Roberto Bolaño

Roberto Bolaño interno poesia
Los perros románticos

En aquel tiempo yo tenía veinte años
y estaba loco.
Había perdido un país
pero había ganado un sueño.
Y si tenía ese sueño
lo demás no importaba.
Ni trabajar ni rezar
ni estudiar en la madrugada
junto a los perros románticos.
Y el sueño vivía en el vacío de mi espíritu.
Una habitación de madera,
en penumbras,
en uno de los pulmones del trópico.
Y a veces me volvía dentro de mí
y visitaba el sueño: estatua eternizada
en pensamientos líquidos,
un gusano blanco retorciéndose
en el amor.
Un amor desbocado.
Un sueño dentro de otro sueño.
Y la pesadilla me decía: crecerás.
Dejarás atrás las imágenes del dolor y del laberinto
y olvidarás.
Pero en aquel tiempo crecer hubiera sido un crimen.
Estoy aquí, dije, con los perros románticos
y aquí me voy a quedar.

 

*

 

I cani romantici

A quel tempo avevo vent’anni
ed ero pazzo.
Avevo perduto un paese
ma avevo guadagnato un sogno.
E se avevo un sogno
il resto non contava.
Né lavorare né pregare
né studiare di notte
assieme ai cani romantici.
Ed il sogno viveva nel vuoto del mio spirito.
Una casa di legno,
in penombra,
in uno dei polmoni del tropico.
E talvolta tornavo dentro di me
e visitavo il sogno: statua immortalata
in pensieri liquidi,
un verme bianco contorcendosi
nell’amore.
Un amore sboccato.
Un sogno dentro un altro sogno.
E l’incubo mi diceva: crescerai.
Ti lascerai alle spalle le immagini del dolore e del labirinto
e dimenticherai.
Ma a quel tempo crescere sarebbe stato un crimine.
Sono qui, dissi, coi cani romantici
e qui voglio restare.

 

Los perros románticos (Acantilado, 2006)

© traduzione di Alessio Brandolini

Rachel Slade

Rachel Slade
Al nostro risveglio è l’animale, è la pianta, che pensa in noi.
Jean Cocteau

Veglia notturna

I.

Spinti nella notte minerale,
tornando a casa per i campi.
Durante la veglia notturna,
non chiedere mai all’animale se è un animale.
Ha i movimenti ampi e complessi di un’ape
e la bocca è un labirinto di corridoi e angoli ciechi.

Il lento ronzio della sua meccanica
è grato all’orecchio umano,
il cuore è una bomba che ti cerca.
Giocaci piano attorno, sii dolce e amichevole.
Offri dell’acqua piovana e vedi se ti viene incontro.
Si avvicina dalle strade secondarie,
come per sentirti meglio
per prendere nella bocca le tue vocali e consonanti
e restituirtele respirando.
Metti la tua bocca sulla sua, cerca di capire cosa c’è
se si può conoscere o misurare.
Te lo dico,
pesa più di quanto costa
e costa tutto quanto.

 

II.

L’animale parla come sapesse a memoria
tutte le cose di prima e di adesso, senza di te.
Indica le chiare e intense marcature tra gli oggetti
i motivi sepolti nella pelliccia,
pigmenti che lasciano tracce sanguigne in campi e ossa,
plasma che dà il proprio nome ad ogni madre.

L’intero corpo sembrava una freccia diretta a ovest
dritta nel vento che la sospinge
da punto a punto sulle valli.
Va’ laggiù, dice,
verso un punto fisso all’orizzonte.
Con palpebre chiuse, traslucide come un uccello
su un occhio tondo e scuro che esplora a distanza,
da un vicinanza che divora il respiro.

 

*

 

When we awake it is the animal, the plant, that thinks in us.
Jean Cocteau

Night Watch

I.

Pushed through the mineral night,
on the way home through the fields.
During the night watch,
never question the animal if it is an animal.
Its movements are as wide and complex as a bee’s
and its mouth a labyrinth of corridors and blind angles.

The slow hum of its machinery
is pleasing to the human ear,
its heart is a bomb that seeks you.
Play slow around it, play soft and friendly.
Offer some rainwater and see if it comes near.
It comes close on the back roads,
as if to hear you better
to take your vowels and consonants into its mouth
and breathe them back to you.
Put your mouth to its mouth, discern what is there
if it can be known and measured.
I’ll tell you,
it weighs more than it costs
and it costs everything.

 

II.

The animal speaks as though it knows by rote
all things prior and present, without you.
It points to the clear, poignant markings between objects
the patterns buried in fur,
pigments that leave sanguine traces in fields and bones,
plasm that names every mother after itself.

