Elizabeth Bishop

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One Art

The art of losing isn’t hard to master;
so many things seem filled with the intent
to be lost that their loss is no disaster.

Lose something every day. Accept the fluster
of lost door keys, the hour badly spent.
The art of losing isn’t hard to master.

Then practice losing farther, losing faster:
places, and names, and where it was you meant
to travel. None of these will bring disaster.

I lost my mother’s watch. And look! my last, or
next-to-last, of three loved houses went.
The art of losing isn’t hard to master.

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,
Some realms I owed, two rivers, a continent.
I miss them, but it wasn’t a disaster.

— Even losing you (the joking voice, a gesture
I love) I shan’t have lied. It’s evident
the art of losing isn’t hard to master
though it may look like (Write it!) like disaster.

From: The Complete Poems 1926-1979.
Copyright © 1979, 1983 by Alice Helen Methfessel.

 

*

 

Un’arte sola

L’arte di perdere s’impara facilmente:
tante cose si sforzano d’andar perdute,
che la perdita non è un grave incidente.

Perdi una cosa al giorno. Apri all’inconveniente
delle chiavi smarrite, delle ore sprecate.
L’arte di perdere s’impara facilmente.

Prova a perdere di più, e più velocemente:
luoghi, e nomi, e destinazioni stabilite
per un viaggio. Non ne verrà un grave incidente.

Ho perso l’orologio di mia madre e – gente! –
l’ultima, o quasi, di tre case molto amate.
L’arte di perdere s’impara facilmente.

Ho perso due care città, e un continente;
due fiumi, reami vasti e certe mie tenute.
Mi mancano, però non è un grave incidente.

— Anche se perdo te (la voce tua ridente,
un gesto che amo), è chiaro, non farò smentite:
l’arte di perdere s’impara facilmente,
ma pare un grave (Scrivilo!) grave incidente.

 

© Versione italiana di Simone Pagliai

Gabriele Frasca

che piega espelle questa pulsazione
che plasma suoni sulle piaghe inferte
spingendo pece nelle falle aperte
per cui diventa affetto ogni emozione
e quale plesso ancora predispone
di percezioni che si dànno incerte
la nicchia dove si compone inerte
un pensiero per ogni repulsione
e poi da dove affiora questa forma
che viaggia voglie quanto più s’appresta
a raggelare vita nella norma
come se infine ciò che si protesta
vivo vivesse per calcare un’orma
la testa si risponde dalla testa

 

Lame (L’orma, 2016)

 

© Foto di Monica Biancardi

Marie Takvam

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Devi essere arrivato in città!
Lo vedo chiaramente.
Tutte le case mi stanno sorridendo.
Hanno capito che ti amo.

Devi essere arrivato in città!
lo vedo dagli alberi del parco.
Hanno foglie vibranti,
ricevono baci dal sole e dal vento.

Devi essere arrivato in città!
Perciò
questa gioia incredibile
dalla luce e dall’alba
dalle barche a vela e dalla brezza.

Tutto è diverso oggi.
Quel che ieri era una lunga serie di case grigie
oggi è dipinta di oro e porpora
dal tramonto del sole.

Quella che ieri era gente qualunque
che andava all’autobus o all’auto
oggi sono persone
con una vita dentro.

Ciò che ieri era traffico e frastuono
oggi è il battito del cuore della città,
quello grande che fa muovere tutto!

In breve: Tu devi essere arrivato in città!

 

Parole dritte al cuore (Mondadori, 2014 ) a cura di M. Rossato

Santiago Elordi

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I nuovi illuminati

Si alzano quando spunta il sole
Quando scende la notte si coricano
Per mangiare coltivano il proprio orto
Che gli importa del potere degli esportatori di avocado in Cina?
L’alchimista cerca Dio, il folle la sua ombra
Lo dicono le rune, le carte dei tarocchi
Loro i nuovi illuminati ballano nudi
Bevono la propria urina
Loro i nuovi illuminati ripetono
“I veri cambiamenti sono interiori
Chi sa non parla
Chi parla non sa”
Per questo motivo i nuovi illuminati restano in silenzio
Ma nelle loro serene coscienze, nelle loro serene azioni
Una presenza li atterrisce
Non si tratta delle notti oscure
Non sono neppure gli intrusi che entrano nella comunità
È il pericoloso fuoco degli occhi
Dei poeti del nulla che passano e non salutano
Come lupi che ululano poesie
Al mare
Al cielo
Alla montagna

 

Gli inglesi del Sudamerica (Elliot, 2016), a cura di M. Lefèvre

Giovanna Rosadini

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L’approdo

Per P.

C’è una strana quiete
mentre mangiamo pollo e arance –
nella casa vuota il silenzio
è una presenza lieve.
Mi guardo le mani separare
gli spicchi mentre siedi,
assorto e complice, sotto
la mensola delle spezie.
Il mondo è sibilato fuori
come l’ossigeno residuo in una navicella
spaziale, siamo quasi in apnea,
irreali quanto la propria voce ascoltata
in registrazione, o un corpo
sospeso in assenza di gravità.
Uno spigolo di luce nella stanza
che ci ha avuti, le ombre dei gesti
compiuti come un’eco nell’aria,
nella penombra del pomeriggio
che svapora lento.

