Giovanni Raboni

raboni

Stanco della vita, io? Non scherziamo.
Ma se me la mangio con gli occhi, ancora,
tutte le sue insegne,se non c’è amo
al quale non abbocchi! Semmai è ora

d’accennare, questo sì, a qualche addio,
cominciare a spegnere le candele
e chiudere gli spartiti, un leggio
per volta fino all’ultimo, al più fedele

degli strumenti… Quale? La memoria
sussurra i due violini, il cuore un flauto
o il tuo silenzio – ma io so che una storia
si fa da sola, e che è empio o almeno incauto

scriversi il finale. Basti l’atroce
strozzarsi in gola, vero, della voce.

 

 

da Quare tristis (Mondadori, 1998)

© Foto di Carla Cerati

Massimo Gezzi

gezzi

Discorso ai nuovi vicini

Difendere un perimetro di luci:
qui il muro, lì un tavolo disegnato
contro il bianco, delle tende, il bagliore
intermittente del televisore che le incanta
e le rende vive. Dentro storie semplici,
né colpevoli né innocenti: il termometro
per la febbre, un quadro, uno sguardo
che rade il buio e si consuma nell’attesa.
Chi abbia ragione e chi abbia torto non lo dicono
le case. Eppure tutti, appesi al vostro vuoto
che un passato di generazioni riempie sempre
di un senso, scambiate una parola con il monte
che incombe e guarda il lago come un angelo
di terracotta veglia una casa: senza vederla.
Difendere un perimetro di spazio,
di esistenze, appartenersi nel rito
del risveglio sotto un unico
tetto che sembra casa e non lo è,
perché le luci già tremano e il termometro
dice febbre, e in una, due giornate uno vende
una discendenza, spicca i quadri, strappa le tende,
ne fa stracci. Nella breve parentesi
di questi istanti vivete voi.

 

Il numero dei vivi (Donzelli, 2015)

Cees Nooteboom

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Nome, cognome, corpo,
a questo si aggrappa, spirito, anima, persona,
il mai calcolabile nucleo
dell’autore, dell’artefice
in una fuggevole vita,
fluente, multiforme,

farfalla e falco, affermazione
e confutazione, pensieri
pronunciati, ma meglio ancora scritti,
vita che scorre come un fiume,
cervi e anatre lungo le rive,
mai da solo,

chiese, castelli in lontananza,
una prigione, un chiostro,
potentia maxima,
confessionale e tavolo da gioco,
in questo labirinto
di tutto il possibile, tra bollettini di borsa
e fossati, bar sotto casa, terra di nessuno,
si muove il poeta,
prova tra i muri del destino
l’esito dei dadi,

l’uno o il sei, miele o cenere,
recitativo o aria,
prova acqua o sasso,
vincita o perdita, cardi o gigli,
con l’orizzonte sempre piú vicino,
una vita
piena di inni
che ancora
non ha il sapore
della somma.

 

Luce ovunque (2012-1964) – Einaudi, 2016, trad. it. F. Ferrari

Eliza Macadan

 

eliza-macadan

Nina in cenere
torna a casa
per unirsi all’amore del padre e dell’unico uomo che l’abbia amata
Nina in cenere torna nella culla
per stare vicino a tutti quelli che hanno fatto l’amore con lei
ma non l’hanno mai amata
Nina in cenere
torna in questo paese dove ha amato tutti fino allo stremo
e dove tutti l’hanno odiata fino alla morte
Scrivono ora ode i pigmei pesanti di terra con lingue-rettili-feroci
e dicono quant’è pesante la perdita.
Nina in cenere
torna qui per volare col vento di questo tempo
che ci sopporta a malapena
Nina in cenere torna al sud
dove solo da morti si può vivere

 

Passi passati (Joker, 2016)

Maria Grazia Calandrone

maria_grazia_calandrone
mentre mi abbandonavi
la volpe
faceva la sua tana
nel calco della bella testa pensante
sul cuscino
immobile

un odore selvatico di bestia
si mescolava
all’odore domestico dei tuoi capelli

una forma fulva
inaddomesticabile nidificava
nel nero assoluto dei tuoi capelli

addomesticami
dicevi
addomesticami

mentre mi abbandonavi
la bestia abbandonava il suo peso invernale
dov’è colato il miele
dell’ultimo bacio

intorno, tutto il giardino
si rinnovava
e gli uccelli beccavano i frutti in abbandono

eccomi. sono tornata
in luogo della bestia

per tenere pulita la casa
della gioia

 

21 luglio 2015

 

© Inedito da Giardino della gioia

© Foto di Dino Ignani

Franco Fortini

franco-fortini

La città nemica

Quando ripeto le strade
Che mi videro confidente,
Strade e mura della città nemica

E il sole si distrugge
Lungo le torri della città nemica
Verso la notte d’ansia

Quando nei volti vili della città nemica
Leggo la morte seconda,
E tutto, anche ricordare, è invano