The entire body seemed an arrow, pointing west
straight into the wind that blows it
from point to point over the plains.
Go there, it says,
towards a fixed point on the horizon.
With lids closed, transparent like a bird’s
over a dark round eye that searches from a distance,
from a closeness that devours breath.

 

© Inedito di Rachel Slade

© traduzione dall’inglese di Andrea Sirotti

Günter Herburger

Günter Herburger

Amore

È stato bello tesoro mio,
ora sei a nanna,
niente più avanti e indietro,
quasi hai smesso di strillare,
ecco l’altro cuscino, in braccio
l’orsacchiotto,
ma poi li scagli
tutti e due verso la finestra
che non si può aprire,
e io te li riporto,
succede varie volte,
ma quando ti bacio,
accarezzo i tuoi corti capelli grigi,
sono appena passati vent’anni
dalla prima volta,
allora ti fai immota,
non vuoi più strozzare
i bambini, te oppure me,
ti ritrovi almeno
nel piccolo vano chiuso
senza tavolo e senza sedie,
chiedi dell’acqua
ma basta
che tu pianga
stilla dopo stilla
giù dal volto
fino alla bocca,
da cui non mi separo.

 

Nuovi poeti tedeschi (Einaudi, 1994), trad. it. A. Chiarloni

Alfonso Gatto

alfonso-gatto
25 Aprile

La chiusa angoscia delle notti, il pianto
delle mamme annerite sulla neve
accanto ai figli uccisi, l’ululato
nel vento, nelle tenebre, dei lupi
assediati con la propria strage,
la speranza che dentro ci svegliava
oltre l’orrore le parole udite
dalla bocca fermissima dei morti
“liberate l’Italia, Curiel vuole
essere avvolto nella sua bandiera”:
tutto quel giorno ruppe nella vita
con la piena del sangue, nell’azzurro
il rosso palpitò come una gola.
E fummo vivi, insorti con il taglio
ridente della bocca, pieni gli occhi
piena la mano nel suo pugno: il cuore
d’improvviso ci apparve in mezzo al petto.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 2005)

Valerio Grutt

interno poesia valerio grutt ignani
Chi vede la mia ragazza non lo sa
che il suo cuore è un porto tranquillo
pieno di luce, con le barche alle funi
e la gente che aspetta l’ora del pranzo.
Chi mi vede non lo sa
che sono una nave inquieta
che cerca tempesta a ogni onda.

E chi ci vede insieme non sa
che siamo in due su un filo
sottilissimo tra pianeti in orbita
e insegne di slot e lavanderie,
siamo una casa storta sul fiume
che chiama pesci ed erbe alla festa.
Chi ci vede non vede
il diamante che riemerge
dopo millenni di buio.

 

© Inedito di Valerio Grutt

© Foto di Dino Ignani

Walt Whitman

Walt-Whitman
To a Stranger

Passing stranger! you do not know how longingly I look upon you,
You must be he I was seeking, or she I was seeking, (it comes to me as of a dream,)
I have somewhere surely lived a life of joy with you,
All is recall’d as we flit by each other, fluid, affectionate, chaste, matured,
You grew up with me, were a boy with me or a girl with me,
I ate with you and slept with you, your body has become not yours only nor left my body mine only,
You give me the pleasure of your eyes, face, flesh, as we pass, you take of my beard, breast, hands, in return,
I am not to speak to you, I am to think of you when I sit alone or wake at night alone,
I am to wait, I do not doubt I am to meet you again,
I am to see to it that I do not lose you.

*

A uno sconosciuto

Sconosciuto che passi! tu non sai con che desiderio ti guardo,
Devi essere colui che cercavo, o colei che cercavo (mi arriva come un sogno),
Sicuramente ho vissuto con te in qualche luogo una vita di gioia,
Tutto ritorna, fluido, affettuoso, casto, maturo, mentre passiamo veloci uno vicino all’altro,
Sei cresciuto con me, con me sei stato ragazzo o giovanetta,
Ho mangiato e dormito con te, il tuo corpo non è più solo tuo né ha lasciato il mio corpo solo mio,
Mi dai il piacere dei tuoi occhi, del tuo viso, della tua carne, passando, in cambio prendi la mia barba, il mio petto, le mie mani,
Non devo parlarti, devo pensare a te quando siedo in disparte o mi sveglio di notte, tutto solo,
Devo aspettare, perché t’incontrerò di nuovo, non ho dubbi,
Devo vedere come non perderti più.

