Gianmaria Testa

testa interno poesia
È il silenzio l’oro del mattino
il silenzio
e il profumo delle donne
per le strade
sotto le arcate
che si sparge come un’onda
senza risacca
come un’ora
non segnata
come il respiro
di una camminata calma
e senza meta

 

Da questa parte del mare (Einaudi, 2016)

Flaminia Cruciani

cruciani
Gli innominati

L’umanità sprofonda sotto
il peso della sua sentenza spirituale
nelle ferite inferte dalla menzogna,
banchi di nebbia
il mezzo dell’amore che ti portavi addosso
a confessione come un sacco
ti consumava il doppio di vita
un abbraccio di incertezza e fango
colmava il vuoto all’eternità.
Il vuoto si cimenta in un assolo assordante
colmo di ignoranza.
Ulcere sotto i miei piedi
procedo oltre il turno del mio dolore.
Il soffitto screpolato del mondo
crolla otto volte più pesante e brusco
tagliami la testa di argilla
schiuderò palpebre di paglia,
parlerò, d’accordo, demonio tentatore
racconterò in un canone breve
quella notte di novilunio durata anni
dirò lo sciagurato dente riposto
come refuso in bocca altrui
canterò le variazioni interrogative
che hanno accompagnato il diritto all’origine
intonerò piangendo l’urto delle virtù carnali
racconterò quelle stagioni silvestri
dagli innumerevoli petali
navigate senza albero maestro.
Vale appena un battito
e addormenterei il tempo ancora
lo incappuccerei alla spiacevole
circostanza dell’umanità posseduta
dall’equivoco nel suo apparato argenteo
riflessa su estremità di deliri irripetibili
periferie dell’umanità
riposte in illustri famiglie.

 

Semiotica del male (Campanotto, 2016)

© Foto di Dino Ignani

Margaret Atwood

atwood

Come

Come dirti
che questo significa dolore,

questo piatto bianco, l’arancia sopra
al mattino; e il coltello d’argento,

il modo in cui stanno sulla tavola
come se appartenessero a questo posto,

così sicuri, dando tanto per scontato,
dimenticando di essere stati lasciato indietro;

decidono di appartenermi
e la polvere, la luce

le cose che io non riuscirò mai
a toccare, che mai mi toccheranno.

 

Poesie (Bulzoni, 1986), trad. it. A. Rizzardi

Giorgio Barberi Squarotti

squarotti interno poesia
Settembre, luna

Quando piena è la luna di settembre
e più limpido è il cielo, senza afose
foschie e le lunghe pigrizie del sole
che indugia su ogni collina e paese
per oziosa curiosità, decise
di salire alla cima di Monforte
e ammirare l’eternità del mondo
per una volta almeno: oh la luce
ferma, sicura, nel silenzio, e ogni
casa e montagna e albero e fiume e tremito
di stelle e vento intatto ed immutabile,
e come in una fotografia sbiancati
i pochi corpi che giù in piazza indugiano
o abbracciati rimangono alla porta
delle stanze del tempo! A lungo guarda,
poi, stanco, scende, inciampa nelle pietre
irte e rozze, ahi! è subito l’ombra
fonda perché rapidamente l’astro
di luce è sceso al di là di cirri irti,
e sente il soffio dell’abisso, oltre
il piede incerto, cerca con la mano
un appoggio, e non c’è che sulla terra
molle una mela marcia, un filamento
bavoso, più vicino ancora un corpo
sdraiato, fresco e un gemito perduto.

