Isabella Leardini

leardini
Noi non siamo come tutte quelle cose
che nascono già doppie a coppie, a paia
come le scarpe che non sono senza l’altra.
Noi due assomigliamo a tutto quello
che il tempo fa giocare col destino.
Quando l’ultima tazzina ancora sana
e il piattino comprato chissà dove
arrivano uno sull’altro
nella strana inseparabile perfetta
abitudine che li mette insieme.
Ma tutti i cocci e le rotture mancate
i traslochi, le mani dei bambini
alla fine non esistono più
loro stanno nel cuore di ogni giorno.
Bellezza inimitabile e bizzarra
di tutte le coppie imprevedibili
che non assomigliano a nessuna cosa
pensata semplicemente insieme.
Come si svela un giorno dopo l’altro
il senso di ogni cosa perduta
nel colpo da maestro che decide
la perfezione inaspettata che rimane.

 

© Inedito di Isabella Leardini

© Foto di Dino Ignani

Simon Marsh

marsh

Calmo

we’re all on something
I’ll choose yours if you choose mine
I sought the weedy waters
till my shell grew back
avoided dark asphalt
nights condensed electrically
but now a canopy of slate bleeds east
arrests an oceanic sense of loss
I was counting on you to calm me down
to shore up shaky terrains of doubt
the radio astrologer says
there’s mercury in my sign
but fails to mention
the base metals in my heart

 

*


Calmo

dipendiamo tutti da qualche cosa
sceglierò la tua se tu scegli la mia
ho cercato le acque erbose
fino a farmi ricrescere il guscio
ho evitato l’asfalto scuro
notti condensate dall’elettricità
ma ora un baldacchino di ardesia sanguina a est
arresta un senso di perdita oceanico
contavo su di te per calmarmi
per puntellare incerti terrapieni di dubbio
l’astrologo della radio dice
che nel mio segno c’è mercurio
ma non fa menzione
dei metalli vili che ho nel cuore

 

Stanze (Coazinzola Press, 2016), versione italiana di Riccardo Duranti

Natalia Ginzburg

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Memoria

Gli uomini vanno e vengono per le strade della città.
Comprano cibo e giornali, muovono a imprese diverse.
Hanno roseo il viso, le labbra vivide e piene.
Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso,
ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto.
Ma era l’ultima volta. Era il viso consueto,
solo un poco più stanco. E il vestito era quello di sempre.
E le scarpe eran quelle di sempre. E le mani erano quelle
che spezzavano il pane e versavano il vino.
Oggi ancora nel tempo che passa sollevi il lenzuolo
a guardare il suo viso per l’ultima volta.
Se cammini per strada, nessuno ti è accanto,
se hai paura, nessuno ti prende la mano.
E non è tua la strada, non è tua la città.
Non è tua la città illuminata: la città illuminata è degli altri,
degli uomini che vanno e vengono comprando cibi e giornali.
Puoi affacciarti un poco alla quieta finestra,
e guardare in silenzio il giardino nel buio.
Allora quando piangevi c’era la sua voce serena;
e allora quando ridevi c’era il suo riso sommesso.
Ma il cancello che a sera s’apriva resterà chiuso per sempre;
e deserta è la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa.

 

 

Memoria fu pubblicata nel dicembre del 1944 sulla rivista «Mercurio».

Marco Pelliccioli

pelliccioli

Nico

Nico sistema la frutta, le casse,
da poco hanno steso lenzuola
qualcuno brandelli strizzati nel gelo.
Per strada hanno aperto i cancelli
il vigile urbano evapora grappa
due nomadi slavi all’uscita del bar.
Corrono tutti a quest’ora
Nico pulisce, saluta, rincuora chi passa,
il cappello, i guanti, le lenti appannate,
il coltivatore che scarica a terra il fresco raccolto:
le bucce, le arance, i ciuffi arruffati,
le casse, i finocchi, l’uva, la terra:
“Questa è speciale, la vuoi assaggiare?”
e l’acino è in mano, sfregato su un panno,
un soffio, poi in bocca.
A volte mi chiedo cosa lo renda così reale,
forse suo padre appeso in cornice
o i settant’anni di questo negozio
forse il quartiere, ma se varchi la soglia
e senti l’orda dei forti sapori
la terra, la frutta, le casse,
comprendi che lui è quella terra
le mani, la faccia, le rughe
solchi e sentieri…

 

L’orfano (LietoColle, 2016)

Vittorio Bodini

bodini

Quando tornai al mio paese nel Sud,
dove ogni cosa, ogni attimo del passato
somiglia a quei terribili polsi di morti
che ogni volta rispuntano dalle zolle
e stancano le pale eternamente implacati,
compresi allora perché ti dovevo perdere:
qui s’era fatto il mio volto, lontano da te,
e il tuo, in altri paesi a cui non posso pensare.