 

© Inedito da Fioriture capovolte

© Foto di Dino Ignani

Sergio Corazzini

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La morte di Tantalo

Noi sedemmo sull’orlo
della fontana nella vigna d’oro.
Sedemmo lacrimosi in silenzio.
Le palpebre della mia dolce amica
si gonfiavano dietro le lagrime
come due vele
dietro una leggera brezza marina.

Il nostro dolore non era dolore d’amore
né dolore di nostalgia
né dolore carnale.
Noi morivamo tutti i giorni
cercando una causa divina
il mio dolce bene ed io.

Ma quel giorno già vania
e la causa della nostra morte
non era stata rinvenuta.

E calò la sera su la vigna d’oro
e tanto essa era oscura
che alle nostre anime apparve
una nevicata di stelle.

Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l’acqua d’oro,
e l’alba ci trovò seduti
sull’orlo della fontana
nella vigna non più d’oro.

O dolce mio amore,
confessa al viandante
che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l’acqua d’oro, come la luna.

E aggiungi che non morremo più
e che andremo per la vita
errando per sempre.

 

Poesie (BUR, 2012)

Ivonne Mussoni

mussoni
Mi è sembrato di vederti
quella volta che il vento ha alzato
come una risata le tende della casa,
pareva la tua mano a fare luce
ma tu torni sempre e non rimani,
non sai nasconderti e giocare
dire che no, non sei mai uscito dalla porta.

Non è tuo il respiro della gente
ch’è felice, quel rumore di stoviglie
di vino nei bicchieri.
Il tuo è una ciurma che ride in mare aperto,
da quel punto il vento fa dolore,
fa dolore il cielo come una colpa che spaventa
a dire che questo, anche questo essere soli
è sostanza universale.
E non è tua la fame, l’abbandono
non sono tuoi i diluvi,
gli sbagli, le cadute della terra
ma sei ad ogni precipizio,
spalancato all’abisso delle facce stanche.

Se non puoi stringerle
aprile bene queste mani
che diventino nido, approdo, radici.

 

© Inedito di Ivonne Mussoni

Billy Corgan

CORGAN

Tutte le strade

Raccogli per me una manciata di stelle
Sparse dai tuoi occhi
Per attirare minuscoli sospiri

Se tutte le strade dovessero scomparire tranne una
Allora abbandonami nel sonno

Queste ore passate alla finestra
A suonare musica priva di autunno
La scrittura della luce
Si muove sempre così lievemente
Ovunque oggi mi sieda

Le mie mani attraversano il vetro
E i sogni attraversano te
Qualunque cosa passi per sorte
Passerà anche per verità

Possa io cadere
Possa io gridare
Possa io trovarti

 

Pugni e battiti di ciglia (Arcana, 2005), trad. it. C. Nubile

Edmond Jabès

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’albero volante

Nei boschi ci sono alberi:
è una cosa naturale.
Sugli alberi ci sono foglie:
è una cosa evidente.
Ma se le foglie sono ali,
ecco, questa è una cosa
per lo meno sorprendente.
Volate volate, verdi alberi belli.
Per voi si apre il cielo.
Ma attenti all’autunno,
stagione fatale, quando a migliaia
le vostre ali
tornate ad esser foglie
cadranno.

 

Poesie per i giorni di pioggia e di sole e altri scritti (Manni, 2002), trad. it. C. Agostini

Claudio Damiani

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Era da poco morta mia madre che vidi un ragnetto sul vetro di una finestra, camminava piano tutto solo e tranquillo e ho pensato che anche lui avrebbe avuto la sua morte come mia madre, e che ognuno ha una sua specifica e speciale morte, come la nascita e come tutta la vita. E poi ho pensato (ma devi partire dal fatto che esistono numeri molto piccoli, tu non mi chiedere ora quanto piccoli, ma così come riesci a pensare a un numero che per scriverlo ti serve uno spazio da qui alla luna, così puoi pensare a un numero talmente piccolo che abbisogni dello stesso spazio per scrivere tanti zeri)… e così insomma riprendendo il discorso ho pensato che niente è niente, ma tutti che sono stati non sono stati invano, tutti, per quanto piccoli, hanno messo qualcosa, anche se l’universo fosse infinito, lo stesso ognuno metterebbe una goccia che fa traboccare il vaso (infatti se tu all’oceano aggiungi una goccia, l’oceano non è più lo stesso). Ora tu dirai: com’è che alcuni mettono tantissimo? Non è una sproporzione?
No, perché quelli che mettono tanto mettono qualcosa che c’è già, non inventano, scoprono. La Passione secondo Matteo di Bach e E=mc2 sono già in natura. Se un extraterrestre potesse ascoltare Bach, sarebbe per lui un miracolo di bellezza. Starebbe anche lui camminando tutto solo su un vetro, e gli apparirebbe questa musica.

 

© Inedito di Claudio Damiani

© Foto di Dino Ignani