Else Lasker-Schüler

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Nell’intimo

Io penso sempre di morire,
nessuno mi ha mai amato.

Io vorrei essere silenziosa come la figura di un santo
e che tutto in me fosse spento.

Mi farebbe la sera sognante
e gli occhi piangenti.

Io non so dove andare
ma dovunque vada ci sei tu.

Tu sei la mia patria segreta
e non voglio nulla di più leggero.

Come fiorirei dolce con piacere su nell’alto
al tuo cuore azzurrocielo.

Metto sentieri soavi
intorno alla tua casa pulsante.

 

Poesie (Acquaviva, 2004), trad. it. G. D’Ambrosio Angelillo

Bei Dao

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Arte poetica

Di quell’enorme dimora cui appartengo
resta solo il tavolo, intorno
sterminate paludi
il chiarore lunare mi illumina da angoli diversi
il sogno dalla fragile ossatura sta lì come sempre
in lontananza, come un’impalcatura non ancora smantellata
e ci sono impronte di fango sulla pagina bianca
quella volta allevata per tanti anni
agitando la coda fiammeggiante
mi loda, mi ferisce

e poi, certo, ci sei tu, seduto di fronte a me
le scintille azzurro cielo che ostenti nel palmo
diventano legno secco, si trasformano in cenere

 

Speranza fredda (Einaudi, 2003)

Salvatore Ritrovato

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Sognando Omero

«Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; ma è la verità che nasconde il fatto che non c’è alcuna verità. Il simulacro è vero.» (Qohelet)

Omero spense la luce perché pensava:
il buio cancellerà ogni sogno.
Gli eroi, gli errori di quel poema troppo lungo
i discorsi che per abitudine o inerzia
salgono alle labbra degli oratori, tutto cancellato.
E gli dei che puntano sui match e truccano la partita.
La rivolta di Tersite contro ogni certezza.
Anche il bacio di Achille e Patroclo
e il pianto di Briseide spariranno all’alba.

Lo incontrai il giorno dopo che se ne andava
ripetendo (ma con calma): cosa ho fatto?
e fra sé: chiedetemi ancora un verso!
La sua voce appena si sente, freme un po’, si spezza.
Il tempo è come il mare, mi ha detto,
quando passa sulla sabbia:
all’inizio è solo una macchia, poi ha fretta.

 

Radure e fughe. Poesie 1989-2015 (Arcipelago Itaca, 2016)

Francesca Serragnoli

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Ieri notte a Bologna
la pioggia fine di ottobre
ha continuato a cadere
in ginocchio rifaccio
il gesto del cielo
quando scende rosa
sulle tue spalle, l’ombra
è un calice bevuto lentamente
rimane il fondo, un bisbiglio
un rubino che sfugge all’oblio

quanto cielo fra noi
due milioni, forse cento
la distanza che patiscono le stelle
è un sorriso spaccato in due
orizzonti lacerati dallo spazio
il cielo è niente, arrossisce
come prima di un bacio.

a E.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Roberto Mussapi

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La piuma del Simorgh

La luce non si attenua mai, si spegne.
Come l’uccello che conosciamo, per rinascere.
E’ un inganno credere che qualcosa passi dal tempo
in cui fu pieno, a una senescenza.
Non c’è intervallo nel fuoco, c’è spegnimento
perché le braci si riaccendano, tu ti riaccendi.
Non era quello che avevo appreso un tempo,
l’attenuazione della fiamma, il crepuscolo.
Non esiste un tempo intermedio,
tu passi e affoghi per rinascere,
questo è già scritto, nel fondo del mare,
impresso nelle cifre del corallo.
La vita che ti fece fu ambigua, e generosa,
tu le appartieni, sei tu che la fai vivere.
Ora che sta piovendo i passi si allontanano,
i tram sferragliano e sembra pioverà sempre,
ma c’è una porta, mai vista o spalancata di colpo.
Tu credi che il buio si avvicini, ma già incombe
la notte e il sogno che ti prende e abbraccia.
Ognuno si culla in un sogno spesso debole e incerto
per la paura del mattino, del canto del gallo
quando le ombre cadono e tu viva
stai conducendo il globo al suo risveglio.
Non era quello che avevo appreso un tempo,
il lento divenire e la trasformazione del giorno
in una quieta muta, priva di stelle.
C’è solo, tu l’hai svelato, un incessante fuoco che rigenera.