 

Foglie d’erba (BUR Rizzoli, 2004), trad. it. A. Marianni

Pietro Russo

russo
a Pietro C.,
che sa vedere

Di puro volere, accogliere i giorni
farli pietra angolare
del fiato a perdere. Per uno più grande
dove sei stato una volta e non è passato; per questo
custodisci la rimozione prossima
sui muri, il calendario che mangia le facce
e si sfarina. Non puoi
non vederlo: la città, fuori, ha sbagliato la vena
e forse non esiste e continua.
Credere i volti allora
dentro i palazzi, nella sequenza familiare
di cemento e panni stesi. Quando la sera
sembra più lontana e invece in qualche modo,
ogni volta ci sorprende.

 

A questa vertigine (Italic, 2016)

Anna Achmatova

Achmatova
Dio non ha pietà di mietitori e ortolani,
cadono sghembe piogge tintinnando,
screziano i larghi manti alle acque
che già specchiavano il cielo.

Prati e campi in un regno subacqueo,
cantano, cantano liberi rivi,
sui rami enfiati scoppiano le prugne
e le erbe, piegate, imputridiscono.

E attraverso la fitta grata d’acqua
scorgo il tuo caro viso,
il parco tacito, il chiosco cinese
e la tonda veranda innanzi casa.

 

La corsa del tempo (Einaudi, 1992) a cura di M. Colucci

Gary Geddes

gary-geddes

What does a house want?

A house has no unreasonable expectations
of travel or imperialist ambitions;
a house wants to stay
where it is.

A house does not demonstrate
against partition or harbour
grievances;
a house is a safe
haven, anchorage, place
of rest.

Shut the door on excuses
greed, political expediency.

A house remembers
its original inhabitants, ventures
comparisons:
the woman
tossing her hair
on a doorstep, the man
bent over his tools and patch
of garden.

What does a house want?

Laughter, sounds
of love-making, to strengthen
the walls;
a house
wants people, a permit
to persevere.

A house has no stones
to spare; no house has ever been convicted
of a felony, unless privacy
be considered a crime in the new
dispensation.

What does a house want?

Firm joints, things on the level, water
rising in pipes.

Put out the eyes, forbid
the drama of exits,
entrances. Somewhere
in the rubble a mechanism
leaks time,
no place
familiar for a fly
to land
on

Palestine, 1993

 

“From What Does A House Want? Selected Poems, Red Hen Press, 2014. La poesia what does a house want non è inclusa nel volume, di prossima pubblicazione in Italia (2017-2018), On Being Dead in Venice, antologia che raccoglie testi e traduzioni apparsi su varie riviste online italiane insieme a poesie ancora inedite in Italia. Si ringrazia la redazione di Interno Poesia per averci consentito di riproporla”.

*

 

Cosa vuole una casa?

Una casa non ha aspettative irragionevoli
di viaggi o ambizioni imperialiste;
una casa vuole starsene
dove è.

Una casa non manifesta
contro partizioni o proteste
portuali;
una casa è un’oasi
sicura, ancoraggio, luogo
di riposo.

Chiudi la porta a pretesti,
avidità, calcolo politico.

Una casa ricorda
i suoi abitanti primi, azzarda
paragoni:
la donna
che scuote la chioma
su una soglia, l’uomo
chino sugli arnesi e il suo pezzo
di giardino.

Cosa vuole una casa?

Risate, rumori
d’amore, per rinforzare
le mura;
una casa
vuole gente, un placet
a persistere.

Una casa non ha pietre
da dar via; nessuna casa mai è stata accusata
d’un reato, a meno che la privacy
non sia considerata un crimine nella nuova
normativa.

Cosa vuole una casa?

Salde commessure, cose a livello, acqua
che sale nei tubi.

Strappa via gli occhi, vieta
il dramma di uscite,
d’entrate. In qualche luogo
fra i detriti un meccanismo
cola il tempo,
nessun punto
familiare perché una mosca
possa planarci
sopra

Palestina 1993

 

Testo e traduzione pubblicati per la prima volta su El Ghibli (Anno 9, numero 39, marzo 2013), trad. it. di Angela D’Ambra

Tomas Tranströmer


Aprile e silenzio

La primavera giace deserta.
Il fossato di velluto scuro
serpeggia al mio fianco
senza riflessi.

L’unica cosa che splende
sono fiori gialli.

Sono trasportato dentro la mia ombra
come un violino
nella sua custodia nera.

L’unica cosa che voglio dire
scintilla irraggiungibile
come l’argento
al banco dei pegni.

 

La lugubre gondola (BUR Rizzoli, 2011), a cura di G. Chiesa Isnardi)