 

Le ancelle della regina Mab (Fermenti, 2016)

© Foto di Gugliemina Otter

Giovanna Rosadini

giovanna-rosadini
Esercizi di rinominazione

A volte rimaniamo senza voce
perdiamo l’aderenza dei nomi con le cose
e il mondo se ne va per conto proprio
ci lascia indietro, non si cura di aspettare
che ritroviamo il passo adatto a proseguire

A volte finiamo per abitare un’assenza
nostro malgrado, consumati da una
nostalgia che sa di fumo, i sensi sfilacciati
e dispersi, noi che li vorremmo sempre acuti,
noi che non viviamo certo sulla luna

A volte ci piace raccontarci una storia
che possa colmare un bisogno elementare
bariamo con noi stessi per salvarci la vita
o forse solo per mantenerla mobile e vera
fino a prova contraria, finché la nota tiene

A volte perdiamo il filo che lega insieme
le cose, tutto rotola disordinatamente
sul pavimento di una coscienza disossata,
fantasma di presenza ormai perduta,
eco sbiadita di antiche cantilene

A volte il tempo condensa in modo strano
e non ci trova, perduti all’implicito della sua voce
sottotraccia, alle ragioni diurne del suo ritmo
che pare pulsare ormai lontano, e noi
assorbiti in un fondale arcano, altri da chi siamo

 

© Inedito di Giovanna Rosadini

© Foto di Dino Ignani

Charles Baudelaire

charles baudelaire
L’invitation au voyage

Mon enfant, ma soeur,
Songe à la douceur
D’aller là-bas vivre ensemble!
Aimer à loisir,
Aimer et mourir
Au pays qui te ressemble!
Les soleils mouillés
De ces ciels brouillés
Pour mon esprit ont les charmes
Si mystérieux
De tes traîtres yeux,
Brillant à travers leurs larmes.

Là, tout n’est qu’ordre et beauté,
Luxe, calme et volupté.
Des meubles luisants,
Polis par les ans,
Décoreraient notre chambre;
Les plus rares fleurs
Mêlant leurs odeurs
Aux vagues senteurs de l’ambre,
Les riches plafonds,
Les miroirs profonds,
La splendeur orientale,
Tout y parlerait
À l’âme en secret
Sa douce langue natale.

Là, tout n’est qu’ordre et beauté,
Luxe, calme et volupté.
Vois sur ces canaux
Dormir ces vaisseaux
Dont l’humeur est vagabonde;
C’est pour assouvir
Ton moindre désir
Qu’ils viennent du bout du monde.
— Les soleils couchants
Revêtent les champs,
Les canaux, la ville entière,
D’hyacinthe et d’or;
Le monde s’endort
Dans une chaude lumière.

Là, tout n’est qu’ordre et beauté,
Luxe, calme et volupté.

 

*

 

L’invito al viaggio

Piccola mia, sorella,
quale favola bella
vivere insieme laggiù dolcemente!
Amare a non finire,
amare e morire,
in un paese che a te è somigliante!
Dove i soli inzuppati
di quei cieli imbronciati
hanno per la mia anima l’incanto
davvero misterioso
del tuo sguardo insidioso
che manda lampi pure in mezzo al pianto.

Tutto laggiù è ordine e beltà
tutto è lusso, quiete e voluttà.

Là mobili splendenti
che il tempo fa lucenti
saranno arredo della nostra stanza;
ed i più rari fiori
che mischiano gli odori
con l’ambra tenue, con la sua fragranza,
i soffitti sontuosi,
gli specchi luminosi,
tutto avrà uno splendore orientale
e all’anima in segreto
sussurrerà discreto
in una dolce lingua sua natale.

Guarda su quei canali
come dormon le navi
avvolte nell’umore vagabondo.
Per i tuoi desideri
giungono qui i velieri,
lasciando porti ai confini del mondo.
E del tramonto i raggi
vestono i paesaggi,
con i canali e la città intera,
d’oro e giacinto, il mondo
in un sonno sprofonda
chiuso nel caldo lume della sera.

Tutto laggiù è ordine e beltà,
tutto è lusso, quiete e voluttà.