 

 

La piuma del Simorgh (Mondadori, 2016)

© Foto di Dino Ignani

Nichita Stănescu

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Racconto sentimentale

In seguito ci vedevamo sempre più spesso.
Io stavo a un’estremità dell’ora,
tu − all’altra,
come le due anse di un’anfora.
Solo le parole volavano fra di noi,
avanti e indietro.
Il loro vortice pareva essere quasi visto,
e all’improvviso,
piegavo un ginocchio,
e poggiavo il gomito a terra,
solo per vedere l’erba inclinata
dalla caduta di qualche parola,
come sotto la zampa di un leone in corsa.
Le parole ruotavano, ruotavano fra di noi,
avanti e indietro,
e quanto più ti amavo, tanto più
ripetevano, in un vortice quasi visibile,
la struttura della materia, dall’inizio.

 

La guerra delle parole (Le Lettere, 1999), trad. it. F. Del Fabbro, A. Tondini

Francesco Zani

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Ma tu come ti difendi?

Tengo due sigarette e una moneta
nella tasca interna del giubbotto

Mangio in riva al mare
sembra azzurro da qui
alla giusta distanza la vista migliora

Guardo i miei genitori
indovino quali rughe saranno le mie
vorrei sotto l’occhio sinistro la piega che ha mia madre
e che le mie mani invecchiassero come quelle di mio padre
salutarli è ogni volta accorciare il tempo insieme

Vivo sei giorni a settimana
uno lo tengo da parte
per quando saremo vecchi

 

© Inedito di Francesco Zani

Costantino Kavafis

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Dipinto

Io curo il mio lavoro e lo amo.
Ma oggi mi avvilisce la lentezza del comporre.
Il giorno mi è di peso, una presenza
sempre più scura. Piove e tira vento.
Mi appaga più il vedere che il parlare.
Il quadro che ora guardo è un bel ragazzo
sdraiato accanto alla fontana, forse
stanco di avere corso molto.
Che bel ragazzo; il divino meriggiare
lo ha catturato per fargli prender sonno.
Resto così, lo guardo a lungo. E nell’arte
di bel nuovo mi riposo dal lavoro dell’arte.

 
Settantacinque poesie (Einaudi, 1992), trad. it. N. Risi e M. Dalmàti

Milo De Angelis

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Un secondo

Presa la vita, rallentato il tempo
con i gesti, tutto concordava:
cercavamo una fraternità
nell’ombra, dove l’esperienza non separa.
E quelle attese
come si accordavano bene
al buio del finestrino (“l’attimo
non ci lascerà più”).
Fingendoci veri
anche fuori, nelle strade, il resto
sarà credibile
e ora la tredicenne davanti alla scuola
ha una calza giù
conturbante, nel luogo incerto
dove tutto è meno meschino
di una fedeltà.
Correremo senza domande. Dopo i semafori
c’è la grande calma
del delta, il fiume pacificato nelle paludi
allontanato il padrone, per un secondo.
(“Guai se vivrete. Dovete capire, in mezzo alle cose
introvabili, sbriciolare un tempo
che egualmente passa senza di voi”)
(“L’arcipelago
che vi apparirà ogni notte
è il perduto
e non si può vivere al confine.
Guardarlo è vederlo da fuori. Ma entrarci
è non poterne più uscire”).

 

Somiglianze (Guanda, 1976)

Sujata Bhatt

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Muliebrity

I have thought so much about the girl
who gathered cow-dung in a wide, round basket
along the main road passing by our house
and the Radhavallabh temple in Maninagar.
I have thought so much about the way she
moved her hands and her waist
and the smell of cow-dung and road-dust and wet canna lilies,
the smell of monkey breath and freshly washed clothes
and the dust from crows’ wings which smells different-
and again the smell of cow-dung as the girl scoops
it up, all these smells surrounding me separately
and simultaneously – I have thought so much
but have been unwilling to use her for a metaphor,
for a nice image – but most of all unwilling
to forget her or to explain to anyone the greatness
and the power glistening through her cheekbones
each time she found a particularly promising
mound of dung –

 

*


Femminilità

Ho pensato a lungo a quella ragazza
che raccoglieva sterco di vacca in un’ampia cesta rotonda
lungo la strada principale che passava da casa nostra
e dal tempio Radhavallabh a Maninagar.
Ho pensato a lungo al modo in cui lei
muoveva le mani e i fianchi
e all’odore di sterco e di polvere di strada e di gigli di canna umidi,
l’odore di fiato di scimmia e di abiti appena lavati
e la polvere dalle ali dei corvi che ha un odore diverso
ed ancora l’odore di sterco mentre la ragazza lo raccoglie
tutti questi odori che mi circondavano separatamente
e simultaneamente. L’ho pensata a lungo,
ma non volevo usarla per una metafora,
per una bella immagine, ma soprattutto non volevo
dimenticarla o spiegare a chiunque la grandezza
e la forza che rilucevano dai suoi zigomi
ogni volta che trovava un mucchio di sterco
particolarmente promettente.

 

L’India dell’anima, antologia di poesia femminile indiana contemporanea in lingua inglese (Le Lettere, 2006), a cura di Andrea Sirotti