E “Tu chi sei”, mi dicono, “Tutto è inutile sempre”,
Tutte le pietre della città nemica,
Le pietre e il popolo della città nemica

Fossi allora così dentro l’arca di sasso
D’una tua chiesa, in silenzio,
E non soffrire questa luce dura

Dove cammino con un pugnale nel cuore.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 2014)

Gian Mario Villalta

villalta

Il pensiero di te, che ha origine
in me stesso, viene da altrove,
suppongo, e lontano, per questo mi chiama,
o è come se lo facesse,
e spesso sorprende la mente
intenta al lavoro, alla guida, a se stessa
nel riflesso che rigira il presente.

Rigira l’origine, il pensiero,
e quando arriva ci trova già
rivoltati verso il futuro, in fuga
da noi stessi, pieni di desiderio
di essere stati: “Celeste
è questa
…” …facoltà, che hanno gli umani
di rivivere rimorire
lontani, celeste
è il colore del cielo,
a volte, quel colore inventato da noi
umani, forse da uno rimasto solo
e nel pensiero vicino all’amore
come vicino all’amore nessuno.

 

Telepatia (LietoColle, 2016)

© Foto di Dino Ignani

Anna Salvini

anna salvini interno poesia

Miracoli

Ti lascio abitare ogni angolo
della casa, far parte
di un quadro, scegliere
il film

il vaso dei fiori però
riempilo
ogni volta che puoi

l’odore sugli abiti lo tengo
stretto, lo stomaco anche
quando siedi con me
sul divano

sono piccoli miracoli le isole
che fa la vita, questo adagiarsi
di polvere e sole
che veste gli spazi, impregna
ogni singola fibra
ma non ci contiene del tutto

e non dico di te
perché sei solo tu
soltanto
la radice
che lega le lingue
tu solo conosci il nome
di tutte le stanze, il ritrarsi
del lago quando fa notte

io faccio
come se niente fosse

come la pioggia
del mio starti accanto.

 

© Inedito di Anna Salvini

© foto di Marco Rodolfo

Paul Éluard

eluard

Je t’aime

Je t’aime pour toutes les femmes que je n’ai pas connues
Je t’aime pour tous les temps où je n’ai pas vécu
Pour l’odeur du grand large et l’odeur du pain chaud
Pour la neige qui fond pour les premières fleurs
Pour les animaux purs que l’homme n’effraie pas
Je t’aime pour aimer
Je t’aime pour toutes les femmes que je n’aime pas

Qui me reflète sinon toi-même je me vois si peu
Sans toi je ne vois rien qu’une étendue déserte
Entre autrefois et aujourd’hui
Il y a eu toutes ces morts que j’ai franchies sur de la paille
Je n’ai pas pu percer le mur de mon miroir
Il m’a fallu apprendre mot par mot la vie
Comme on oublie

Je t’aime pour ta sagesse qui n’est pas la mienne
Pour la santé
Je t’aime contre tout ce qui n’est qu’illusion
Pour ce cœur immortel que je ne détiens pas
Tu crois être le doute et tu n’es que raison
Tu es le grand soleil qui me monte à la tête
Quand je suis sûr de moi.

 

*

 

T’amo

T’amo per tutte le donne che non ho conosciuto
T’amo per tutte le stagioni che non ho vissuto
Per l’odore d’altomare e l’odore del pane fresco
Per la neve che si scioglie per i primi fiori
Per gli animali puri che l’uomo non spaventa
T’amo per amare
T’amo per tutte le donne che non amo

Sei tu stessa a riflettermi io mi vedo cosí poco
Senza di te non vedo che un deserto
Tra il passato e il presente
Ci sono state tutte queste morti superate senza far rumore
Non ho potuto rompere il muro del mio specchio
Ho dovuto imparare parola per parola la vita
Come si dimentica

T’amo per la tua saggezza che non è la mia
Per la salute
T’amo contro tutto quello che ci illude
Per questo cuore immortale che io non posseggo
Tu credi di essere il dubbio e non sei che ragione
Tu sei il sole forte che mi inebria
Quando sono sicuro di me.

 

Ultime poesie d’amore (Passigli, 2001), a cura di V. Accame

Clara Janés

Ed ecco l’acqua.
I miei due custodi
percorrono la riva.
I loro occhi accolgono
la saggezza di colui
che ignora il tempo.
E io discosto
la linea dell’orizzonte
e mi rafforzo
nell’immobilità.
Attraverso l’adesso
con la lancia
della mia stessa assenza:
voglio smettere d’essere,
o esser solo riposo,
abbandono
al vuoto dell’anima
che a nulla aspira,
neanche all’attesa
che non attende.

 

Pellegrinaggio (Passigli, 2016), a cura di V. Nardoni