 

I fiori del male (Feltrinelli, 2007), trad. it. A. Prete

Rita Dove

Dove_Rita
Parsley

1. The Cane Fields

There is a parrot imitating spring
in the palace, its feathers parsley green.
Out of the swamp the cane appears

to haunt us, and we cut it down. El General
searches for a word; he is all the world
there is. Like a parrot imitating spring,

we lie down screaming as rain punches through
and we come up green. We cannot speak an R –
out of the swamp, the cane appears

and then the mountain we call in whispers Katalina.
The children gnaw their teeth to arrowheads.
There is a parrot imitating spring.

El General has found his word: perejil.
Who says it, lives. He laughs, teeth shining
out of the swamp. The cane appears

in our dreams, lashed by wind and streaming.
And we lie down. For every drop of blood
there is a parrot imitating spring.
Out of the swamp the cane appears.

 

*

 

2. The Palace

The word the general’s chosen is parsley.
It is fall, when thoughts turn
to love and death; the general thinks
of his mother, how she died in the fall
and he planted her walking cane at the grave
and it flowered, each spring stolidly forming
four-star blossoms. The general

pulls on his boots, he stomps to
her room in the palace, the one without
curtains, the one with a parrot
in a brass ring. As he paces he wonders
Who can I kill today. And for a moment
the little knot of screams
is still. The parrot, who has traveled

all the way from Australia in an ivory
cage, is, coy as a widow, practising
spring. Ever since the morning
his mother collapsed in the kitchen
while baking skull-shaped candies
for the Day of the Dead, the general
has hated sweets. He orders pastries
brought up for the bird; they arrive

dusted with sugar on a bed of lace.
The knot in his throat starts to twitch;
he sees his boots the first day in battle
splashed with mud and urine
as a soldier falls at his feet amazed –
how stupid he looked! – at the sound
of artillery. I never thought it would sing
the soldier said, and died. Now

the general sees the fields of sugar
cane, lashed by rain and streaming.
He sees his mother’s smile, the teeth
gnawed to arrowheads. He hears
the Haitians sing without R’s
as they swing the great machetes:
Katalina, they sing, Katalina,

mi madle, mi amol en muelte. God knows
his mother was no stupid woman; she
could roll an R like a queen. Even
a parrot can roll an R! In the bare room
the bright feathers arch in a parody
of greenery, as the last pale crumbs
disappear under the blackened tongue. Someone

calls out his name in a voice
so like his mother’s, a startled tear
splashes the tip of his right boot.
My mother, my love in death.
The general remembers the tiny green sprigs
men of his village wore in their capes
to honor the birth of a son. He will
order many, this time, to be killed

for a single, beautiful word.

 

*

 

Prezzemolo

1. I campi di canna

C’è un pappagallo che imita la primavera
nel palazzo, le penne verde prezzemolo.
Dalla palude spunta la canna

a tormentarci, e noi la tagliamo. El General
cerca una parola; lui è tutto il mondo
che c’è. Come un pappagallo che imita la primavera,

ci sdraiamo a terra urlando trafitti dalla pioggia
e ne usciamo verdi. Non sappiamo dire la R –
dalla palude spunta la canna

e la montagna diventa Katalina nei sussurri.
Son punte di freccia i denti corrosi dei bambini.
C’è un pappagallo che imita la primavera.

El General ha trovato la parola: perejil.
Chi la dice, vivrà. Ride, scintillio di denti
dalla palude. Spunta la canna

nei nostri sogni sferzati dal vento e grondanti.
E ci sdraiamo. Per ogni goccia di sangue
c’è un pappagallo che imita la primavera.
Dalla palude spunta la canna.

