Susanne Stephan


Le Tournon Joseph Roth

Nel suo cafè parigino,
scacciato dalla Germania,
ha lo sguardo più lucido
al limite dell’ebbrezza
dall’inizio del secolo
alla frontiera armata della monarchia.

Per lui tutto diventa leggenda:

la polvere delle piazze dei mercanti galiziani
che sale in vortici nel tempo annullato
nei riflessi del desiderio.

La limonata al lampone della moglie del custode,
che non sente il tintinnio di sciabole sul brasato,
le marce, le uniformi brillanti,
tutto il teatrino che annoia
senza volere.

La schiuma della storia
fulminante e leggera
sotto i piedi bloccati
dal filo spinato.

Ancora una volta dal buio un corteo
di ebrei per Franz Josef, il Kaiser,
urbi et orbi: “È stato un piacere!”,
un secolo graziosamente spezzato.

Il Roth liberato e una vecchia poesia,
1917, in un giornale militare
su un cavallo abbandonato
morente per la grande fatica.

E quasi alla fine, nell’autunno,
nel ’18, un sonetto su un soldato
che trema, un trauma
per cui non trovava le rime
a scatti di quel relitto l’umano.

Dio ormai è un vecchio boy del lift
di un logoro grand hotel,
e cosa ci può ancora salvare
se non l’aggettivo preciso
se non il dolore regolato
al limite dell’ebbrezza,
di fronte alla singhiozzante violenza
che regna sulla terra.

 

Manovra d’autunno (Elliot, 2016), a cura di P. Del Zoppo

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