si addomestica

Ha tirato fuori i vestiti dall’armadio
tutti quanti in fila
i calzini come gioielli sfibrati e le maniche morbide
li ripiega uno alla volta e ha le mani tronche
il corpo fa e lei non sente

Il dolore è l’acuto perenne
l’impotenza di non sapere alcun canto
di non potersi sistemare educati
una volta sparpagliati su un letto

C’è una pausa che è una resa armata
che è un abbraccio a maglie lente
concede un respiro tra i buchi

me la chiede e non parla
Ho un giro di lettere che si accalcano a vuoto
si accovacciano come lepri irrequiete

C’è che io non so stringerti

Anche un cassetto
in queste case
è un baratro aperto

 

© Inedito da Gaia Giovagnoli

Federica Volpe


Per te cambierei la mia geografia,
– un nome altro prenderebbero i ginocchi,
pulserebbero altri fiumi dalle tempie
ai calcagni, si muoverebbero le carni
come in danza a seguire i tuoi significanti
che tieni chiusi tra le labbra come un bacio – .
Cambierei anche di stagione, addosso
mi starebbe come l’abito di sposa
di tua madre, o come il canto
che ascoltavi da bambino e non capivi.
Cambierei anche di punto cardinale, sarò
est od ovest perché non importa
da che parte mi sorga il sole, ma
che sorga, e sarò nord o sud perché
non sono diversi nel seguire l’equatore.
Non che io non ami i luoghi, e i climi,
e le coordinate, e ciò che è mio:
vedi: sono il sostrato sotto i tuoi nomi,
i fossili antichi sotto le tue stagioni,
sono l’est che impara a tramontare il sole.
È ricchezza se mi ricopri di parole
nuove, come un corpo in amore,
se insieme facciamo di me un paese
rinato che ha lasciato ad altri le paure.

 

Parole per restare (Raffaelli, 2016)