 

*

 


2. Il palazzo

La parola che il generale ha scelto è prezzemolo.
È autunno, quando i pensieri volgono
all’amore e alla morte; il generale pensa
a sua madre, che è morta in autunno
e lui piantò presso la tomba il suo bastone
che fioriva imperterrito a primavera formando
fiorellini a quattro stelle. Il generale

s’infila gli stivali, marcia deciso
nella stanza di lei, quella senza
tende, quella col pappagallo
sull’anello d’ottone. E camminando si chiede:
chi posso uccidere oggi. E per un momento
il piccolo nodo d’urla
s’acquieta. Il pappagallo, venuto

fin dall’Australia in una gabbia d’avorio,
ritroso come una vedova, s’allena
alla primavera. Da quel mattino
in cui sua madre cadde in cucina
preparando biscotti a forma di teschio
per il giorno dei morti, il generale
odia i dolci. Ne ordina solo
per il pappagallo; i pasticcini arrivano

cosparsi di zucchero su un letto di pizzo.
Il nodo alla gola diventa uno spasmo;
vede i suoi stivali il primo giorno della battaglia
inzaccherati di fango e di urina
mentre un soldato gli cade ai piedi sbalordito –
che aria stupida aveva! – al suono
dell’artiglieria. Non credevo che cantasse
disse il soldato e morì. Ora

il generale vede i campi di canna
da zucchero, sferzati dalla pioggia e grondanti.
Vede il sorriso di sua madre, i denti
corrosi in punte di freccia. E sente
quelli di Haiti cantare senza le R
roteando i grandi machete:
Katalina, cantano, Katalina,

mi madle, mi amol en muelte. Dio sa
che sua madre non era stupida; sapeva dire
la R come una regina. Persino
un pappagallo sa dire la R! Nella stanza spoglia
le penne lucenti s’inarcano in una parodia
di fronde, mentre le ultime briciole bianche
spariscono sotto la lingua annerita. Qualcuno

chiama il suo nome con voce
così simile a sua madre, una lacrima sbigottita
bagna la punta dello stivale destro.
Madre mia, amore mio nella morte.
Ricorda il generale i minuscoli tralci verdi
nei mantelli degli uomini del villaggio
che celebravano la nascita di un maschio. Stavolta
ordinerà che tanti ne siano uccisi.

per una sola, bellissima parola.

 

La biblioteca di Repubblica. Poesia straniera n. 15 (Gruppo editoriale L’Espresso, 2004), trad. it. Andrea Sirotti

Alessandra Racca

racca
Il miglior amico di una ragazza è il suo borbottio
Dorothy Parker

Nel fitto del dialogo interiore
s’innesta ogni tanto una voce
amico o amato o paesaggio d’uomo
gli racconto di me del farsi dei giorni
Stanotte lo sai mi sono svegliata e ridevo
non ricordo il sogno ma tu c’eri
Son molte le voci con cui ci diciamo
un borbottio popolato o un altro modo
di farsi compagnia a corpi di parole

 

© Inedito di Alessandra Racca

Vesna Parun

parun

La casa sulla strada

Ero stesa nella polvere sul ciglio della strada.
Non vidi il suo volto.
Né lui vide il mio.

Impallidirono le stelle e l’aria si fece blu.
Non vidi le sue mani
Né lui vide le mie.

L’oriente mutò in un limone verde.
Ho aperto gli occhi per un uccellino.

Allora seppi chi amai
per la vita intera.
Allora lui seppe di chi le povere mani
abbracciava.

E l’uomo il suo fardello prese, e partì
in lacrime verso la sua casa.
E la sua casa è la polvere della strada
com’è anche casa mia.

 

Né sogno né cigno (Spring, 1999), trad. it. J. Spaccini

Mempo Giardinelli

Mempo Giardinelli

Tallahassee, aprile ‘99

Cos’è una poesia se non paura,
strombazzata, petalo,
incorporea genealogia?
Cos’è la poesia
se non l’emozione violenta
che produce il punto di partenza
verso il mai visto, l’improbabile
o il tramonto?
Qual è il verso finale,
l’imprecisabile verso finale
che sintetizza l’ansia del ritorno?
Cosa resta della poesia, alla fine,
quando si è pensato tutto,
non si è deciso niente
e solo sopravvivono
domande insicurezze solitudine fallimento dubbi
ossia parole, sogni, niente?

 

Poesie senza patria (Guanda, 2003), trad. it. A. Bertoni, R. Bovaia, I. Carmignani