Quando tornai al mio paese del Sud,
io mi sentivo morire.

 

Tutte le poesie (Controluce, 2015)

Ingmāra Balode


Ricordi
ti sedevo in collo
ti guardavo l’orecchio grande quanto un continente
giocavo coi bottoni della camicia rosa
e tu mi leggevi
il giornale “Lotta” –
qualcosa sui trattori e
tipi dai volti neri
per la fatica

Nei giorni più liberi sali
in bicicletta
e vai
a comprare il pane
le gelatine
e la colla
mi lasci ritagliare
le foto dal giornale
e il profumo sotto le pagine
impalpabili del giornale
brillava appena come la pelle tesa
secca
della tua mano

 

Solo il mare può far rumore (Damocle, 2016), trad. it. P. Pantaleo

Sergio Zavoli

ignani

L’esercizio di stile non è sempre
le indolori, esitanti limature per cavarne
la vampa, il diapason, l’orgasmo;
la grazia di quel dono va trovata
nella franca bellezza del chiarore;
vana è l’idea che un artificio basti
per nutrire un pensiero bisognoso
del lampo che mancava al suo incendio.
Parola è la normalità che si fa rara
quando il suo poco ha l’arte di mostrare
che anche un’ombra fortifica la luce,
e metterla alla prova non vuol dire
scrivere occaso invece di tramonto.
La parola sa come prendere tempo,
non appare e dilegua tra le dita
dell’illusionista.

 

L’infinito istante (Mondadori, 2012)

© Foto di Dino Ignani

Marcel Proust

proust
À Madeleine Lemaire

Quel trop subtil voleur coupa dans les vergers
Ces raisins lumineux dont ma lèvre est éprise?
Le zephyr soufflé ces chendelles par surprise
Lui seul est assez doux pour ne les pas blesser.

Mais non, pour les pinceaux quittant fuseaux et laine
Vous faites plus que Dieu: un eternal printemps,
Et c’est auprès des lys et des rosiers grimpants
Que vous allez chercher vos couleurs, Madaleine.

Vous avez la beauté frêle de l’éphémère,
Et pourtant fleurs d’un jour vous ne périrez pas,
Fleurs vivant et pourtant immortelles: lilas,
Œillets ou lys qu’a peints Madeleine Lemaire.

Mais vous, qui vous peindra, belle jardinière
Par qui tous les printemps nous naissent tant de fleurs?

*

A Madeleine Lemaire

Che ladro raffinato ha tagliato negli orti
quest’uva luminosa di cui il mio labbro ha sete?
Lo zeffiro imprevisto queste candele ha soffiato
lui solo è tanto dolce da non sciuparle. Ma no,

per i pennelli abbandonando fusi e lane
fate meglio di Dio: una primavera eterna,
e vi accostate ai gigli, ai rosai rampicanti,
per rifornirvi di colori, Maddalena.

Avete la bellezza fragile dell’effimero,
eppure fiori d’un giorno voi non morirete,
fiori viventi e immortali: lillà, gigli,
garofani dipinti da Madeleine Lemaire.

Ma, bella giardiniera, chi dipingerà voi
per cui le primavere ci portano altri fiori?

 

Poesie (Feltrinelli, 2008), trad. it. L. Frezza

Antonio Riccardi

Riccardi

Dio conosce ogni cifra in radice.
Così mio padre: inerzia e gravità
avute in credito da frutta,
ogni biolca una quota di profitto
e un merito dalla terra.

Mio padre è un uomo mansueto,
risana la natura
nel sentiero per il fosso di Rì.
D’estate i gamberi muovono le tane
nelle bocche di tufo del fosso,
salgono fiduciosi al mattino,
alle opere del mondo.

 

Il profitto domestico (Mondadori, 1996)

© Foto di Dino Ignani